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Archive for 1 aprile 2013

Dopo il numero zero, il bis, il tris e il poker, vai col quinto ed ultimo episodio de “I racconti della 128”, almeno per quanto riguarda l’anno in questione.

Come già detto, in quell’estate da neopatentato, anzi, da foglio-rosa-timbrato, ho dovuto condividere l’auto con mio padre, e dicendo “condividere” intendo che il poveretto sarà riuscito a guidarla ancora quattro o cinque volte fino a quando, nell’autunno, si sarà detto che il pranzo con la cena era lui che li metteva insieme, quindi si meritava una macchina nuova.

I nostri viaggi di famiglia erano a breve raggio e di piccolo cabotaggio: in quei sei mesi credo di non aver mai trasportato i miei in un percorso diverso dalla classica Alessandria-Cuccaro-Alessandria domenicale, tranne che in un’occasione: le vacanze al mare.
Ecco, lì ho capito che stavolta contavo qualcosa, che avrei potuto sollevare mio padre da quella che per lui era una vera incombenza.
Mi scappa di divagare.

Mio padre non è mai stato un gran pilota.
Per carità, non era il classico Mr. Magoo, quando serviva pestava pure.
Ed era preciso e attento, molto attento, per compensare una vista non proprio da aviatore, cosa che -me ne rendo conto adesso- lo rendeva teso come una corda di violino per tutto il tempo in cui teneva il volante in mano.
Povero papà… gli occhi sono sempre stati il suo problema, fin da piccolo.
Se mio nonno non fosse stato uno zulù (accezione alessandrina effettivamente razzista, visto che battezza somari come mio nonno col nome della fiera e bellicosa tribù sudafricana) credo che a Solero, il paese vicino ad Alessandria dove è nato, sarebbe stato il primo bambino con gli occhiali: classe 1929, ha sempre avuto problemi di vista, fin da bambino, ma credo che abbia messo i primi occhiali dopo la guerra, poco prima dei vent’anni, quando è stato in grado di portare a casa uno stipendio e di pagarseli.
Una miopia degenerativa, in modo molto lento, per fortuna.
Fino al 1990, quando ha subìto il primo intervento con il laser, che gli ha regalato qualche anno di vista pressoché normale, ha portato degli occhiali assurdi, tipo quelli che di solito hanno il naso e i baffi attaccati, dei fondi di bicchiere che gli davano l’aspetto del postino del Gruppo TNT.
Io lo chiamavo “l’uomo di Monte Palomar” perchè sostenevo che uno con tutte le diottrie, con i suoi occhiali, avrebbe potuto vedere Andromeda e pure oltre.
Poi, dopo i due interventi con il laser, al San Martino di Genova, si è potuto permettere degli occhiali normali con cui, per qualche tempo, ha acquisito una vista -per lui- assolutamente prodigiosa.
Poi la china degenerativa ha ripreso il sopravvento e, un anno sì e uno no, qualche correzione toccava farla. Io sono così stronzo che quando diceva: «Devo andare dall’ottico a fare degli occhiali più forti…» io gli facevo notare che il grado successivo di correzione aveva le orecchie e la coda, tipo cane lupo, per capirci; lui mi mandava a dar via il culo e la pratica era sbrigata.Fino ad un paio di anni fa riusciva ancora a percorrere a memoria la strada Alessandria-Cuccaro e a portare mia mamma al supermercato, poi si è dovuto arrendere: ormai è ipovedente, esce solo nelle ore di piena luce e cammina per casa sfiorando le pareti con la punta delle dita, con un’insospettabile grazia.
Un abbraccione forte, papà.

Insomma, in quell’estate del 1978, a fine luglio, c’era da pianificare la trasferta agostana al mare.
Fino ad allora a me non cambiava nulla; il giorno prima facevo il cretino in Alessandria, poi un’ora di bagagli e due ore di macchina ed eccomi lì, a fare il cretino al mare.
Però c’è una bella differenza tra essere il passeggero o il comandante della nave, la posizione carismatica si paga con la responsabilità.

Diciamo che le cose hanno preso subito una piega diversa.
Stante il fatto che le nostre operazioni di carico vacanziere avevano più similitudini con un “Cammino della Speranza” che con una partenza per una vacanza balneare, il ruolo di mio padre ricordava molto quello di Cary Grant in “Operazione Sottoveste”: capiva che non era una cosa seria e non c’erano alternative ma cercava, comunque, di mantenere un certo contegno.
Io ero Tony Curtis, nello stesso film, molto più permissivo e lassista.

Dopo che mio padre aveva sentenziato: «Guida Carlo», sembrava avesse abdicato: quasi quasi mia madre mi chiedeva cosa avrebbe potuto portare, visto che fino all’anno prima c’era la lotta tra lei -che voleva munire di ruote il condominio- e mio padre, molto più minimal. Purtroppo in un momento di magnaminità, a causa del giramento di testa conseguente la consacrazione di “autista di famiglia”, ho detto a mia madre: «…Ma porta quel che vuoi…» e lei mi ha preso in parola.

Ho generato un mostro.

Se fino a quel momento mia madre organizzava una specie di trasloco, pur controllata da mio padre, quell’anno ha iniziato ad ammucchiare roba in sala già una settimana prima della partenza e ad ogni domanda di mio padre:
«Us pò savèi se t’ fai? (si può sapere cosa fai?)»,
mia madre rispondeva:
«Carlo l’ha dič c’ui sta (Carlo ha detto che ci sta)»
e lui rispondeva nell’unico modo che conoscesse: un’alzata di spalle, una scrollata di testa e un “Mah!…”.

Noi eravamo in quattro e al mare ci stavamo un mese ma mia madre si portava dietro le vivande sufficienti per dieci persone, ovviamente per due mesi.
Se dicevamo qualcosa, lei si girava di scatto come un cane a cui stessero per toccare l’osso, ringhiando: «Voi non lo sapete -no?- quanto costa la roba al mare, eh?…»
Poi, al mare, per un mese, tutti i giorni andava a fare la spesa.
Se non che, quando era quasi ora di rientrare ad Alessandria, comperava un metro cubo di roba in un magazzino sull’Aurelia e ad ogni pezzo che metteva nel carrello mormorava: «Che prezzi!… Qui sì che fa piacere comperare!…»
Una volta che le ho fatto notare la logica del suo comportamento, non mi ha neppure risposto: mi ha guardato con un misto di dolore e compatimento e ha messo nel carrello un ottavo di forma di Parmigiano.
E se detto così non sembra un gran che, sono circa 4 chili, chiaro?…

Morale della favola, la bagagliera, che già normalmente reggeva un carico importante, si era ritrovata ad essere perfettamente speculare al resto della macchina e la 128 sembrava riflessa in un lago: tanto c’era sotto quanto sopra, una specie di clessidra. E se ci fossimo fermati in un caravanserail, avremmo attirato orde di bambini frementi, nell’attesa che venisse montato il Gran Bazar che trasportavamo.

Faccio due esempi ulteriori.
Mia madre si voleva portare l’asse da stiro.
Ero abbrutito dalla fatica per la roba che avevo caricato, quindi non ero molto lucido ma quando mi sono visto riflesso in una vetrina, con l’asse da stiro sotto al braccio come una brutta, bruttissima imitazione di sfigatissimo surfista, sono tornato indietro e al citofono ho domandato a mia madre cosa le dicesse il cervello; mi ha risposto che l’asse che aveva nella casa al mare faceva cagare e che se volevo le camicie belle stirate era meglio se gli trovavo un posto.
Ok, ho pensato, questa ancora gliela passo…

Anche perchè mio padre era uno splendido ufficiale di carico.
Poche persone al mondo erano in grado di progettare, costruire e consolidare una simile struttura sopra il tetto di una macchina, nonchè renderla in grado di sopportare 130 km con me alla guida: tanto, veramente tanto di cappello, papà.

Siamo pronti.
Io alla guida, papà e sorella dietro, mancava solo mia madre, a cui toccava onore e onere di chiudere acqua e gas, calibrare micrometricamente i fili di luce delle tapparelle per le piante, salutare la vicina e lasciarle le chiavi di casa, ovviamente per bagnare le piante. Vicina che, naturalmente, tra un “ma non dovevi” e un “non posso accettare”, per quella mansione sarebbe stata generosamente ricompensata con un “Pane del Pescatore” della premiata pasticceria Papa, sempre sull’Aurelia.

Vediamo arrivare mia madre, con una voluminosa borsa piena… piena di… che cazzo c’ha, in quella borsa?

Il vaso del basilico.

IL – VASO – DEL – BASILICO!

«Mamma, cazzo, stiamo andando in Liguria e ci portiamo… IL BASILICO! La Liguria produce basilico. Esporta basilico. In tutto il mondo, cazzo!»
«Eh, sì, scemo, secondo te lo lascio a morire sul balcone…»

Ho visto spuntare la mano di mio padre da dietro, una mano insolitamente nodosa e forte di aspetto, come se stesse per scattare, come la spada di un Angelo Vendicatore. Anche la voce era leggermente diversa:
«Dammela qui… la teniamo in mezzo… io e Patrizia…»

Scendo un attimo dalla macchina e faccio un saltino di 35 anni per rivedermi la scena: «Ciao famiglia di pazzi, buon viaggio, vi voglio bene»
Risalgo, si parte.

Dottordivago

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