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Archive for 21 febbraio 2012

Ne avevo già parlato qui(1) e qui(2).
Quando la mia città aveva un’anima, quando tanti personaggi oggi scomparsi, ma indimenticati e non sostituiti, ne popolavano le vie, quando giovani coglioni oggi in disarmo, come il sottoscritto, avevano tempo e voglia di piantare il seme dell’ignoranza e trovavano terreno fertile in cui farlo germogliare, a quei tempi sì, che gli scherzi erano una cosa seria.
Questa me l’ha fatta ricordare Rudy, noto ex titolare di cervello che frequenta la pagina Feisbuk dedicata a Baleta, quel “posto” di cui ogni tanto vi parlo.
Sei curioso, eh, Rudinho? Te la racconto io, và, visto che tu, allora, eri un banotto

Estate 1982.
Bòn, basta, finito…
Quando si inizia -non dico un racconto ma anche solo una frase- con “Estate 1982”, il resto è superfluo: un’estate urlata, delirata, indimenticata.
Una sera si ballava “DA DA DA” allo Chalet, la sera dopo “Rossi-Tardelli -Altobelli, tedeschi a casa”, poi tutti quanti al manicomio.
Un’estate di pazzia pura.

Ma iniziata tranquilla.
A occhio direi fine maggio / primi di giugno, Piazzetta della Lega, serata di provincia, rilassata; pubblico delle grandi occasioni ai tavoli del Moderno, bar in cui la presenza di Francesco non consentiva ancora a Beppe di esibirsi nel suo numero più celebre, divenuto poi, negli anni, una sorta di marchio di fabbrica: addormentarsi in piedi nel banco, con la testa appoggiata alla macchina del caffè e un morso di focaccia o una fetta di salame in bocca, una sigaretta tra le dita e un paio a consumarsi in vari portacenere.

Ad uno dei vari tavoli di Baletiani outdoor -solo gli integralisti insistevano in sala carte, in quella stagione- siede Armando con la morosa e qualche amico… diciamo “conoscente”, và, che è meglio.
«Che ore sono?»
«Le dieci e qualcosa…»
«Andiamo al cinema?»
La morosa accetta, si alzano, attraversano la strada, entrano al cinema e lì finisce la storia.

Ma inizia la Leggenda.
Armando ha dimenticato le chiavi della macchina sul tavolo; questo fatto, sommato alla presenza di Bebi, Piero e l’Alligatore allo stesso tavolo, dà luogo a ciò che potremmo definire “massa critica”, fenomeno che storicamente non ha mai portato a niente di buono.
Dovete sapere che a quei tempi non c’era il telecomando e si cominciavano appena a vedere le prime chiusure centralizzate, quindi non era difficile trovare una macchina aperta, visto che non tutti si ricordavano -o avevano voglia- di farsi il giro per chiudere tutte le portiere.
Così era nata la moda di riempire le macchine di varie schifezze: a me, personalmente, una volta hanno disfatto un paio di balle di paglia in macchina, il che, dall’esterno, equivale a non vedere più niente, nè volante nè sedili: solo  paglia. Un’altra volta ci ho trovato tre galline, vive, che razzolavano e cagavano che era un piacere. Vere ruspanti, davvero squisite, devo riconoscere.

Comunque, con gentaglia del genere in giro, lasciare le chiavi della macchina sul tavolino del bar, con la durata del film a garantire l’impunità… beh, bastava molto meno per scatenare catastrofi.
Bebi giochicchia nervosamente con le chiavi, ha l’occhio lucido e la risata un po’ isterica, guarda Piero e l’Alliga e gli altri due che al momento mi sfuggono, forse il Pollastro e Vinella, non ricordo.
Ricordo solo che Armando, il giorno dopo, voleva denunciare cinque persone…

In certi campi, se ti ripeti non ha senso: se per vocazione vai in giro a fare danni, deve esserci almeno una certa dose di fantasia, sennò sei solo un teppistello.

Cosa ci mettiamo… cosa cazzo ci mettiamo su quella macchina… cosa cazzo ci mettiamo su quella macchina di merda…

Il luccichio negli occhi di Bebi non era lì per caso: «Cazzo, peccato che a quest’ora i negozi siano chiusi, sennò… due brancate di cagnotti…»

Diconsi “cagnotti” i bigattini, una delle esche più diffuse, le larve di mosca carnaria, praticamente quelli che ci mangeranno tutti quanti. Questi:

bigattini

Vengono sia innescati sull’amo che lanciati con le mani o la fionda (vedi foto) per creare la zona “pasturata”, secondo l’antica regola che “se vuoi prendere i pesci devi dargli da mangiare, perchè da bere ne hanno”.
Ora, come siano venuti in mente i cagnotti a Bebi, che non avrà mai preso in mano una canna da pesca in tutta la vita, è ancora un mistero, resta il fatto che essere geniali carogne è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare.

Ma anche le geniali carogne a volte si bloccano: tocca a me.
«Ehm… io saprei dove trovarli…»
Il mio amico Gianni -o meglio la sua famiglia- aveva il più fornito negozio di pesca della città e nel retrobottega c’era una sorta di laboratorio-casa-bottega che faceva un po’ il paio con Baleta, in cui tutti sostengono di aver avuto la residenza, anche quelli che avevano dodici anni quando ha chiuso.
Bene, buona parte dei pescatori alessandrini millanta la frequentazione di quella cucina, con indimenticabili mangiate di minestrone.
La famiglia era solita cenare lì e proseguire il lavoro fino a notte, prima di andare a casa a dormire: un tempo facevano persino le reti, il mitico “sparavè”, la rete da lancio, poi hanno passato anni a lavorare canne di bambù, poi ancora a legare anelli sulle canne da mulinello, preparare montature o dividere in centinaia di scatolette secchiate di lombrichi.
I cagnotti stavano in un frigo apposta, che ne conteneva decine di chili.

Un colpo di telefono e la conferma: «Sì, sì, venite pure…»
Accompagno io Bebi, visto che non è introdotto nell’ambiente: non dimenticherò mai i suoi occhi quando ha visto mezzo quintale di cagnotti ed ha scoperto che con i soldi di due pizze se ne poteva comperare uno sproposito.
Infatti ne ha comperati cinque chili.
I cagnotti sono leggeri, ce ne vorranno una decina per fare un grammo.
Cosa possono fare alcune menti malate con circa cinquantamila cagnotti?
Continua.

Dottordivago

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