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Archive for 25 maggio 2013

Scusate ma devo sbrigare un po’ di lavoro di segreteria, quindi metto a riposo per un giro il piccolo Tom Sawyer del Basso Monferrato.
Quindi:

È con viva e vibrante soddisfazione

che incasso la proroga fino al 31/12 del termine valido per la detrazione fiscale del 55% sugli infissi, cosa che dovrebbe lasciarmi un momentino più di fiato, come mi fa notare a tempo di record Marco “ANSA”, sollecitandomi nuovi scritti, cosa che ne fa il lettore più affezionato e amichevolmente sucaminchia del blog.
A proposito, notizie di Marco Val? Forse la più fulgida meteora del blog?

Incasso anche la stima di meb1969 relativamente al mio comportamento da cintura nera di riciclaggio e, siccome mi piace vincere facile, chiudo col lavoro di segreteria e riprendo paro paro dalla divagata del post precedente.

Forse l’unica cosa a cui do poco peso sono i soldi, per il resto non spreco nulla. La carta, poi… non so perchè ma per me la carta è sacra.
La carta e il caffè, anche se quest’ultimo non mi dà più problemi.
Spiego.
Prima avevo la macchina espresso vera, quella che ci metti il caffè macinato col misurino in dotazione, poi ne aggiungi mezzo per non sbagliarti, stringi il filtro alla caldaietta e premi il pulsante.
Io, la mia, la mantenevo a Illy, miscela che, in effetti, fa la differenza, giustificando i 6 € per 250 gr contro i 2,50/3,50 di altri “espresso-casa”.
Peccato che a tanta maestria sul fronte della miscela, non corrisponda un valido controllo di qualità sulla macinatura, che era spesso grossolana, così mi toccava intervenire rimacinando il caffè con il macinino a tramoggia regalatomi per le nozze dal grandissimo Gino Gemme, in arte Gino Baleta.

Ecco, se nel travaso barattolo>tramoggia o in quello tramoggia>barattolo ne rovesciavo un granello, cosa più facile di quanto sembri, dato che la tramoggia rende la miscele leggermente elettrostatica, conferendole un comportamento imprevedibile e salterino, mi incazzavo.
Se ne rovesciavo una punta di cucchiaino diventavo una bestia.
Una volta in cui ho ciccato clamorosamente il movimento e ne ho versato un cucchiaio sul piano di lavoro, per fortuna ero solo in casa: ho bestemmiato per cinque minuti, senza soste, come i bambini che, quando imparano le prime parolacce, le ripetono come un mantra.
Non domandatemi perchè, non lo so, so solo che mi fa incazzare.

Come il Parmigiano per il Cigno.
Quando, nei primissimi anni 80, dividevamo la casa in Porta Ticinese, non riuscivo a fargli fare un cazzo, ma proprio niente, neanche il lavoretto più stupido: un lavativo ammirevole, nella sua depravazione.
Pur di non dover sbucciare la frutta, si faceva preparare la macedonia dalla madre, che aveva un negozio e poco tempo da perdere, quindi provvedeva di domenica sera. Il lunedì il Cigno si portava la macedonia a Milano e accettava di buon grado che il giovedì e il venerdì, ormai in via di fermentazione, la macedonia fosse più idonea alla preparazione del sidro che non ad un salutare e benefico apporto vitaminico all’organismo.
Un giorno mi guardava grattugiare il Parmigiano e soffriva come una bestia perchè me ne finiva qualche microscaglietta fuori dal piatto; ho pensato: «Ma vuoi vedere che…» e ne ho sparso un briciolino di più…
Non è più riuscito a tenersi: «Cazzo, stai attento!…»
È stata la sua fine.
Individuato questo nervo scoperto, ho seminato Parmigiano come se la grattugia fosse finita in mano a uno col Parkinson seduto sul Tagadà, finchè il Cigno non ha più retto e da quel giorno ci ha sempre pensato lui, con un impegno e una precisione da tagliatore di diamanti.
Visto il suo aumento di peso da allora, probabilmente ha risolto il suo problema comperandone un quarto di forma per volta e mordendoci dentro.

Il mio problema col caffè si è risolto con l’adozione delle cialde, anche se mi girano un filino le palle per il fatto di buttare plastica (la cialda) e organico (il caffè) nello stesso posto.
Comunque sono cagate; la carta, invece, è una cosa seria, meriterebbe un posto tra i Fattori Dicotomici Intergenerazionali di cui parlavo in un vecchio post.
Un tempo era preziosissima e costosissima, poi è arrivata ad essere alla portata di tutti. Ma con rispetto.

Provate a chiedere “un foglietto” a casa di persone anziane: se si tratta di persone che nella vita lavorativa non hanno avuto molta confidenza con la carta, ci sarà un impercettibile irrigidimento, praticamente a livello subliminale, un po’ come dire “ma guarda questo che faccia tosta…”.
Poi tireranno fuori da un cassetto un vecchio quaderno o un block notes pubblicitario, la cui prima pagina, immancabilmente, sarà strappata in metà o anche meno, dipende quanto dovevano scrivere sul pezzo mancante.
Si usa quel che serve, altro che quegli imbecilli della Kimono S.p.A, miei fornitori di pannelli in legno, che mandano le fatture in buste finestrate in cui l’indirizzo viene scritto su un foglio dedicato, poi piegato in tre come la fattura: un foglio A4 per pochi cm2 di indirizzo, banda di deficienti…

La mia stampante lavora poco, giusto i preventivi per chi non ha una email, gli originali delle certificazioni energetiche e le stampe delle conferme d’ordine che devo obbligatoriamente timbrare, controfirmare, scannerizzare e re-inviare ai fornitori: insomma, con due risme faccio un anno. Eppure, ovviamente per uso interno, non riesco a non riutilizzare il lato B dei fogli già stampati e diventati obsoleti, è chiufforte ‘e me.
Il risparmio in termini di soldi non c’entra, non fosse altro per il fatto che tempo fa, il mio amico/vicino/padrone di casa, lo stesso che mette in bagno il rotolone-asciugone  del post precedente, ha ritirato un tot di roba da un fallimento, tra cui c’erano due bancali -inteso proprio come “due bancali”- di carta da stampante, di cui mi posso servire a mio piacimento, gratis.
Anche lui è piazzato come me, carta ne consuma poca, quindi con due bancali facciamo “un attimo dell’Eternità”, espressione che mi tocca chiarire:

Un giorno un bimbo domandò ad un vecchio saggio cosa fosse l’Eternità. Il saggio rispose:
«Esiste una montagna talmente grande che la sua ombra crea la notte sulla terra.
Ogni mille anni un uccellino va ad affilarsi il becco contro le rocce di quella montagna.
Quando l’uccellino avrà consumato la montagna, sarà passato un attimo dell’Eternità»

Ma quante ne so, eh?…

Altra carta, altro fattore dicotomico, generazionale e non solo: il rotolone.
Le condizioni d’uso e la quantità di strappi impiegati sono, senza tema di smentita, inversamente proporzionali all’età e/o alla cultura di chi lo usa.
Un adolescente può usare il rotolone anche al posto dell’accappatoio o consumarne sei strappi per soffiarsi il naso; un trentenne ne fa un uso sconsiderato ma un po’ meno scandaloso; un cinquantenne come il sottoscritto ha imparato fin da bambino a fare le cose sporche (tipo macchie sul pavimento) con lo straccio, quelle pulite (tipo tamponare il cibo) con un canovaccio e, solo per pulirsi il culo, la carta, quindi ci sta attento.
Poi sono arrivate le spugnette per asciugare, una mano santa per chi, come me, ama passare il tempo in cucina; una cosa che non farò mai, salvo non avere altro a disposizione, è usare il rotolone per asciugare il bagnato: è così comoda la spugnetta! Poi la strizzi e, se hai tempo sufficiente e un posto dove continuare a strizzarla, ci asciughi il mare. E la pattumiera resta vuota.

Ammetto l’uso della carta in caso di unto, che ti costringerebbe a lavare la spugnetta col detersivo, che nelle fogne è peggio della carta nell’organico,  lavaggio che tra l’altro è anche un discreto dito nel culo.
A casa mia, con un rotolo di Tutto Panno Carta, andiamo avanti quindici giorni, usandolo pure come tovagliolo, salvo in caso di ospiti, cosa su cui Bimbi non transige, anche in caso di amici intimi.

Gli anziani sono incredibili: con un rotolo di Scottex ci fanno un paio d’anni e chiederne uno strappo provoca la stessa reazione del foglietto per gli appunti.

Oltre al fattore età, nell’uso e abuso della carta interviene anche la predisposizione all’accaparramento e al saccheggio tipica del popolo italico, roba da “forni manzoniani”.
Nei tre o quattro anni in cui mi dividevo tra serramenti e armeria, nel bagno del negozio avevo messo il rotolone, della cui sostituzione si occupava quasi sempre il commesso, che stava lì a tempo pieno, così io ne ignoravo il consumo. Finchè si è tappato il cesso alla turca che avevo voluto io, per poterlo lavare col getto una volta al giorno.
Per fortuna lo scarico passava attraverso il magazzino nell’interrato e chi aveva fatto il lavoro, per non faticare, aveva piazzato il collo d’oca praticamente a livello del pavimento del magazzino, anzichè del soffitto (cioè il pavimento del negozio), cosa che subito mi ha fatto incazzare, poi però mi divertivo a raccontare a tutti che se avessero cagato lì, con un salto di quattro metri, lo stronzo avrebbe fatto in tempo a imparare a veleggiare come Patrick De Gayardon…
Insomma, in due minuti l’idraulico smonta l’accrocchio e, invece di ritrovarsi in un mare di merda, tira fuori una carriola di carta del rotolone. Munito di guanti mi ha mostrato una cosa: c’erano delle strisce di carta costituite da dieci/quindici strappi ancora attaccati, che a mezzo metro per strappo fa dai 5 ai 7/8 metri di carta.
Per asciugarsi le mani.
Ho tolto il rotolone e ho comperato una decina di asciugamani 50×30 da bidet, uno ogni due/tre giorni, e con un bucato ogni due settimane eravamo a posto.
Ho anche messo un cartello:

Se non trovate più il rotolo di carta, ringraziate quei mangiamerda che ne usavano dieci metri per volta, per compensare il fatto che a casa loro devono pulirsi il culo due volte con uno strappo di carta igienica.

Ed ora concludo con un episodio che ecciterà pesantemente la meb1969.
Nella vecchia officina di Pavia il bagno aveva la porta sul cortile ed era in comune col capannone adiacente; anche lì abbiamo dovuto togliere il rotolone, causa uso smodato di cani e porci, oltre al fatto che qualcuno si portava via direttamente il rotolo.
Un giorno d’estate usciamo per andare a pranzo. Come d’abitudine prendo due strappi dal rotolone all’interno dell’officina, esco, mi lavo le mani e, mentre chiacchiero col Capellone -un nostro collaboratore che era già calvo a vent’anni- mi asciugo le mani. Poi con la carta umida do una bella pulita agli occhiali da sole che avevo al collo, dopodiché, sempre con la stessa carta, mi soffio il naso.
Il muso della mia macchina era lì a due metri, così ne ho approfittato per dare un colpetto ai fari, incrostati di moscerini.
Appena ho finito quest’ultima operazione mi sono girato e ho visto Massimo e Mario con cinquanta euro in mano nel gesto di farmi l’elemosina e il Capellone col secchio della spazzatura in mano che mi veniva incontro:
«Non mi interessa se sei il capo: se non lo butti, ti sputo…»

Dottordivago

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