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Archive for 29 aprile 2015

Ho una casa da democristiano anni 70.
Elettore democristiano, non politico, che zanza di qua, zanza di là, si è fatto un castello arredato da Alvar Aalto.
E con anni 70 non intendo cose psichedeliche o eccessive, intendo roba degli anni che hanno seguito i 60 e preceduto gli 80: diciamo che per un pelo ho scansato i centrini all’uncinetto e ho evitato la parete tappezzata con la gigantografia di Manhattan.
Ve lo spiegherò meglio in futuro, per il momento vi basti questo: detesto la mia nuova casa, quindi “impegno = zero”.
Purtroppo Bimbi mi lascia fare, invece di prosciugarmi il conto facendosi infarloccare da qualche marpione di arredatore.
Anzi, lei è pure contenta: se solo quell’ommimmerda del falegname mi consegnasse quelle tre o quattro cose che mancano, lei sarebbe felicissima.
D’altronde, se mi ha sposato… si spiegano tante cose…

Insomma, la piattezza creativa regna sovrana, sotto quel tetto e ne ho conferma dal fatto che ogni casa in cui entro mi piace molto, molto più della mia.
Però c’è da dire che ho scansato una cifra di minchiate, tante e poi tante.

Non c’è come vivere 22 anni nella stessa casa senza cambiare niente, per ritrovarsi nel baraccone degli specchi quando cominci a pensare all’arredamento di quella nuova.
Capisci che il moonwalking la fa da padrone. E dove non è così evidente, è come il giro di basso: magari non è la cosa che si nota di più in un brano musicale ma c’è e dà una sua impronta a tutto.

Lasciamo perdere la mai abbastanza vituperata cabina armadio, che serve solo a togliere spazio alla camera da letto, oltre al fatto che, come già detto, tenere i vestiti nell’armadio è ciò che si fa da secoli per preservarli dalla polvere, mentre tenerli nella cabina armadio è come tenere i vestiti in una stanza senza armadio, appunto. Terreste i vestiti in camera da letto appesi ad una bacchetta fissata al muro? No, eh? Invece nella cabina armadio si, anche se l’unica differenza dalla camera da letto è che non c’è il letto. Altra cosa è la “stanza degli armadi” ma quella è roba per pochi, mentre un bello sgabuzzino nobilitato con due specchi e tre ripiani è alla portata di tutti.
Anche del mio amico Gianni,  che si è fatto carico dell’arredamento della casa del fratello, il quale non si accorgerebbe della differenza se si addormentasse in un loft newyorkese e si svegliasse in una yurta dei Nomadi delle Steppe.
Gianni si è messo così d’impegno per farci stare la cabina armadio, che alla fine il fratello si è ritrovato con il letto da una piazza e mezza, da due non ci stava.
Per altro, spendendo molto di più che per un bell’armadione dove ci metti di tutto, dai vestiti alle lenzuola. Da due piazze.
Minima resa, massima spesa ma soluzione trendy: puro moonwalking.

Restiamo in camera da letto.
Ho visto un “letto coreano” che non era il classico futon o tatami, che già sono diventati minchiate da secoli, almeno dall’invenzione delle gambe del letto: ok, a fronte del rischio di lasciarci il mignolo di un piede quando ti alzi al buio per una pisciatina, la gamba del letto è una mano santa, a qualunque età.
E non parliamo di molle, doghe e tutto quello che ti consente di dormire meglio che su un marciapiede di granito, o delle schiume più o meno espanse per cui il sciur Fabbricatore millanta “tecnologie testate nello spazio”: mi spieghi cosa cazzo testi, in mancanza di gravità, dove puoi dormire in piedi o sul soffitto a faccia in giù, basta essere legati, per non trovarsi a colare un filo di bava notturna, tanto per dirne una, sul sensore che controlla la percentuale dell’ossigeno nell’aria.
Il sedicente letto coreano era un sacco messo per terra, riempito di bio-fibre, roba vegetale, un po’ come i poveri contadini che ancora all’inizio del 900 imbottivano un sacco con le foglie del mais.
Solo che quello “coreano” costava 2000 euri. 
Continua

Dottordivago

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