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Archive for 16 giugno 2012

E non per quel milione di motivi che pensate voi.
Se poi, per cultura, origini, estrazione, indole o quello che volete voi, “pirla” non vi piace o non vi appartiene, datemi pure del

  • piciu
  • belinùn
  • mona
  • patacca
  • fava
  • e percorrete pure l’intera Italia dell’insulto fino ai siculi “arrusu” o “quacquaracquà”.

Ma che nessuno, mai, per nessun motivo, mi dia del “mitico”: non lo sopporto.

Avete mai trovato delle parole che vi stanno sul culo?
Io sì, da sempre, più o meno a cadenza decennale. Da sbarbato non saprei ma la prima che mi ricordo con certezza è “fegato”.
Oh, cazzo ci devo fare? Non mi piaceva proprio il suono e per buona parte degli anni 80, mi disturbava sia ascoltarla che pronunciarla.
Poi un bel giorno, anzi, una bella sera, un amico psicologo –non ero coricato sul lettino, eravamo mezzi ciucchi al bar Magenta, con una giovanissima e sconosciuta Brigitte Nielsen e qualche sua amica… così, tanto per dire…- mi ha spiegato che è una cosa che succede e mi ha consigliato la cura: se una parola ti sta sul culo è sufficiente pronunciarla un tot di volte e vedrai che perderà, insieme al significato, anche la capacità di infastidirti.
Così, quando qualcuno ha buttato lì un <<What we gonna do tonite?>> io ho risposto che per quella sera avrei detto “fegato” ed ero abbastanza ciucco per farlo davvero. 
<<Ehhh???…>>
<<Sì, penso proprio che dirò “fegato”, liver, andestend paisa’?>> 
E quando il gruppo se n’è andato, io mi sono spostato dal tavolo al banco del Magenta, come i vigili del Ramazzotti, e, facendo finta di parlare col barista consenziente, ho detto “fegato” per una bella mezzora.
Ha funzionato, due volte: ho smesso di detestare “fegato” e mi sono risparmiato un sacco di soldi che quella banda di zoccole avrebbe senza dubbio mangiato a me, oltre che agli amici, nel corso della serata, nella tentacolare Milano-da-bere.

Negli anni 90 avrei ucciso chi, in mia presenza, avesse pronunciato “sfrucugliare”. Non era per il suono della parola, più che altro perchè mi ricordava un che di intellettual-romano-salottiero , una parola da Nanni Moretti, roba Veltroniano-Rutelliana, per capirci.
Lì non ha funzionato nessuna terapia, l’effetto è quasi scemato col tempo ma ancora adesso è una parola che non mi fa impazzire.

Nel primo decennio del 2000 ho molto odiato “imbarazzante”, per un motivo ancora diverso: è la parola usata più a sproposito di ogni altra.
E’ diventata un superlativo assoluto: quando uno non sa più che iperbole usare o cosa dire per esagerare un concetto qualsiasi, ti caccia lì una botta di “imbarazzante”, a cominciare dall’insopportabile finto-simpatico Franco Bobbiese, quello con la pettinatura da Prima Comunione anni 60 che da qualche anno tenta di rovinare il dopogara del motociclismo su Italia 1.

E siamo arrivati a “mitico”.
Anche questa parola non mi crea un disturbo fonetico ma mi ammazza per l’uso improprio.
Tra i vari “amici” di Feisbuk, chi non ha in lista qualche povero disgraziato o sfigato o magari solo qualcuno noiosamente, insopportabilmente retorico?
Una volta gente così non ne avevo, tra gli “amici”, quando credevo che FB fosse una cosa non seria, non esageriamo, però che valesse la pena di non sputtanare, periodo durato due giorni: allora selezionavo le persone. Ora ho realizzato che FB è una cagata che mi serve principalmente per scoprire i compleanni dei conoscenti, quindi non faccio più selezione all’ingresso; soprattutto, da quando ho associato il nome della mia attività al mio nome, faccio amici cani e porci: più gira il nome dell’azienda e meglio è.
Sono troppo sincero? No, perchè… se disturba, ditelo…

Be’, più uno è un poveraccio (d’animo), più le cose che pubblica sono prive di senso, vecchie, retoriche e tutto il peggio che vi viene in mente, più si becca del “mitico”, oltre a valanghe di “mi piace”.
C’è uno, un brav’uomo che dalla vita ha ricevuto solo una grande passione per il calcio, in particolar modo per i Grigi, la squadra di Alessandria che l’anno scorso, dalla possibilità di salire in “B”, non so per quale furbata o inghippo si è trovata in serie F o G, non ricordo quale, so che giocano contro squadre da Torneo dei Bar.
Be’, per il nostro ineffabile scrittore la terna Tifo, Grigi, Stadio Moccagatta ha lo stesso valore di Dio, Patria e Famiglia, a cui dedica ora accorate, ora indignate esternazioni. Uno dei classici è “Non ci deve essere posto per chi vive nel mondo del calcio per interesse”, dichiarazione a cui l’unica cosa logica sarebbe rispondere: <<E poi che cazzo ci fai da solo?>>.
Invece è uno scroscio di applausi virtuali, di “mi piace” e, soprattutto, di “mitico”. Ora, capisco che chi consacra la vita al calcio non-giocato, guardato e urlato è uno che si accontenta di poco, quindi un concetto o un’uscita a malapena sufficiente diventa un uovo con due rossi; però sarebbe già grasso che cola la definizione “grande”, che per altro si lega benissimo a “uomo” come a “pirla”, uno dei motivi per cui quando uno mi gratifica con un “sei un grande”, mi resta sempre il timore che la frase sia in realtà un’incompiuta.
Continua

Dottordivago

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