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Archive for 6 maggio 2013

Il plin è un gesto che sta al Piemonte come il simbolo della pace sta a Woodstock: è il pizzicotto con cui si chiudono gli omonimi agnolotti, quelli veri, che puoi scolare e servire su un tovagliolo di lino, non serve altro; se poi vuoi fare un uovo da due rossi, allora togli il tovagliolo e ci versi un bicchiere di barbera, dolcetto o nebbiolo, nè “importante” nè barricato: hai presente “buono”?  Ecco, buono.
Al limite burro, per astemi, oppure (poco!) sugo di stufato, per voluttuosi.
Astenersi mangiatori di zozzerie ripiene, inondate di sughi vari, ADDIRITTURA IL POMODORO! E ho detto tutto.

Il Tom Sawyer del Basso Piemonte ero io.

Tom Sawyer è un ragazzino vivace, discolo, irrequieto. Combina sempre guai però sa essere simpatico e furbo: ha la dote di riuscire a salvarsi dalle punizioni della zia Polly facendola ridere e di trasformare le punizioni in affari redditizi come quella volta in cui, dovendo verniciare uno steccato, convince i compagni che si tratta di un privilegio tale che essi lo pagheranno per fare il suo lavoro. Tom è leale e crede nell’amicizia, sente il desiderio di crescere e se fugge ha la nostalgia di casa. È un monello non ancora capace di escludere dalla sua vita la famiglia e l’ambiente in cui è cresciuto, un bambino che sa vivere a suo modo la propria infanzia.

La descrizione di Tom Sawyer mi calza al 90%, il restante 10% sta tutto nei capelli rossi, lentiggini e capacità di sfuggire alle punizioni, mentre io avevo i riccioli biondo-castani (poi il biondo si è scurito), una pelle come una pesca e per punizione ho sempre preso un sacco di legnate: forse la zia Polly era un po’ rincoglionita, i miei no. 
E comunque non le ho prese “sempre”, direi piuttosto che mi sgamavano  “raramente”, sennò non sarei arrivato con le mie gambe alla Prima Comunione.

Ancora il piccolo Dottordivago protagonista di un post?
No, solo qualche semplice precisazione.

Nel racconto delle prime vacanze al mare con la mia famiglia, non vorrei aver dato l’idea di essere stato, per rimanere nel genere, una specie di Oliver Twist.
Sia chiaro, non cambierei la mia infanzia con quella di nessun altro.
Certo, come ho già detto, a casa mia non esisteva lo spreco: anche se i miei non erano contadini, la cultura era quella. E si è mai visto un contadino che spreca?
Questa mentalità quasi ottocentesca si rifletteva su ogni aspetto della nostra vita, almeno nei primi anni della mia. Per fare un esempio, anche se sono nato in Alessandria, ho praticamente passato l’infanzia nella casa dei nonni materni, a Cuccaro Monferrato, dove  tornavo appena possibile: anche quando andavo a scuola, se solo c’era una mezza giornata di festa, tac, ero lì.
Era la casa che, fino all’adolescenza, ho sempre considerato la mia vera casa.

Be’, tanto per dirne una, in quella casa non c’era il riscaldamento.
Anche lì, non per mancanza di mezzi, semplicemente perchè il riscaldamento, i termosifoni, non erano previsti da una mentalità contadina da pre-avvento della lucifera televisione, in questo caso intesa proprio come “portatrice di luce”.
C’era la stufa in cucina, così quel piano era a posto, e per non privarsi di niente, addirittura una stufa catalitica in bagno.
A proposito, mi scappa di divagare.

A causa di quella catalitica di merda, per poco mia sorella non ha girato l’occhio.
È successo durante le vacanze di Natale del ‘73: lo ricordo benissimo perchè proprio in quei giorni avevo iniziato a tappezzare la camera con poster di motorini da cross, giusto per chiarire a tutti che entro un paio di mesi avrei avuto 14 anni e che l’esame di terza media era una mera formalità.
Una mattina, mia sorella, 16 anni, si fa il solito bagno da giorno di vacanza, in stile Zsa Zsa Gabor, con l’acqua un dito sotto al naso e una spanna di schiuma. Se non che, tra il vapore e l’ovvio consumo di ossigeno della catalitica, poco dopo ha iniziato a non sentirsi bene.
Per fortuna non ha fatto come le succedeva spesso, cioè di addormentarsi nella vasca e svegliarsi quando l’acqua si raffreddava: si è tirata su, si è infilata l’accappatoio ed è uscita dal bagno quando già stava svenendo. La porta del bagno dava sul pianerottolo da cui si andava nella zona giorno -che allora noi inguaribili radical chic chiamavamo “cucina e tinello”- oppure si infilava la scala che portava al piano sotto dove si trovava la nostra mega camera da letto, in cui c’era posto anche per alcuni cugini e cugine che abitavano a duecento metri ma che, in estate, spesso non andavano neppure a casa a dormire.
Mia sorella ha infilato la scala.
Rotolando.
Probabilmente era già svenuta prima di toccare il primo scalino, infatti io, che me ne stavo bello schiacciato sotto le coperte, ho sentito un gran casino, durato un attimo, seguito dal silenzio più totale.
I miei nonni, un po’ duri d’orecchi e dall’altra parte della casa, non hanno sentito niente, così mi sono alzato io. Apro la porta e praticamente inciampo in mia sorella, completamente nuda salvo un braccio ancora infilato nell’accappatoio, “in una posizione innaturale da burattino spezzato”, come direbbe un cronista di “nera”.
Primo pensiero mio: «Porca troia che razza di una gnocca che è mia sorella!», poi l’amore fraterno ha prevalso.
Non sono mai stato uno che per prima cosa strilla “aiuto!”, così non ho allarmato i nonni, l’ho trascinata in camera (mi piacerebbe dire “l’ho presa in braccio” ma a tredici anni non ce la facevo), con una fatica da bestia l’ho messa a letto e dopo cinque secondi ha iniziato a riprendersi.
Ora che ci penso… Per me è stato una sorta di “battesimo della gnocca”: avevo già giocato al dottore con alcune bambine della mia età ma quella è stata la prima volta che ho maneggiato tette e chiappe post-puberali.
Comunque, un bernoccolo, qualche livido e chiuso l’incidente. Per noi due.
Non per i miei, che da quel giorno hanno cominciato a guardare al bagno, inteso come stanza, con la stessa preoccupazione che gli ebrei di Auschwitz riservavano alle loro “docce” e quando io o mia sorella entravamo in bagno, ogni trenta secondi arrivava qualcuno a bussare e domandare: «Tutto bene?»
Per carità, ben venga la prudenza, però lì si esagerava, visto che lo stesso stato di allarme vigeva anche in estate, a catalitica spenta, o magari anche quando non ci andavo per farmi il bagno.
Ecco, forse quella è stata la parte più triste della mia infanzia/adolescenza: provate voi a rispondere “sì, tutto bene” a qualcuno che ogni trenta secondi ti interrompe una sacrosanta pippa…

Continua.

Dottordivago

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