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Posts Tagged ‘aldo giovanni giacomo’

Il termine etologia (dal greco ethos e logos che significano rispettivamente «carattere» o «costume» e «ragionamento») indica la moderna disciplina che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale.

Chiarito il significato della parola, credo che dedicherò una categoria a questa scienza.
Purtroppo non ho a disposizione filmati tipo National Geographic, tocca accontentarsi di quello che passa il convento, convento il cui Priore –Fra’ Dottordivago- sta all’uso del computer come il Presidente del Consiglio sta alla Questione Morale.
Però, comunque, qualcosa di interessante rischiamo di trovarla.

Il locale in cui espongo i miei serramenti (dire “show room” si fa prima ma mi fa cagare…) è all’interno di un’area artigianale/commerciale e, proprio di fronte al mio negozio c’è un frequentatissimo mega-store di giocattoli, prodotti per l’infanzia e arredamento per esterni, un posto che, in periodi normali, macina 1500 scontrini alla settimana; nei periodi buoni, tipo Carnevale, Pasqua, apertura delle scuole e Halloween, la gente si picchia per entrare; da Natale all’Epifania, prima parcheggiano le auto a castello, come i letti sui treni, poi si accoltellano davanti all’ingresso.
Ho aperto il negozio lì, proprio per sfruttare tutto ‘sto passaggio da via del centro, mentre, in realtà, siamo in periferia, con costi allineati.
Finchè la dura…

Bene, dalle mie vetrine ho una vista privilegiata su un vasto campionario di umanità: non solo mamme col poppante o papà che aspettano fuori e che dopo cinque minuti se lo fanno a fette; i fumatori pattugliano l’entrata e, tutt’al più, buttano l’occhio da me: Dio benedica i fumatori.
Quelli che non fumano si annoiano molto prima, così lo fanno a fette a me, il Piero Angela del serramento: entrano e si fanno spiegare tutto, anche se non devono cambiare le finestre.
Mi ricordano quegli uomini che non hanno mai piantato un chiodo ma che, al supermercato, abbandonano la moglie, lasciandole l’incombenza degli acquisti, e si fiondano nel reparto fai da te, dove sembrano i bambini all’Ikea, felicemente immersi nelle palline colorate.
Va beh, tutto fa brodo…

Purtroppo non ho tempo di guardare spesso fuori ma, quando capita, ne vale quasi sempre la pena, se uno ha voglia di mangiare del nervoso: lo so, ve l’ho già ripetuto in tutte le lingue ma lasciatemi dire ancora una volta che siamo diventati un popolo di deficienti.
Stranieri esclusi, salvo rarissime eccezioni di gente molto integrata, quindi infettati dall’italico rincoglionimento.
Qualche esempio.
Arriva un’auto non nuovissima, ad andatura brillante, alla guida una Romena o una figlia della Grande Madre Russia, il parcheggio è rapido e sicuro:  scende una tipa dall’aria decisa, sguardo da “Ehi… dici a me?”, con la sigaretta in bocca; tira giù un bambino un po’ affumicato ma che non fa un capriccio che è uno, finisce la sigaretta con tre tiri, tipo quelli che fa un artificiere quando stacca dal lavoro, ed entra nel negozio, con il bimbo in braccio se non è in grado di camminare, o che le trotterella dietro se autonomo.
Nel caso in cui la famiglia fosse al completo, scendono i genitori con la sigaretta in bocca e tirano giù i bambini affumicati come aringhe, ne ficcano uno in un passeggino che sembra un passeggino, l’altro in braccio o trotterellante.

Donna italiana: quattro volte su cinque l’auto si muove alla velocità di crescita del pioppo –non lamentiamoci, è già una pianta a sviluppo rapido-; deve passare in una risicatissima strettoia dove transitano regolarmente due auto appaiate, per la tensione il viso sembra quello di Yves Montand in “Vite vendute”
Vite vendute mentre guida un camion carico di nitroglicerina su una mulattiera centro-americana; cerca di vincere l’ansia tenendo il cellulare attaccato all’orecchio ma si vede chiaramente che è tesa, infatti fuma nervosamente, visto che il bimbo non è a bordo: sarà dalla nonna o con la tata, d’altronde, quando si parte per certe missioni, è meglio lasciare a casa i bambini.
Per fortuna il parcheggio è a spina di pesce, quindi l’incubo ha fine.
Se il bambino è con lei lo capisci subito: primo, non fuma, secondo, inizia a montare un passeggino che sembra una Smart, poi tira fuori il bambino che urla come un antifurto e scalcia come Bruce Lee mentre cerca di infilarlo nella Smart, solo che sembra di dover infilare un gatto selvatico in un sacco di iuta.
E lì ballano anche delle mezze giornate, eh…

Nel caso in cui la famiglia fosse al completo, il papà parcheggia davanti all’ingresso, bloccando il traffico e fulminando con lo sguardo tipo “Ma non vedi che c’è un bambino?…” chi osasse dare un colpo di clacson. Scende la moglie: se il bimbo ha meno di un anno, è affranta, sembra che l’abbia scodellato un minuto prima; poi scende la nonna, già madre della puerpera.
Montano la solita Smart, poi inizia lo spettacolo: il bimbo viene estratto come la spoletta di una bomba, poi ostentato come il sangue squagliato di San Gennaro; la mammina, anche se visibilmente provata, ha la forza di tenere ferma la Smart mentre il papà ci cala dentro il Piccolo Imperatore.
La nonna è il vero pezzo forte della rappresentazione: gira intorno accennando mille gesti di aiuto ma non facendo assolutamente nulla, come Giacomo mentre Aldo e Giovanni fanno “I Bulgari”.
Le donne entrano, l’uomo cerca un posto per l’auto che deve essere, tassativamente, a dieci metri -al massimo!- dall’ingresso, sennò parcheggia in seconda fila: bisogna essere pronti per qualsiasi evenienza.

Ultimamente c’è una variante a tutto ciò.
L’ingresso è sempre stato quello che si vede nella foto in basso, ora l’hanno spostato di venti metri, sulla stessa facciata, come si vede nella foto in alto a lavori ancora in corso; anche un guercio con una ridotta vista laterale copre la distanza con un unico sguardo ma il mio cellulare non ha il grandangolo, quindi ho dovuto scattare due foto, e l’ho fatto al mattino presto, prima che le auto coprano anche il capannone.

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Se gli spettacoli precedenti avevano un che di “Paperissima”, qui siamo “Ai Confini della Realtà”.
La gente arriva, passa davanti al nuovo ingresso, segnalato con un cartello alto due metri e mezzo, e non se lo inculano quanto è lungo: va beh, l’abitudine… credo che mi comporterei allo stesso modo.
Poi, però, la fiducia e la stima nella razza umana vanno a puttane: vedi la gente scendere dall’auto e puntare il vecchio ingresso, coperto da un altro cartello identico al precedente; qualcuno –intendo uno su cinquanta- si blocca a cinque metri, non prima: si guarda attorno, realizza il cambiamento e si dirige al nuovo ingresso.
Qualcuno-diciamo quarantacinque su cinquanta- si blocca a un metro dal cartello: all’altezza dei suoi occhi ha una freccia grossa come un 72 pollici che gli indica la direzione giusta ma lui non si fida, sbircia dietro al cartello, infila il braccio e tocca la porta; quando capisce che il cartello non è stato messo lì perchè non c’era un altro posto, si guarda attorno e con il gesto “Ma questi non sanno più cosa cazzo fare…” si dirige al nuovo ingresso.

E ne abbiamo visti quarantasei su cinquanta.
Cosa fanno gli altri quattro?
Lo so, è da non crederci ma vi giuro che ne ho visti diversi: arrivano a due metri dal cartello, si fermano, ripartono per fermarsi a mezzo metro, fanno un passo indietro, poi uno avanti, poi uno indietro… Sembrano quei robottini giocattolo di una volta i quali, trovando un muro, continuavano a fare avanti e indietro finchè duravano le batterie.
Poi si guardano attorno ma si vede benissimo che lo sguardo è assente e l’espressione è, se non spaventata, almeno inquieta.
Così si bloccano: mi aspetto che qualcuno, prima o poi, crolli, fingendosi morto come fanno gli gnu aggrediti dai leoni, per tentare una fuga disperata appena il predatore abbassa la guardia.

Che spettacolo desolante.
Non so come potrebbe andare a finire, se fossero soli: per fortuna c’è sempre qualcuno che spiega loro che si trovano sul terzo pianeta del Sistema Solare, la Terra, provincia di Via Lattea.

Dottordivago

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