Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 23 maggio 2013

Sottotitolo: Il pianterreno della casa dalle finestre che ridono.

L’instant-post non fa per me, non ha mai fatto per me e oggi meno che mai.
Se la giornata non mi lascia il cervello come un dolce al cucchiaio -fatto raro, ultimamente- ho giusto tempo e forze per scrivere una ventina di righe con cui, chi come me era assente quando distribuivano il dono della sintesi ma che ha fatto la coda due volte per quello della divagazione, non riesce neanche a dirvi che ore sono.
Con venti righe al giorno viene lunga e parlando di un argomento di stretta attualità, tipo uno “scandalo”, tutto ciò che pubblico arriva come le immagini di Andromeda, che noi vediamo adesso ma è roba successa due miliardi di anni fa; inoltre, approderei alla fine del post in concomitanza con l’immancabile prescrizione o il sacrosanto non luogo a procedere per il suddetto scandalo.
Tutto questo, sempre ammesso che abbia voglia di parlare di certe schifezze.

Quindi, precluso il presente, e visto che di futuro non ci capisco un cazzo, mi rimane solo il passato, col vantaggio che non cambia, così posso scrivere le famose venti righe al giorno e, una volta raggiunta una certa massa critica o arrivato ad un punto in cui rifiatare, tipo oggi, clicco “pubblica”.

Come già detto, la casa dei miei nonni era divisa un terzo/due terzi dalla scala, come tutte le case di campagna dell’epoca.
A voler essere precisi, molto spesso la scala era al centro ma a mio bisnonno serviva “la bottega”, cioè la falegnameria, così si è tenuto un locale più ampio, anche se “ampio” va letto con una connotazione di quasi un secolo fa: la casa è 15x7mt, quindi l’area produttiva era circa 10x7mt, cioè 70 mq mal contati.
Oggi in 500 mq non si riesce neppure a farci stare un’orologeria, tra spazi come cessi per uomini, donne, trans-da-uomo-a-donna, trans-da-donna-a-uomo e tutto quanto preceduto dal sacrosanto “antibagno” che, se non ce l’hai, rischi multe da almeno tre ministeri: piuttosto ti conviene farti beccare con cinquanta schiavi cinesi in uno scantinato a lavorare in nero.
Poi ci vuole l’ufficio, la show room e il posto per il furgone.
Chissà come faceva mio nonno…

Il bagno era quello di casa, così aveva risolto il problema.
L’ufficio era un cassetto del bancone in cui teneva un quaderno con la copertina nera e la costa delle pagine rossa, su cui segnava

“guardaroba Rosanna dell’Oreste (inteso come Rosanna, figlia di Oreste): 80.000 lire”

oppure

“quattro finestre Prutasìn (Protàsio, il sacrestano): 59.000 lire”.

Due, massimo tre voci per pagina, visto che ci doveva stare anche la Marca da Bollo; due, massimo tre pagine all’anno: penso che la spesa mensile per l’adorata anguilla marinata, la vera colazione dei campioni, fosse molto superiore alle tasse che pagava in un anno, a parte l’INPS, nota come “la pensiòn” e l’ INAIL, “l’infortunio”.
Tranquilli, non è lui che ha mandato a puttane i conti dell’Italia: a quei tempi per un’azienda come quella di mio nonno, di dimensioni ed ambizioni veramente minime, praticamente non c’era l’obbligo della contabilità, si faceva qualcosina giusto per dimostrare che un lavoro ce l’avevi.
E con la burocrazia siamo a posto.

La show room… a cosa poteva mai servire?
L’unico modello di finestre e persiane era lo stesso di quelle installate nella bottega, mentre per il mobilio… Volevi un tavolo?

«C’me cul d’la Rusmina o cul del Pilade?»
(come quello della Rosmina o quello del Pilade)

Allora le porte delle case erano aperte e tutti conoscevano la casa di tutti, dai mobili alla tinta delle pareti; inoltre, con certi nomi, non era necessario spiegare con precisione di chi si stava parlando.
Quando proprio il cliente era uno di quelli rognosi, con due righe di lapis su una tavola piallata o su un raro pezzo di cartone, se non con un dito sulla polvere di una mensola, il progetto era messo giù in ogni particolare.

Ocio che mi scappa di divagare.

Sembra di parlare del Medio Evo.
Ho scritto “raro pezzo di cartone” perchè è così, era raro.
50 anni fa gli imballaggi erano ridotti al minimo e riciclati finchè ce n’era un pezzo, nessuno si sarebbe mai sognato di strappare uno scatolone per scriverci sopra; giusto se era a brandelli o se “aveva il culo rotto”, dopo che qualche avventato sprecone l’aveva appoggiato nel bagnato o sovraccaricato senza tenerci una mano sotto.
A quel punto non conveniva ripararlo, anche perchè il nastro da pacco era agli inizi, altrove, mentre a Cuccaro c’era ancora la costosa “carta gommata”, un rotolo simile al classico nastro avana da pacco ma con la colla secca su un lato, che andava attivata con un sofisticato catalizzatore: l’acqua.
Praticamente un francobollo lungo qualche decina di metri.Anche la pittura murale “pronta” era agli inizi, mentre mio nonno aveva un sacco di polvere bianca che andava sciolta nel solito catalizzatore, l’acqua, mentre se volevi un colore che non fosse il bianco, aggiungevi una cucchiaiata di “magia”, da pescarsi in barattoloni di latta contenenti polveri colorate

ASSOLUTAMENTE ED IRRESISTIBILMENTE AFFASCINANTI

in cui, per me e i miei amichetti, era impossibile non infilare le dita per poi sfigurarsi con improbabili pitture di guerra o improvvisare una sorta di Holi indù nel cattolicissimo Monferrato.
Quando qualche paesano veniva a prendersi “il colore per dare il bianco”, si portava il suo secchiello per la base bianca e un barattolo per la polvere magica.
Per il nuovo ritrovato della scienza moderna, il Vinavil, altro barattolo di famiglia.
Una manciata di chiodi? Un foglio di giornale, ovvio, procurato non si sa come e dove, visto che mio nonno non lo comperava mai, il giornale.
Ad Alessandria era un’altra musica ma a Cuccaro io ricordo donne che come shopping bag usavano ‘u scusà, il grembiule. No, dico… eh?…

Gente, io mi ricordo quando ho visto la prima borsa di plastica!
D’altronde, erano i tempi in cui Gino Bramieri era testimonial del Moplen, a Carosello: «E mò e mò?… Moplen!». Per il Moplen l’ing. Natta ha vinto il Nobel per la chimica nel 1963 e le prime materie plastiche erano un’innovazione così clamorosa che si faceva pubblicità non alla marca ma al materiale stesso, come se oggi si facessero gli spot per l’aerogel o il fullerene.

Di questa mia formazione parlavo giusto l’altro giorno ad un rappresentante, che mi ha visto asciugarmi le mani con uno strappo di rotolone di carta e, anzichè buttarlo nel cestino, mi ha visto stirarlo velocemente con le mani e appoggiarlo in un angolo, dove ce n’erano altri. Mi ha guardato incuriosito, allora gli ho spiegato che non sono l’avaro del secolo, anche perchè il rotolone-asciugone del bagno è a carico del proprietario del capannone, di cui io affitto una parte; semplicemente non amo lo spreco e quella carta, una volta asciutta, può servire a scopi più umili, tipo togliere una macchia dal pavimento o pulire le vetrine.
Eh, vecchia scuola…

Continua

Dottordivago

Annunci

Read Full Post »