Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 29 novembre 2011

Bon, questa è la volta buona, è la volta che mi decido davvero.
È da una vita che mi do del pirla per non avere il coraggio di sfruttare i milioni di babbei che pascolano “allo stato ebraico”, come dice un mio cliente, e che aspettano solo di essere munti da qualcuno più furbo di me.
Ne parlo da una vita: medicine tradizionali o alternative, omeopatia, New Age, pietre calde sulla schiena, estenuanti sudate sotto a mezza balla di fieno, marinature sotto una spanna di vinacce, sansa di olive, croste di formaggio, teste e interiora di pesce o qualsiasi altro scarto di produzione che smette di essere un costo per il conferimento in discarica o in sede di riciclaggio, camionate di letame destinate ad assurgere al ruolo di terapia, anzi, di vero e proprio toccasana per chi non ha nulla da cui guarire.

Ma questi personaggi, a livello di stupidità, non sono che bambini. Almeno spendono soldi per qualcosa che, pur non avendo alcuna validità scientifica e quindi nessun effetto reale, li fa star bene psicologicamente. E buttalo via, come effetto…
Ocio che mi scappa di divagare!

A pensarci bene, nel gruppo dei babbei mi ci posso mettere pure io, anche se per “staccare la spina” non mi faccio ricoprire di schifezze ma faccio un viaggio, mentre se ho qualcosa che non va mi rivolgo ad un medico, uno di quelli che da giovane ha studiato medicina, poi ha passato un tot di sabati, domeniche e almeno un Capodanno alla Guardia Medica o al Pronto Soccorso, magari col contentino di lisciare il pelo a qualche infermiera, per poi diventare, tranne poche eccezioni, demotivato, ricco e spietato.
Quindi sono un tipo scontato, uno che delega la cura del proprio corpo a chi l’ha studiato, il corpo umano, magari a scapito di conoscenze più profonde come quelle dell’aura, dei cristalli, dei colori, degli aromi, nonchè l’antica conoscenza necessaria per sconfiggere i Drow o Elfi Scuri, la parte malvagia del popolo della Piccola Gente.
La mia medicina alternativa, intesa come pratica che ha il compito istituzionale di mangiare soldi e servire a poco, non ha nulla di evanescente ma ha i piedi ben piantati per terra, anzi, ha tutto quanto piantato nella terra, visto che il mio elisir si chiama “tartufo”.
Il tartufo non genera discussioni, è come il chiaro di giorno e il buio di notte, due fatti indiscutibili, salvo per chi, come gli Inuit, vive oltre il Circolo Polare Artico, che rappresenta, forse, lo 0,001% del genere umano, quindi ben sotto la “soglia di sbarramento” che segna la demarcazione tra chi dice la sua e chi non conta un cazzo, un po’ come l’estrema sinistra nell’ultima legislatura.
La trifula non genera contese, o si ama o si odia, anche se alcuni si dichiarano nè pro nè contro e hanno un atteggiamento neutro, dicono di consumarlo occasionalmente.
Nel senso che se c’è l’occasione di spazzolarlo a baffella, allora…
Insomma, se si elimina l’aspetto economico, che non tocca chi odia il tartufo, quelli che veramente  “non ci perdono la testa” sono molti meno degli Inuit, credo addirittura meno degli elettori di Diliberto.
Quest’anno la vedevo brutta, per la mia medicina alternativa: poca roba, quindi molto cara, non ai livelli record di pochi anni fa ma solo perchè il sentir parlare tutto il giorno di crisi, default, lacrime, sangue e secrezioni varie, ha certamente un effetto calmiere sul voluttuario/superfluo.
Credo sia questo il motivo per cui non si è arrivati ai 5 € x gr -che al fixing di oggi sarebbe più del decuplo del costo dell’argento 999- ma resta il fatto che 3,5/4 euro al grammo sono una bestemmia, per una testa di cazzo come me.
Eh sì, “patti chiari, amicizia lunga”, come dico sempre al mio spacciatore.
Con lui il mio ragionamento è il seguente: «Il tartufo mi serve per vivere? No, quindi se costa il giusto, ne compero un mucchio; se invece si seguono le regole del mercato, cioè se tiri a prendermi per il culo, te li mangi tu o li vendi a qualcuno meno stronzo di me». Questo comportamento, che infrange la più ferrea regola del capitalismo, cioè quella della domanda e dell’offerta, se generalizzato comporterebbe la fine delle ingiustizie capitalistiche ed è l’unico atteggiamento no-global del sottoscritto.
Mmm… saranno mica involontarie “prove tecniche di Grillismo”?… Naaa…L’autunno scorso -indimenticabile!- Pino Trifula, il mio spacciatore, mi dava i piccolini da 10/20 gr a 0,70 euro al grammo, che diventava 1 € per i pezzi intorno ai 150 grammi o più, che hanno lo stesso profumo di quelli da spender meno ma che solo tenerli in mano per pulirli è già una figata.
Insomma, visto che costavano “poco”, lo scorso autunno ho speso più di tartufo che di riscaldamento.
Quest’anno ero pronto a fare bigina: ripeto, se costa caro non ne compro meno ma me lo dimentico proprio, una delle poche regole che non ho mai trasgredito.
Verso le 19 di venerdì, quando suona il telefono e vedo sul display “Pino Trifula”, mi si allarga il cuore nel petto: l’uomo lo sa che mi deve chiamare solo se l’affare lo facciamo in due. Un’ora prima ne ha trovato uno da 75 grammi, praticamente il primo bellino della stagione, e ha pensato a me: vuole 150 euro, praticamente un regalo di Natale anticipato, con le quotazioni di quest’anno.
Preso!
E non per 150 ma per 140 euro, visto che “la terra si lascia nel bosco, non sulla trifula…”
Ma la figata è che Pino ha la sensazione che, nelle sue zone, la stagione inizi ora e che il bello debba ancora venire: speriamo abbia ragione.
Ora, a casa mia la pulizia del tartufo prevede me seduto a tavola con un coltellino, affilato come la spada laser di un Jedi, intento a sbucciare la trifula… Oddìo!… Prendete Enrico che si è sentito male!…
Sbucciare il tartufo? Sì, proprio così: raccontatemi quello che volete ma la terra non la mangio, figuratevi che lavo persino i funghi…
Ancora?!… E su, dài, Enrico… Stendetelo con i piedi in alto, che passa subito…
Tranquillo, Henry, nulla va sciupato: in questo caso ho raspato 8 grammi di roba che finisce in un contenitore ermetico in compagnia -non a contatto- di un buon numero di pezzetti di burro che fra qualche giorno, quando del tartufo resterà solo l’odore in casa, finiranno a crudo su un leggero risottino o su una mezza dozzina di uova fritte o anche solo a nobilitare una sorta di “concia” polenta e taleggio.
Comunque, dicevo, la tradizione prevede il sottoscritto che sbuccia la trifula e Bimbi che gira intorno come un avvoltoio, con sporadiche picchiate a sbattere col naso sul prodotto.
Ora, in tutta questa storia, Bimbi è il valore aggiunto. Per lei il profumo del tartufo è come l’odore del cucciolo per mamma orsa: sbranare qualcuno che si avvicina troppo, è un attimo…
Pensate che la classica “grattata da ristorante” viaggia sui tre/quattro grammi e non supera mai i cinque, ma se sul piatto di Bimbi io smetto di  affettare prima dei dieci/quindici grammi, mi ritrovo a fronteggiare questo sguardo:
Gatto Bimbi
anzi, parimenti tenero ma più disperato, roba da Piccola Fiammiferaia.
Poi, una volta che Bimbi parte con la degustazione, potete connettere l’audio su una “linea erotica”: giuro, fa certi versi che… al telefono c’è da scatenare un’epidemia di cazzi duri, c’è gente che si pasticcia per molto meno…

Stavo dicendo?…
Ah, sì: ci sono molti modi per farsi rubare i soldi e vivere contenti.
Ma, come dicevo, a livello di stupidità noi siamo dei bambini.
Si fa già più sul serio con quelli che si tatuano.
Sì, proprio così, sono pronto a litigare: penso che i tatuaggi non siano una minchiata, penso che siano davvero una minchiata.
Massima libertà per tutti, posso capire che qualcuno indossi un vestito che a me non piace: il giorno in cui dovesse cambiare idea, ci sono i sacchi della Caritas.
Ma se ti fai tatuare un nome o qualcosa che ricorda un periodo della tua vita, quando cambia la situazione, che fai, te lo tieni? Tipo il nome di quella che ti ha mandato a cagare ma si è tenuta la casa e tuo figlio? O il nome di quello che ti ha riempito di corna e legnate?

Ci sono quelli che danno un senso esistenziale al plebeo “tutto fa brodo”, considerando “esperienze fatte, quindi parte di me” anche certe situazioni che, pur di dimenticarle, la gente normale si fa mangiare la casa da un analista.
Io sono della vecchia scuola e penso che anche uno stronzo nasce e cresce dentro di me, quindi rappresenta una parte di me nonchè un momento della mia vita ma non per questo lo conservo per tutta la vita in un vaso di formaldeide, nell’azoto liquido o tra le pagine di un libro…
Ed è così, sulle ali della poesia, che vi rimando a domani.

Continua.

Dottordivago

Read Full Post »