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Archive for 25 aprile 2015

Continuo -per modo di dire, visto che è passato quasi un anno- la “parte prima” di questo post; non metto neanche il link: ho scritto due parole poi ho solo divagato, quindi è come se il post iniziasse qui.
Riprendo solo un concetto: il moonwalking è bello da vedere ma è

La Cosa Che Non Serve A Un Cazzo

per antonomasia, visto che prevede di farsi un culo così per fingere di camminare in avanti, mentre in realtà si va indietro.
Allargando il concetto, significa spendere tempo, denaro e fatica per avere uno svantaggio. Questo vi ricorda qualcosa?
Un’epoca come la nostra, ad esempio?

Portavo come esempio l’andare in macchina in palestra, farsi un culo così, tornare a casa in macchina e prendere l’ascensore.
Oppure farsi convincere dalla pubblicità che per girare in città il mezzo migliore è un’auto a trazione integrale e alta una volta e mezza quelle normali, due soluzioni che la logica, la tecnica e la decenza hanno fatto sì che costituissero i capisaldi della progettazione dei fuoristrada.
Ora trovatemi un qualcosa che accomuni la città e il fuoristrada (a parte le strade di Alessandria, parlo di città normali…) e vi dirò che fate bene a girare per i vicoli con un mezzo che costa, consuma e ingombra il 20% in più dell’equivalente non trendy, cioè quello “fatto come una macchina”.

Mi scappa di divagare.
L’abbinamento Città e Fuoristrada sarebbe da considerarsi un semplice ossimoro ma è il bilancio negativo che lo fa diventare “moonwalking”, perchè crea un disagio a fronte di un costo superiore, mentre l’ossimoro è di per sè innocuo. Tranne uno.
Classico dialogo mio con cliente o fornitore:
Io: «Se dobbiamo risolvere questa cosa, dobbiamo vederci per forza…»
L’altro: «Mmm… sono impegnato fino all’una… poi di nuovo dopo le tre… Cosa ne dice, facciamo in pausa pranzo
«And these cocks?» (E ‘sti cazzi? n.d.t.)

Trovatemi un collegamento o anche solo un qualcosa che metta insieme le parole “pausa – pranzo – lavoro”.
Oddio, ci possono essere casi eccezionali in cui cedo ma se me la chiami “pausa pranzo”, quello deve essere: una pausa dal lavoro, per pranzare.
Invece oggi, quando uno non ha voglia di guardare l’agenda o di sbattersi un minimo, ti propone di fotterti la pausa pranzo, magari per una cosa di dieci minuti, risolta la quale, ti ritrovi a parlare di tutt’altro per un’ora e più.
Ennò, bello mio…
La mia pausa pranzo prevede stop alle 12 in punto, tre quarti d’ora di corsa, doccia, pranzo, PISOLINO, caffè e via di nuovo alle 14,30, se devo portare Bimbi in città; in mancanza di passeggero, facciamo pure le 15, che va meglio…
Va be’, chiusa la mini divagata, torniamo al moonwalking.

Salvo un ripensamento di Bimbi, credo proprio che non andrò all’EXPO.
Tempo fa le ho domandato se le interessasse la cosa, ha risposto “no”, sommate che a me interessa tanto uguale, il totale fa che non vado a scarpinare un giorno per vedere e sentire cose che, per buona parte, considero balle: tempo e denaro spesi per incazzarmi, la quintessenza del moonwalking.
Non vado a sentir parlare di “sostenibilità” di questo e di quello, concetto che nella realtà viene sempre dopo il guadagno. Non raccontatemela col “km zero” se spostiamo frutta, verdura e persino l’acqua minerale da un continente all’altro. Non infarloccatemi con la “materia prima di qualità” se, 9 volte su 10, frutta e verdura non hanno più il sapore che dovrebbero avere.
Per carità, sono tutte cose in minima parte vere, però come quelle invenzioni che funzionano a livello di laboratorio, complicate e costosissime, inapplicabili nella realtà.
E poi non mi sfiora il pensiero di andare ad assaggiare le cavallette fritte, ormai un must, o gli scarafaggi del Madagascar “che sanno di crema pasticcera”: primo, niente sa di crema pasticcera come la crema pasticcera, quindi, nel caso, scelgo quella; secondo, il mio rapporto con gli insetti è strettamente legato alla suola della scarpa.

Miliardi spesi per fumo e tangenti, tangenti e fumo, a discapito di investimenti sul territorio che avrebbero reso molto di più all’economia, quella vera e avrebbero dato meno vantaggi all’economia di politici e tangentisti.
Quindi, EXPO = Moonwalking nazionale.

Certo, con una scenografia del genere si è più portati a vederne una certa utilità, le luci e i colori sono una lente che distorce molto la percezione.
Un po’ come la TV.
Con certe pseudo-gnocche la televisione può ingannare e riservare cocenti delusioni a chi si ritrova in spiaggia a Formentera con la velina di turno e l’inattesa cellulite da “vicina di casa”.
Che dire, poi, del tipico “schiacciamento” dello schermo, che falsa la distanza tra le cose? Viste frontalmente, due Formula Uno sembrano attaccate, dall’elicottero si vede che c’è di mezzo il mare.
La tv è anche riuscita, col playback, a far sembrare cantanti alcuni cagnacci e con le giuste strategie ha trasformato alcuni delinquenti generici in persone degne di essere votate.

Non so se vi è capitato di vedere qualche servizio sui vari Saloni del Mobile o similari: lì la televisione dà il massimo, sembra che il mondo abbia fatto un salto nel futuro o nel Paese delle Meraviglie. Poi, come per l’EXPO, vai a toccare con mano e si capisce chiaramente che stanno solo dicendo delle cagate.
Per carità, l’esportazione del Made in Italy si basa all’80% sulla fuffa, dalla moda all’arredamento, spesso anche il cibo, quindi ben vengano i compratori da tutto il mondo che facciano lavorare quei pochi che ancora un lavoro ce l’hanno.

A sproposito, mi scappa di divagare, oggi la vedo dura arrivare alla fine…
Voi che la sapete lunga, che approfondite, che studiate, mi spiegate cosa significa “attirare in Italia gli investimenti stranieri”?
Cioè, prima di spiegarmelo, fatemi capire se è un bene o un male.
Dovrebbe essere un bene, se lo dice Renzi, solo che non mi torna una cosa: si può sapere perchè ogni volta, dico ogni volta, che un marchio italiano viene acquistato da uno straniero, bisogna sorbirsi i pipponi di quelli che “ci stanno comperando, stiamo vendendo i gioielli di famiglia ecc ecc” e beccarsi immancabilmente la lista di tutto quello che italiano era ed ora non è più?
Ma si può sapere che cazzo si deve comperare in Italia, per accontentare tutti, l’eventuale azienda, banca, fondo o asino carico di soldi straniero?
Viene qui e si compera un marchio di successo, come è logico che sia, o si deve comperare il Catasto?
Certo, se il resto del mondo fosse popolato da imbecilli che arrivano qui e staccano un assegno per comperarsi, che so, i Lavoratori di Bacino di Napoli (ah, sapere che cazzo sono…), sarebbe una figata, eh? Con gente così in giro, per noi equivarrebbe ad essere seduti su un pozzo di petrolio.
«Scusate, vengo dalla Corea, cosa posso comperare con 100 milioni di dollari?»
«Mah, vediamo… eh, per quella cifra c’è rimasto poco… ci potrebbero uscire due mesi di stipendio dei Forestali calabresi, che ne dice?»
«Perfetto, li prendo al volo! Senta, se sblocco anche un po’ di Bund tedeschi, mi interesserebbe molto tossire anche la tredicesima, che ne dice, si può fare?…»

Ma gli investitori stranieri arrivano qua e si beccano Lamborghini e Ducati, o Poltrona Frau e Pernigotti, per citare gli ultimi. E tutti a piangere.
Ma se uno acquista un’azienda “del Made in Italy”, la lascerà in Italia, no? Pagherà gli stipendi ad operai italiani e le tasse, o anche solo i contributi, al fisco italiano, no?
Parlavo con un dipendente di un’azienda che produce sanitari, passata ai cinesi: mai stati così bene, stipendi puntuali e massima serietà. Gli unici a rosicare sono i rappresentanti sindacali, a cui hanno spiegato che adesso devono lavorare anche loro sennò, Camusso o non Camusso, prendere un calcio nel culo è un attimo.
Uff… chiusa anche questa…

Mi sa che per vedere fin dove si spinge il moonwalking nel Made in Italy, toccherà riparlarne.
Continua.

Dottordivago

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