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Archive for 27 aprile 2013

…che ieri, dopo aver letto il finale “…ma toccherà parlarne domani…”, avete detto: «Seee… domani…»;

care facce di merda2 che il finale di ieri manco l’avete letto perchè non mi cagate più quanto sono lungo e passate di qua solo se nessuno vi ha twittato una fava e/o non avete voi una fava da twittare;

care facce di merda3 che non avete letto il post di ieri semplicemente perchè state facendo un ponte da sabato 20/04 a domenica 05/05 e “guarda, in albergo c’era un wi-fi vergognoso”;

be’, cari tutti quanti, eccolo qua: il Dottordivago-due giorni-di-fila, come ai bei tempi in cui avevo tempo di avere tempo.

Poi, per concludere il lavoro di segreteria:
marca “bravo” al Camagna che ieri sera mi ha paragonato a Ken Follett (e faccio finta di non avere capito che mi leggi perchè, a differenza di Ken, da me è tutto gratis…);
marca “stai attento” a MarcoVal che ieri, su Feisbuk, ha scritto
val
Allora, MarcoVal, ascoltami bene: se ti becco ancora a scrivere “followare”, ti do un calcio nella portiera della macchina, va bene?
Ti cerco, ti trovo e ti do un calcio nella portiera della macchina: non è una minaccia, è una promessa, come diceva il sergente Markoff in “Beau Geste”.

Ok, torniamo all’ ingenuità vacanziera degli anni 70.
Sembra incredibile ma, ancora nella seconda metà degli anni 70, a Borghetto SS c’era anche un turismo agiato e benestante, se non addirittura ricco.
Tipo il famoso “editore” di pornacchioni, padre di F., l’unica diciottenne italiana affamata di cazzi come una trentenne caraibica, veramente una malata.
Che io, peraltro, mi premuravo di curare in ogni modo, con risultati notevoli, tranne la volta in cui ho scoperto la riserva speciale del padre, un piccolo congelatore pieno di Biancosarti, l’aperitivo vigoroso: francamente non so perchè “aperitivo”, mentre per dare un senso al “vigoroso” intervenivano i 45° alcolici. Ricordo solo che ghiacciato a 25 sottozero era uno spettacolo.
Di quella giornata ricordo anche di aver praticato un intervento di primo soccorso alla malata, nel senso che se non la ciulavi nei primi 30 secondi dal “ciao, sei sola?”, le scoppiava la patata. Poi le ho praticato un richiamo come per l’antitetanica, per stabilizzare la paziente dopo di che, purtroppo, è avvenuta la scoperta del Biancosarti.
Terrazza vista mare, sole, aperitivo vigoroso ghiacciato… insomma, ne ho scoppiato una bottiglia e credo di essere svenuto a metà della terza fase della terapia.
Incazzata a morte perchè il giocattolo aveva finito le pile, la dolce F. mi ha:

  • rivestito
  • trascinato in ascensore
  • trascinato fuori dal portone
  • abbandonato sul marciapiede
  • tolto il saluto

Mah, forse è stato meglio così: anche se teoricamente la paziente era lei, un giorno o l’altro le sarei rimasto sotto i ferri, a ‘sta matta…

Eh sì, c’era gente strana, in quegli anni.
Talmente strana che arrivavano addirittura alcuni turisti stranieri.
Ok, era tutta gente che veniva truffata, ne sono sicuro, infarloccata da qualche operatore che mostrava foto delle Cinque Terre e li spediva a Borghetto SS.
Oddio, molti erano olandesi… Avete presente le spiagge olandesi, sì?…
Vanno giusto bene per le pubblicità del Nescafe, tipo quella della gnoccolona in terrazza, sulla sedia a dondolo, gambe raccolte e piedi nudi, avvolta nella coperta mentre sorseggia il bibitone caldo e mira l’infinito, che è rappresentato da nuvoloni tutt’uno con un mare grigio degradante in un pantano che diventa i due km di spiaggia su cui sorge la casa della tipa.
Quindi, prima mettiti le calze, che prendi freddo; poi, quando decidi, vieni a Borghetto, va’, che è sempre meglio di quel posto lì…
Effettivamente, per quei turisti si trattava di mezza truffa, nel senso che confrontata alle loro spiagge, quella di Borghetto sembrava Playa Sirena a Cayo Largo e pure i Pantani Padani alla foce del Po ne uscivano bene.

Ma non riesco a togliermi di mente le lacrime di Allison.
Pensa che dopo quasi quarant’anni mi ricordo ancora il nome completo: Allison Mc Neal. E se allora il suo mi ricordava un nome da sceriffo, tutto il resto mi ricordava che la natura può essere davvero meravigliosa.
Allison era bellissima, no, di più, era… un sogno.
Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non l’ho toccata con un ditoCOGLIONECOGLIONECOGLIONECOGLIONECOGLIONECOGLIONE.

Io avevo 17 anni, lei uno di meno, però abitava a New York ed era un momentino più sveglia di me, intendendo “di me come sarò l’anno prossimo, a 54 anni”.
Era già stata dappertutto, aveva già visto tutto, i suoi genitori sembravano usciti dalle foto della Notte degli Oscar, gente da Red Carpet.
Trombati da un tour operator.
Borghetto era una tappa del loro giro d’Europa di un paio di mesi e ci sarebbero dovuti rimanere un paio di giorni, una tappa tra la Costa Azzurra e Genova, prima di calare a sud.
Arrivati a bordo di una Mercedes noleggiata a Ventimiglia, non si sono neppure preoccupati per il pacco: tempo di fare due telefonate e sarebbero ripartiti per un luogo che li meritasse. Per muoversi più liberamente, il padre di Allison aveva spedito moglie e figlia nella prima spiaggia vicino a dove avevano parcheggiato e si era fiondato in un’agenzia che millantava un ottimistico “english spoken”.

La spiaggia in questione erano i Bagni Nettuno, dove io facevo i primi timidi ingressi fraudolenti, visto che i miei, dopo qualche anno di gavetta in spiaggia libera, si erano piazzati ai Bagni Marina, uno stabilimento vecchio stile, il che, parlando della Liguria anni 70, significa che per un pelo le donne non facevano il bagno con i mutandoni e il cappellino.
Quando me la sono vista davanti… ancora un po’ e scappo.
No, dai… “bella” va bene, “bellissima” meglio ma così… così è troppo!
L’ho seguita e contemplata mentre entrava in acqua e mentre ne usciva, senza osare rivolgerle una parola, fino a quando si è diretta al bar, dove l’aspettava la madre, per bere qualcosa.
Dunque, il personale dei Bagni Nettuno aveva una buona dimestichezza col savvonnese e grossi problemi con l’italiano, mentre una qualsiasi lingua straniera era trattata come i rumori del fax: gli vedevi proprio il fastidio dipinto in faccia.
Col mio inglese scolastico da “de buc in on de teibol” non ho esitato un attimo: «Can I help you?» e mi sono guardato intorno per vedere se mai c’era qualcuno che rischiava di saperne più di me…
Nessuno?… Dio benedica l’ignoranza.
Al che mi sono girato e… AAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHH………………
Sono caduto in quegli occhi.
Era… era… va be’, voglio spiegarmi bene:

era talmente bella che non l’ho mai associata ad un turpe desiderio, non l’ho pensata neppure nel corso di una pippa, non l’ho mai sfiorata neppure col pensiero.

Mi sono spiegato, adesso?
Andiamo avanti. Il mio problema con l’inglese è che sono incredibilmente portato per tutti i dialetti e gli accenti, ho una pronuncia spettacolare; addirittura, anni dopo, a seconda dello stato USA in cui mi trovavo, acquisivo la cantilena tipica del luogo. Una volta al bar Moderno, in Piazzetta, parlavo con una americana di passaggio e un mio amico mi ha detto: «Ma sei scemo? Parli come Heather Parisi…». Una specie di Zelig, insomma.
Il problema è che lo studio non è mai stato il mio forte, così la grammatica era disastrosa e non era raro che uno straniero di lingua anglosassone pensasse di parlare con un connazionale, però scemo o dislessico.

Infatti Allison, felice di aver trovato un buon selvaggio, ha parlato a raffica per trenta secondi, discorso di cui io ho capito:

capelli biondi-biondi-biondi-ma-quel-biondo-non-scialbo… occhi azzurro carico e luminoso… nasino perfetto… bocca di rosa… denti abbaglianti… olimpionico rosso… tette… vitino… fianchi… patata… cosce… rotule perfette (e va’ che per notarle lì in mezzo dovevano essere belle davvero…) polpacci… caviglie… piedi… bela… tuta bela… io… sposare…

Stava parlando a un cerebroleso che contemporaneamente le stava facendo la TAC.  Mi ha toccato il torace con la punta delle dita, per svegliarmi, poi ha fatto il tipico gesto delle dita a “V” che indicavano prima i miei occhi poi i suoi.

Mi è salita la nausea al pensiero della figuraccia che stavo facendo e mi sono ripreso solo grazie alla risata della madre che ha fatto sorridere la figlia: non fosse stato per la signora, ne sono certo, mi sarei cagato addosso lì, in piedi, e sarei rimasto lì, fulminato, a lasciarla colare dal costume, mentre qualcuno mi avrebbe girato il secchio della spazzatura in testa e tutti avrebbero ballato intorno a me, deridendomi e sputandomi addosso e io ne sarei stato felice perchè ce l’avevo messa tutta per meritarmelo.
Morale, grazie a mammà, un po’ mi sono ripreso io, un po’ era abituata lei a certe reazioni, fatto sta che mi hanno offerto da bere e nel limite del possibile ho fornito loro qualche indicazione.
Quando ho capito che erano solo di passaggio, che tempo un’oretta, forse meno, sarebbe scomparsa dalla mia vita, avrei voluto morire ma… posso forse io seguire gli angeli in volo?

Poco dopo se ne vanno, insieme con la mia voglia di vivere.

Saranno passati cinque minuti e vedo Allison stravolta che entra nel bar:
cercava me!
La faccio più breve che posso: la madre era caduta sulla scala che dal sottopasso portava su, all’Aurelia e si era rotta una gamba, un classico tibia/perone; lei non sapeva dove fosse suo padre e nessuno capiva ciò che diceva…
«Help me, please, Carlo, help me!…»
E dov’è il problema? Vuoi un organo? Tutto il mio sangue? Una delle mie gambe per tua mamma? Tutte e due? Dov’è il problema?…
Ho rintracciato il padre, l’ho accompagnato dalla moglie, sono salito in macchina con loro e li ho guidati fino al Santa Corona, l’ospedale di Pietra Lugubre, dove ho trovato un’infermiera che parlava un discreto inglese e dove Allison ha seguito la mamma, mentre il papà riportava me a Borghetto, un “me” disperato per non aver potuto neppure salutare Allison.
Quando il tipo mi ha scodellato a destinazione, ho capito che cercava i soldi per  la mancia; l’ho bloccato e gli ho detto: «…A kiss… to Allison… from me… ok?»
Un sorriso e un cenno del tipo “ok, piccolo dislessico innamorato, ok…”

E se adesso vi dicessi che il giorno dopo mi sono ritrovato Allison ai Bagni Nettuno, ci credereste?
Avevano deciso di fermarsi qualche giorno per lasciare rifiatare la signora e naturalmente si erano stabiliti a Loano, nell’unico albergo con un po’ di stelle in quella zona, e tutto questo, vi faccio notare, ad agosto: potere del dollaro…
Siccome ero diventato il suo amichetto, siccome più o meno due parole con me riusciva a farle, siccome avevano capito tutti quanti che ero perfettamente innocuo, se non in assoluto, di certo in presenza di Allison, lei passava il mattino con mammà e nel pomeriggio veniva in bici a Borghetto, per tre o quattro giorni.

Mai sfiorata con un dito.
Col senno di poi, ho capito che avrei potuto farlo, oh se avrei…
Quando se n’è andata quasi non ho sofferto, visto che, fin dall’inizio, non avevo pienamente realizzato cosa mi stava succedendo.

Mi sono ricordato di lei molti anni dopo, quando, con Bimbi, ho visto “Il nome della rosa” e nell’ultima scena ho fatto mio il dolore del fraticello che rinunciava alla bellissima stracciona.
Ben conscio del fatto che lui, più nobilmente, ha rinunciato dopo aver assaggiato mentre io non ho proprio rischiato di portare a casa un punto.
Però entrambi avevamo un grandissimo rimpianto ma con in mano qualcosa di più importante.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Dottordivago

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