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Archive for 23 febbraio 2016

Dunque, come da link nel post precedente, nel 4° plin eravamo rimasti alla “bottega”, la falegnameria di mio nonno, mentre il 5° plin se l’è fagocitato il “Gene Strita”.
Mi fa un certo effetto riprendere in mano ‘sta roba: proprio parlando della mia tara genetica, tiravo in mezzo mia madre e ne parlavo al presente, quindi potevo caricarla senza remore. Purtroppo adesso, se mi dovesse venire qualcosa su mammà, dovrò anteporre “parlandone da viva” o “Dio l’abbia in gloria” o “pace all’anima sua”.
Già… Mancanza d’allenamento a parte, non sarà facile ritrovare il feeling con questa storia, mi manca un contatto con quella realtà, una testimone dei fatti, un ponte che prima c’era ed ora non c’è più.
Oltre tutto, oggi in quella casa non ci abita nessuno, neppure mia zia, che si è trasferita in città e che ha passato gli ultimi due anni (abbondanti) facendo da badante a mia mamma, prima, e a mio padre, ora. Oddio, con mio padre, più che fare la badante, fa la parte del “secondo ciucco”, quello che tiene in piedi il primo, che a sua volta tiene in piedi lui. Singolarmente, cadrebbero come sacchi di patate.

Quando ho iniziato questa storia (nel 2013, pensa te…) mammà era ancora viva e mia zia, sua sorella, viveva ancora in quella che fu “la casa dalle finestre che ridono (davvero)”. Ovvio che, recentemente, la casa non fosse più nemmeno l’ombra di quello che è stata un tempo: un conto è una grossa casa di campagna abitata da una donna anziana, un’altra è la stessa casa, quaranta o cinquant’anni prima, abitata in pianta stabile, oltre che dalla stessa donna trentenne o quarantenne, anche dai miei nonni, con due bambini semistanziali -mia sorella ed io- presenti in ogni momento libero da impegni scolastici, nonchè miei genitori nel ruolo di guest star.
E da tanta, tanta altra gente…

Ora immaginate quello che al cinema sarebbe un arpeggio che accompagna una dissolvenza…

Ed eccoci negli anni 60.
In un pomeriggio estivo, in un cortile pieno di gente.

Un cortile preso tra la casa e una riva scoscesa che confinava con la stradina inghiaiata, “la Cuglià”, nome di cui ho sempre ignorato l’etimologia, strada che portava alla chiesa e a casa del mio amico “il Prevosto”, dove ora c’è il triste spazio bianco in basso nella foto.
Cuccaro1

La linea rossa a “V” rovesciata, dove ora c’è una siepe, era una fila di magnifici olmi, lato Cuglià”, e piante da frutto, lato strada, tutta roba fatta abbattere da mia zia, oltre vent’anni fa, per poter controllare ogni minimo movimento in paese, Dio la maledica. Il giorno in cui sono arrivato e ho visto quello che, rispetto a prima, sembrava un cratere lunare, mi sono limitato a sbroccare con genitori e zia, chiamandoli “banda di pazzi”, solo perchè non ho mai insultato i miei vecchi, sennò avrei detto loro di tutto.
«CAZZO!-continuavo a dire- Siamo una famiglia di barboni ma abbiamo delle piante dai 50 ai 100 anni di età, una cosa che neanche il Sultano del Brunei può comprare da un giorno all’altro. E voi cosa fate? LE TIRATE GIU’! PAZZI SCATENATI! Vaffanculo a ‘sto cratere lunare, qui non mi vedete più!»

Quando c’erano le piante, il cortile era un posto magnifico.
La casa lo teneva in ombra fino a mezzogiorno, poi il sole aggirava il fianco e se ne impadroniva fino alle tre.
”Se ne impadroniva”… che paroloni…
A casa mia, dalle 12 alle 15, si formava un buco nero, una distorsione spazio-tempo, un vortice cosmico… una cosa che cancellava tutto ciò che era all’esterno della casa, compresi ogni forma di vita e il tempo stesso:

  • alle 12.00 il campanile “suonava mezzogiorno”
  • alle 12.01 mia nonna sembrava Cenerentola alle 23.59: entrava in uno stato di agitazione totale: «’I è sà sunà mesdì, se chi fei ancura ant la curt?» (È già suonato mezzogiorno, cosa fate ancora in cortile?)
  • mia nonna ne era certa: se alle 12.05 non fossimo stati tutti a tavola, cosa per altro mai successa, penso che la casa si sarebbe trasformata in una zucca.

E dopo pranzo c’era il sacrosanto pisolino, antico segno di civiltà, tradizione millenaria che io tuttora perpetuo.
Quindi, caro il mio sole, di che cazzo ti “impadronivi”? Di qualche centinaio di metri quadrati di erba e ghiaia, punto.
Altro che l’Ammerica, dove arrostivi un negher che cantava “Summertime” o un rednec che si ingiaccava la sorella, china a dissotterrare le patate…
A noi e al nostro “dop disnà” (dopo pranzo) nonchè ai nostri fratelli terroni con la loro “contròra”, ci facevi una vibrante e languida pippa.
Dopo le 15 intervenivano gli olmi, i primi, quelli sulla parte più alta della riva, quelli che avevano le radici all’altezza del tetto, e il cortile tornava in ombra, quell’ombra fresca e ventilata, perforata ogni tanto da un raggio fugace, non quella uniforme e soffocante da tettoia di lamiera.
Poi, man mano, tutti gli altri olmi, a digradare, fino alle sette, quando il sole veniva lasciato entrare, come si fa col cane, per regalarci il tramonto.
Continua

Dottordivago

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