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Archive for 7 maggio 2013

Sottotitolo: la cantina della Casa dalle finestre che ridono.

Sì, sono il Genio dei Titoli.
No, niente a che vedere con le funzioni urinarie della Chiabotto, si tratta semplicemente del seguito di “Tom Sawyer al plin”.
E se non cambio umore, preparatevi ad una lunghissima serie di “plin”: in questo periodo sono talmente schifato dalla società in generale -e dalla politica in particolare- che proprio non ho voglia di guardarmi intorno e commentare. Senza eccezioni, manco per la scomparsa dell’animaccia nera di Andreotti, Dio lo maledica e il Diavolo se lo prenda con tutti i segreti che s’è portato dietro.
Anche se mi rimane la speranza che a breve esca fuori un suo diario, in cui volutamente sputtani mezzo secolo di infamità… Sarebbe l’unica cosa che potrebbe farmi passare l’irresistibile voglia di cagargli sulla tomba.

Quindi, se non mi guardo intorno -e non sono sufficientemente sincero per guardarmi dentro- che faccio?
Guardo indietro, per mancanza di interesse all’oggi, senza la pretesa di fare il figo come gli stilisti, che regolarmente ripropongono roba già vista ma si tratta di “richiamo”, “omaggio”, “strizzata d’occhio” o, quando pure la copia gli viene male, una “provocazione”, comunque mai una “mancanza di idee nuove”.

Fino alla fine degli anni sessanta, la casa di Cuccaro era veramente “la casa dalle finestre che ridono”, nel senso letterale e positivo, niente a che vedere con l’incestuoso horror basso-padano di Pupi Avati.
È una casa grande, divisa un terzo/due terzi dalla scala: cantina, piano terra, primo e secondo piano, altissimo, da sempre adibito a solaio ma volendo ci starebbe alla grande un ulteriore terzo piano mansardato.
Ci vivevano i miei nonni materni e mia zia, sorella zitella di mammà.
Fino al ‘66 ci abitava pure mio prozio, fratello di mio nonno, scapolo impenitente e trombatore a pagamento, in trasferta, mai in paese, dove avrebbe potuto operare gratuitamente ma dove, magari, qualcuna avrebbe potuto incastrarlo.
Morto d’infarto prima dei sessant’anni, in una insolitamente primaverile giornata di novembre, durante un’uscita di caccia.
Fucile in spalla e sigaretta in bocca, ecco come muore un uomo fortunato.

La cantina.
Partendo dal basso, la cantina è ancora bella, nonostante i due muri nuovi che inglobano la nuova scala e che la dividono in un terzo/due terzi come il resto della casa. Ma allora era una meraviglia. Lunga come tutta la casa, pareti in mattone, come di mattoni era il soffitto tondo: una specie di largo tunnel con il pavimento di tufo, in cui trovavano posto botti, damigiane, bottiglie e tutto il necessario per la vinificazione.
La scala era una meraviglia, realizzata con la casa, nel ‘33, segando nel senso della lunghezza un tronco di rovere e ricavando i due “staffoni” semicircolari, resi levigati dallo sfregamento delle mani nel corso di migliaia di risalite e di discese all’indietro, assetto consigliato vista la notevole pendenza.

Solo in cantina c’era già un mondo da scoprire.
Il profumo del mosto in periodo di vendemmia lasciava il posto, nell’inverno, a quello del vino; poi c’erano le damigiane a collo largo con l’aceto e i peperoni, manco a dirlo, sottaceto, svariati vasi di vetro con le acciughe sotto sale, qualche insaccato che pendeva… Il tutto ammantato da un leggero, delizioso sentore di muffa, di “quella” muffa che solo un  barbaro, che non apprezzi il profumo di un porcino, di un gorgonzola o della pelle di un salame di Varzi, poteva definire puzza.

Tutto ciò conferiva un profumo unico alle cinque o sei casse da morto.

Nuove, neh?…
Mio nonno e suo fratello erano i falegnami del paese, figli d’arte, e ovviamente facevano di tutto, compreso fornire la cassa di legno e saldare a stagno la cassa di zinco con dentro il morto, operazione che si svolgeva a casa del morto, non lì.
Nelle giornate particolarmente calde, mi mettevo un maglioncino e andavo a fare il pisolino pomeridiano proprio lì, nelle casse: il posto era freschissimo, tolto il coperchio l’interno era pulito, una vecchia trapunta piegata che faceva da materasso… E dove avrei potuto trovare un posto migliore? Un pisolino al fresco e un successo assicurato nel raccontarlo agli amichetti: il mio pane.
Eppure dovevo farlo di nascosto da tutti: sia nonna che zia lo trovavano inquietante, mentre mio nonno diceva che rischiavo di rigare la vernice…

Se mai esiste qualcosa di vero nei versi “dal ribollir dei tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar”, se mai esiste qualcosa che può avere quell’effetto, probabilmente lo imbottigliavano in quella cantina.
“Una volta erano ignoranti ma…” è il classico incipit di chi si prepara a parlar bene del passato. Infatti, una volta che erano ignoranti, gli uomini -almeno mio nonno e mio zio- si scoppiavano un litro di vino a testa a pranzo, poi facevano il pisolino.
Ovviamente era vino fatto apposta per un consumo esuberante, un barbera definito “vinello”, undici gradi mal contati e un profumo, ma un profumo…
A differenza di oggi, che se un vino non è diciotto gradi non se lo caga nessuno, allora si raccoglieva tutta l’uva, non come i cagoni odierni che ne lasciano metà sui filari per poter dire che “la qualità impone scelte…”. Poi tirano su il vino di tre o quattro gradi con lo zucchero, pratica che gli stessi cagoni vogliono mantenere vietata, per tirarsela nei confronti di altri paesi in cui è consentita.
Conoscete la zona di Canelli? Be’, è uno dei posti dove si fa più vino, in Italia.
E chi è il più ricco della zona? Uno che vende lo zucchero. Così, per dire…

Allora l’uva si raccoglieva tutta e se la vendemmia era buona, usciva un vino di 13/14 gradi, sennò qualcosa meno. In entrambi i casi, tranne una parte che diventava vino da imbottigliare per le feste e le occasioni, il resto del mosto era allungato con acqua per abbassare la gradazione zuccherina e di conseguenza quella alcolica, al fine di renderlo più adatto al robusto consumo dell’epoca.
Questo “vinello” veniva conservato nelle botti e spinato al momento del consumo, pratica che resta uno dei miei più bei ricordi.

La prassi prevedeva che, sia a pranzo che a cena, uno dei due fratelli scendesse in cantina col “bottiglione”, il classico doppio litro, meno fashion del fiasco ma più capace: due litri a pranzo, due litri a cena.
Un litro a testa, a pasto: cosa vuoi che sia, per due uomini…
Quando sono arrivato io, il rituale, anzi, il rito, si è arricchito di un chierichetto: che scendesse lo zio o il nonno, ciò avveniva con me sulle spalle. Una volta in cantina, il bottiglione e il suo imbuto finivano sotto la spina della botte, che veniva aperta e il vino iniziava a sgorgare, creando una schiuma rosso rubino.
Il colore di quella schiuma… E il profumo!…
Non per niente quei due erano fratelli, erano stupidi uguale: entrambi si chinavano e mi mettevano il naso a due dita dal vino che sgorgava, fingendosi sorpresi quando io, con un colpo di reni, riuscivo a bagnarmi le labbra.
Ovviamente non riuscivo a berne ma mi bagnavo il becco a sufficienza da puzzare come un carrettiere quando tornavamo su, così nonna e zia passavano i primi minuti a tavola dando del “sensa cugnisiòn” (senza cognizione, ndt) al cantiniere di turno.

Nella cantina delle meraviglie c’era un’altra cosa che mi lasciava letteralmente affascinato: el mutùr, il motore.
Anzi, IL Motore.
La prossima volta vedremo il pianterreno, per il momento vi basti sapere che proprio sopra la cantina c’era la “bottega”, cioè la falegnameria.
El mutùr era un motore elettrico che a me sembrava enorme e che in effetti piccolo non era, anche se si trattava solo di un 4 o 5 hp, che oggi sarebbe grosso come una botticella da cinque litri, tipo quelle della birra con cui la gente si fa regolarmente male alle feste.
Ma quel motore era degli anni 30, imponente, messo su una mensola a un paio di metri da terra da mio bisnonno, colui che ha costruito quella casa intorno alla bottega, che nessuno -tranne me oggi- ha mai chiamato “falegnameria”.
Dal motore partiva una cinghia di cuoio nero che attraversava in diagonale la cantina, si infilava in una fessura creata apposta nel soffitto e scompariva.

Per me poteva arrivare fino in cielo e far girare il sole.
In realtà faceva girare un albero (che vedremo poi) che portava il moto a tutti i macchinari della bottega.
L’accensione avveniva in bottega, preceduta da un «Tensiòn che anvìsc… (attenzione che accendo)», una specie di “cade” da boscaioli o di “ciak si gira” da cineasti.
Io avrei voluto avere due teste.
Una in cantina per vedere partire il mutùr, con quella cinghia smisuratamente lunga che cominciava a correre oscillando, emettendo un flap flap che mi attirava come fa il miele con le mosche: madonna che voglia di metterci un dito sopra…
Una seconda testa per vedere il gesto dell’accensione, che avveniva –giuro, non è folklore- con un sezionatore a leva, cioè un “interruttore” identico in tutto e per tutto a quelli che si vedono solo nei film di Frankenstein, d’altronde si trattava di un impianto coetaneo dei più famosi horror in bianco e nero.

A differenza dei macchinari di oggi, che puoi avviare sfiorando un pulsantino mentre con l’altra mano scrivi un sms sul cellulare o fai quello che vuoi, l’accensione del mutùr richiedeva concentrazione.
Anche un atteggiamento e un’espressione particolare, di circostanza, un misto di solennità e diffidenza, con una puntina di timore, che diventava orgoglio mal celato appena la puleggia cominciava a far girare l’albero principale.
Adoravo quel momento, anche perchè lo scambio di contatti sparava certe fiammate… Uscivano persino dalla scatola di legno che conteneva il tutto.

«NONNO!… COS’È?!»
«Eh, gioia… la forsa mutrìs!…»
Gente, dritti con la schiena e orecchie aperte: stiamo parlando della

Forza Motrice

Giuro, la prima volta che al cinema ho sentito “Luke, segui la Forza!…», io ho pensato al mutùr.
La “forza motrice” non era la normale corrente elettrica, la scontatissima e comune 220 che faceva accendere le lampadine.
Era effettivamente diversa, era quel flusso, all’apparenza infinito, di energia che permetteva al mutùr di far girare la bottega e far vibrare tutta la casa.
Era una cosa arcana e lo è rimasta per anni, ammantata da un’aura magica, una cosa da Eletti.

Che delusione aver scoperto che si trattava di una proletaria 380 trifase.
Continua.

Dottordivago

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