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Archive for 20 settembre 2012

Insomma, in questa vacanza, niente super-amico. Ma qualche incontro rimarchevole sì, nonchè un mezzo amichetto: Denis, tredici anni, aspirante pescatore.

Su 1500 m di spiaggia c’erano tre file di ombrelloni ad un’estremità e altrettante dall’altra, in mezzo un km di splendido nulla.
Per noi sarebbe stato più comodo andare agli ombrelloni sul lato destro ma era la “zona attrezzata” del Buddha’s Beach Bar, l’unico posto da caga-amaretti dell’isola, un patetico scimmiottamento da People from Ibiza, l’antitesi di un luogo come Elafonissos.
Oddio, anche se era l’area più affollata dell’isola, a mezzogiorno potevi vedere sì e no trenta persone in acqua, un numero di bagnanti da stabilimento ligure alle sette del mattino.
Ma a squalificare il posto c’era il fatto che i due o tre super-SUV circolanti nell’isola erano regolarmente parcheggiati lì, nonchè la musica a palla in spiaggia, roba che può incattivire fino all’idrofobia anche il più mansueto degli uomini.
Ma non è quello, il punto.
L’insostenibilità di un posto del genere è che, escludendo le superfunny e supergaye Santorini, Mikonos e poche altre, una spiaggia greca che imita Ibiza mi fa ridere quanto un western di Bollywood ed è credibile quanto l’american boy Nando Moriconi.

Insomma, dopo un giorno lì,  giovane Denis è arrivato on the right side of the beach con i suoi genitori, una piacevole coppia di Milano, e si sono piazzati all’ombrellone di fianco al nostro. Tanto per inquadrarli positivamente, chiacchierando ci hanno detto peste e corna della Buddha’s beach, dove sono stati il giorno prima, e ce la confermano come un’enclave di spocchia e falsa fighezza in un’isola altrimenti rilassatissima.
Mi sembra da subito che i genitori abbiano fatto un buon lavoro, con Denis: sveglio ma educato, simpatico ma mai sopra le righe. Quando poi ha tirato fuori una cannetta da pesca di quelle da 5 euro, mi si è intenerito ‘l core: «Uehi… ma qui c’è un pescatore…»
«Sì, si figuri… Mi sono fatto comperare la canna da due settimane ma non ho ancora preso un pesce…»
«Vediamo cosa si può fare…»
Il giorno dopo sono arrivato con metà di quei trenta kg di attrezzatura da pesca che mi trascino regolarmente dietro e ho iniziato a inquadrargli i fondamentali, poi l’uscita in coppia. Faccio io il primo lancio con la sua cannetta, giusto per spiegargli da che parte è l’acqua, e… vai col primo cefaletto lungo una spanna.
Gli sono venuti due occhi pallati che ho temuto gli cadessero sulla scogliera…
Poi è toccato a lui ed è stata l’apoteosi. Normalmente i pescetti tornano in acqua immediatamente ma per il suo battesimo ho fatto un’eccezione: dovevate vederlo quando siamo tornati dai genitori con sette o otto pesci vivi in una borsa di plastica piena d’acqua… Li ha appoggiati sul bagnasciuga e, dopo un breve servizio fotografico, li ha liberati.
Per quanto mi riguarda, continuo a preferire la frattura di un femore alla nascita di un figlio, però devo riconoscere che è stato un bel momento anche per me.

Siamo andati anche un paio di sere a cena insieme e sono riuscito persino a non caricare come una sveglia la mamma, donna assolutamente piacevole e concreta ma, allo stesso tempo, convinta seguace di tutte le teorie parapsicologiche conosciute, nonchè assertrice di tutte le medicine tradizionali e alternative.
Uh Signùr…
Appena ne ho avuto la sensazione, ho guardato Bimbi, che mi ha fatto gli occhi come il gatto di Shrek, implorandomi di risparmiare alla tavolata tutte le filippiche che leggete normalmente su queste pagine: è stata dura ma il fatto di poter parlare di pesca con qualcuno che pendeva dalle mie labbra mi ha aiutato a mordere nel limone e dire che è dolce…
Comunque, bel voto a tutta la famiglia.

Ma l’incontro più spettacolare è stato quello con un’altra coppia di Milano.
Anch’essi ospiti a casa di Kosta, sono arrivati pochi giorni dopo di noi: sulle 40 tacche lei e poco di più lui, anche se lei sembrava sua figlia.
Il tipo lo liquidiamo in un attimo: un imbecille.
O meglio, è “un uomo chiamato cavallo”, probabilmente imparentato con Varenne, infatti era lunatico come un cavallo da corsa. Avete presente quelli che alla mattina sembrano tuo fratello e nel pomeriggio stentano a salutarti? Incontenibile in alcuni momenti e sfuggente in altri, tipo incontrarsi in paese dopo cena, con lei che si fermava per due chiacchiere e lui che proseguiva senza un accenno di saluto, inarrestabile.  Come gli squali, che se smettono di nuotare muoiono soffocati.
Poi, magari, la mattina dopo ti ubriacava di parole.
O non alzava la testa dalla colazione.

Lei no, tutta un’altra pasta: carina e simpatica, dalla conversazione piacevole. Infatti per un paio di giorni la domanda che ci ponevamo Bimbi ed io è stata: «Ma come fa una tipa così a posto a stare con un babbeo del genere? Ha pure la faccia da pirla e di montagne soldi non se ne parla, visto che sono venuti dall’Italia con una Yaris e non sono andati una sera al ristorante…»

Poi una mezza spiegazione ce la siamo data: senza ombra di dubbio, lei è la sorella di Andrea, L’uomo che non capiva le iperboli.
Però con un superpotere diverso: lei non capiva le battute.
Mai, non una, neppure per sbaglio, una cosa incredibile se non la vedi, se non la vivi.

Ci trovavamo tutte le mattine a colazione e il primo giorno gli (allo scemo) ho indicato una specie di scorciatoia per la spiaggia, più che altro un sentiero grazie a cui si arrivava in riva al mare senza macchine e moto che ti passavano a una spanna.
La mattina dopo lei fa: «Grazie per la dritta, quella strada è molto meglio dell’altra…»
«Peccato che poi si arriva su quella spiaggia di merda… con quell’acqua schifosa…»
Attimo d’imbarazzo: «Ma… no… a me sembra un bel posto… cioè…»
Era un posto ASSURDO, tanto era bello, e l’acqua sembrava cristallo liquido: definire quel posto come ho fatto io è, appunto, il paradosso che dovrebbe far scattare un barlume di effetto comico.

Niente.
NIENTE! Non capiva, la vedevi palesemente in difficoltà, in imbarazzo. Okay, quella battuta (che poi una battuta non era) non finirà in un’Antologia del Buonumore ma è l’equivalente delle chiacchiere sul tempo, in ascensore, sono cazzate per scambiare due parole.
Niente.
Va beh, se non va non va…

Una mattina, a colazione: «Be’… noi, col cane, non possiamo andare nella parte attrezzata (falso: la ragazza che girava per i lettini a battere cassa aveva sempre il suo cane attaccato…). Voi andate al Buddha o dall’altra parte?»
«Eh no, eh… Io al Buddha? Guarda che mi offendo…»
Imbarazzo! «…Cioè… no… non volevo… io…»
È costernata.
Oh Signùr, ci risiamo… La mia faccia diventa di gomma, ripeto la frase tra strizzatine d’occhio e espressioni “aumma aumma”, come Totò quando ordinava “birra e salsicce”…
Niente.
È sempre più preoccupata, probabilmente pensa che oltre ad essermi offeso mi stia anche agitando e perdendo il controllo della mimica facciale…
Ero semplicemente penoso, mi mancava un cartello “risate”, come quello che i capoclaque, negli studi televisivi, alternano ad “applausi”.
Bimbi mi è testimone, ho dovuto dire una cosa che detesto, una sorta di pietra tombale che faccio calare sulla persona a cui la dico: «È una battuta, sto scherzando…»
Ed ora che mi hai costretto a dirla… cartellino rosso, via, fuori dal campo, a vita: tranne il saluto, non ti rivolgo più la parola.

Purtroppo sono un noto smemorato e ci ricasco.
Una sera, durante la classica passeggiata post-ristorante, li incrociamo: lo scemo, in fase down, tira dritto col cane, e lei, la donna col senso dell’umorismo dell’abate de “Il Nome della rosa”, quello disposto ad uccidere e morire pur di non sdoganare il riso -quello che si usa per ridere, non quello per il risotto- lei si ferma, solare e cordiale come sempre.
È per quello, che mi distraggo, è quello, che mi frega.
Cercando di giustificare lo scemo, ci dice che da quando sono usciti il cane non ha fatto niente e lui lo sta portando a sporcare.

Qualcuno ha chiamato Roger Rabbit, il cartone animato disposto a rischiare la vita pur di assolvere al proprio compito istituzionale che è “dire una minchiata”?
Eccomi.
«Posso capirlo, povera bestia, in quest’isola è un’impresa trovare un albero, rischia di morire di cistite come i cani dei nomadi delle steppe…»
E BALLE NON CE NE SONO: QUESTA ERA BELLA.

Un velo le scende sugli occhi e scuote leggermente la testa con aria interrogativa.
CAZZO! CAZZO! CAZZO! Mi ero dimenticato dell’handicap…
«Cioè… nel senso che non trova un albero… alzare la gamba… pisciare… tieni e tieni… viene la cistite…?…»

Le si illumina il viso. HA CAPITO!
«Nooo… È una femmina, non alza la gamba… può farla senza albero…»

AAAARRRRRGGGGGGGHHH!!!

Bimbi mi è testimone, giuro, ha detto così.
Non le ho contate ma, da quella sera, le avrò detto una decina di parole: tutti “ciao”.

Dottordivago

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