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Archive for dicembre 2010

Il mio negozio è comunicante con l’ufficio/laboratorio dei miei amici/padroni di casa.
Non chiudiamo neanche le porte divisorie e, considerando che anche l’elettricista, affittuario come me, ha lo stesso amore per la sicurezza, se entra un ladro fa filotto .
Non siamo nè pazzi nè riponiamo troppa fiducia nel genere umano: semplicemente, non c’è un cazzo da rubare; i portatili vengono a casa con noi e se proprio qualcuno ha bisogno della mia stampante da 40 euri, si accomodi pure, così ne ricomprerò due e farò un regalo al mio amico, che non ce l’ha e viene sempre a rompere i coglioni a me.
Per meglio chiarire l’atmosfera da Rione Sanità che regna tra noi vicini, aggiungo che il mio amico ha la macchina espresso e, visto che c’è la sua, non ne ho ancora comperata una mia, mi limito a comperare le cialde della Illy: lui ha le braccine cortissime e compera delle cialde super economiche che gli ho già consigliato di sostituire con sottopiedi o tampax usati, a seconda della sua vena del momento.

Stamattina vado di là per bere un caffè e dire quattro cagate; entro, come al solito, con un roboante “oh, banda di ricchioni…” e vengo zittito…
Eh la Madonna… cazzo succede?

Ma pensa te… tutta ‘sta preoccupazione perchè un venditore di Telecom è al telefono con un call center della premiata ditta, per sistemare una delle mille troiate che gli operatori telefonici fanno quotidianamente: nella fattispecie, ai miei amici non arrivano le fatture e non possono pagare le bollette, solo che Telecom reclama comunque il pagamento.
Kafka era un bambino…

Dopo un paio di minuti, trionfante, l’homo tecnologicus dichiara: “Apri la mail, ha trovato le fatture e te le sta inviando”; detto ciò, si guarda attorno in cerca di consensi.
Ovviamente non se lo incula nessuno.
Lo conosco, è un tipo in gamba, gentile e disponibile, solo che questo piccolo successo gli dà alla testa: non ci sta a non essere cagato, cerca l’applauso, come un comico che fa una pausa e guarda il pubblico con aria piaciona…
”Sapete qual’è il problema dei call center?…”
Ne conosciamo almeno centocinquanta ma lo lasciamo parlare: che si goda il suo momento…

”Il problema è trovare la persona giusta…”

Gli faccio notare che l’affermazione è valida per baristi, avvocati, pompinare e tutte le attività, arti e professioni che esistono in cielo in terra e in ogni luogo.
”No, sai… non è così semplice: quelli dei call center fanno un lavoro di merda e non guadagnano un cazzo, così…”
”…Così mi hanno rotto i coglioni!”
Ci siamo, mi è partitolo l’embolo.

Tengo a precisare che, finchè le cose mi andranno così –e magari anche un filino peggio- non lascerò il mio lavoro per un call center, garantito.
Ma le miniere di zolfo sono un’altra cosa.
E anche i manovali nelle fonderie o gli asfaltatori di strade in pieno luglio o –sapeste quant’è bassa la terra…- i raccoglitori di ortaggi, sono tutti messi peggio.
Non ne posso più di sentire ‘sta storia che gli addetti dei call center sono i nuovi schiavi: viene quasi da pensare che alla sera si ritrovino coricati per terra in una lurida capanna a comporre spirituals, come i negher in Georgia nei secoli andati.

Coraggio, ragazzi, c’è di peggio, ve lo garantisco e, se proprio volete migliorare la vostra situazione, per info contattare Ruslan.

Ruslan è la punta di diamante della mia azienda: un ragazzone moldavo con la forza di un rimorchiatore, un cervello niente male ed una voglia di lavorare che, se ce l’avessi io, come minimo sarei già l’Imperatore del Giappone.
Una giornata di Ruslan vale 150 euro puliti, se va lungo anche 200 (l’ho già detto “puliti”? Sì, allora continuo); c’è solo un problema: io per primo, e insieme a me tutti quelli che lavorano in un call center, piuttosto che beccarmi delle giornate come quelle di Ruslan, dico la verità… piuttosto andrei a rubare.
Solo che io so fare qualcos’altro –e mi faccio venire la voglia di farlo- tanta gente no, però la fatica non è nelle loro corde.
Tra l’altro, quello di Ruslan è un lavoro che non richiede obbligatoriamente la capacità di sollevamento di un muletto, molti miei collaboratori non sono nè La Cosa nè Hulk ma se la cavano benissimo.

Il modello Ruslan vale anche per le donne: Claudia, la sciura ucraina che fa le pulizie nel mio negozio, gira come la pallina di un flipper tutto il santo giorno; mezza giornata qua, due ore là, altre due là, a volte sostituisce per la notte la sorella badante, giusto per ricominciare al mattino dopo.
Mi viene da domandarle: “È una vita?”
Sì, lo è, è la sua vita.
Intanto, dopo cinque anni in Italia, lei -ex insegnante- e il marito -ex concertista- che aiuta un panettiere di notte, dorme qualche ora e poi aiuta la moglie, loro due, dicevo, si sono comperati la casa.

Nel mio mestiere servono anche i facchini: faccio finestre bellissime ma hanno il difetto che da sole non si muovono, tocca caricarle sulle spalle e cammellarle al piano.
Come dicono gli ammericani, “il quarterback non porta il Gatorade”, quindi i miei posatori non fanno i facchini, li voglio lucidi e freschi, non sudati e stremati. Così mi rivolgo ai compaesani dei miei uomini, gente appena arrivata che, per cinque euro l’ora in nero, manda avanti i cantieri di mezza Italia: io pago dieci euro l’ora e, in cambio, loro volano su dalle scale con le finestre in braccio.
C’è solo un problema: durano poco.
Non perchè muoiono o si stufano ma perchè si trovano un lavoro fisso, molto spesso in regola, come un sacco di loro compaesani prima di loro, a differenza degli Italiani, che proprio un lavoro non lo trovano.
Tranne che nei call center, dove il fatto di conoscere la lingua rappresenta un discreto vantaggio.

Qualcuno, molto correttamente, ha inventato una categoria sindacale per gli stranieri: “I lavori che gli Italiani non vogliono più fare”. Appunto: non che non possono più fare.
Non vi rendete conto di quanto lavoro manuale c’è da fare, solo che per gli Italiani è assai più nobile vendere il culo che usare le mani: una troia che la dà via per mille euro a botta, diventa un personaggio da sfoggiare in discoteca, mentre una che pulisce le scale è considerata una pezza da piedi.

L’Italia può essere un bel posto, per chi ha voglia di lavorare; e lo è anche di più per chi tra un orecchio e l’altro non ha una corrente d’aria.
Vasile, rumeno della prima ora, è arrivato nel 2003.
Presso un impresario alessandrino che conosco molto bene, rigorosamente in nero, ha fatto il bufèn (il manovale, quello che “buffa”, che ha il fiatone) per un mese, poi è passato mesa casòla (mezza cazzuola), dopo tre mesi hanno capito il soggetto e l’hanno assunto a tempo indeterminato come miradùr (muratore).
Ha saltato un passaggio nella gerarchia edile alessandrina, quello di miradùr finì (muratore finito o mastro muratore), semplicemente perchè è saltato al successivo; dopo un anno dall’arrivo in Italia, con uno stipendio sicuro, ha salutato il datore di lavoro che gli avrebbe fatto ponti d’oro ed è diventato impresario, si è messo in proprio.
Ha iniziato a farsi un buco del culo come uno sbadiglio e ora vive in una bella villetta di proprietà, fuori città, che si è costruito nel tempo libero, anche se mi domando dove cazzo l’ha trovato, “il tempo libero”… probabilmente non avrà dormito per un paio d’anni.

Silvano, albanese di cui nessuno riesce a pronunciare il nome di battesimo, è arrivato a Bari o Brindisi con il famoso “Bastimento carico di…”, credo nel ‘90.
Era un militare e, quando ha saputo che partiva una nave carica di banditi a cui erano state spalancate le porte delle carceri, non l’ha fermata: ci è saltato su, in divisa e con il kalashnikov in spalla.
Arrivato in Italia si è qualificato, ha consegnato il gingillo alla Polizia e il giorno dopo era a casa di una lontana parente, in Alessandria.
Il marito della cugina, italiano, lavorava come dipendente da un parquettista, che ha accettato di buon grado di far lavorare il nuovo arrivato. 
Dopo due anni si è messo in proprio e dopo altri due ha perso tutto a causa dell’alluvione.
Come tutti, ha imbertato un mucchio di soldi di risarcimento e si è ingrandito, poi ha lavorato come un pazzo per un po’ di anni; oggi sta liquidando l’azienda e se ne torna al paesello, dove ha costruito un albergo in riva al mare e dove conta di andare incontro ad una serena vecchiaia.

Ma questa povera Italia non è solo l’Eldorado degli stranieri svegli, può essere un buon posto anche per gli indigeni, solo che… aspetta che leggo le controindicazioni… Ah, ecco: serve voglia di lavorare.
Il mio amico Ale, italianissimo ingegnerie aero-spaziale, prendeva 1300 euro al mese all’Alenia.
Quando ha capito che con quello stipendio vizi se ne toglieva pochi, si è ricordato del padre fabbro e di me: papà ci ha messo un pezzo di capannone, mentre io gli ho imbastito l’officina e gli ho insegnato il mestiere, così lui si è messo a fare un po’ di finestre.
Oggi si fa un culo nettamente superiore ad un tempo ma alla fine del mese non dice “bambole, non c’è una lira”; piuttosto dice “cazzo, ma è già passato un mese?”
E intanto si è comperato un appartamentino e un paio di moto.

Alla faccia degli italiani che non arrivano a fine mese.

Certo, lavorare in proprio ha un costo che non tutti accettano di pagare: preoccupazioni, qualche notte a fissare il soffitto, il fatto di svegliarsi la prima mattina del mese e pensare: “Bene, per questo mese che inizia ho già speso 5/10/20 mila euro: adesso andiamo a guadagnarli…”
Se non ve la sentite e non siete qualificati per stipendi di livello superiore, vi restano due strade: lavoro manuale ben pagato o lavoro sedentario poco pagato.

Siamo un popolo di piangina.
Come dico sempre, Dio maledica il ‘68: partito per cambiare la società, ha devastato la mentalità.
Con la trovata del voto politico, per cui tutti avevano diritto non solo all’istruzione ma anche alla garanzia di riuscita senza impegno, ci siamo abituati a pensare che tutto sia dovuto.
Nello stesso periodo, alcuni furboni si sono inventati la “spesa proletaria”, che consisteva nel prendersi le cose senza pagare, nonchè il diritto al lavoro (inteso come stipendio) così si è formata una mentalità che prevede di fare il cazzo che si vuole e contempla solamente i diritti, per i doveri ci stiamo attrezzando…

Nei cortei di questi giorni, in cui si è ribadito il concetto che chi rompe non paga, si legge su mille striscioni “Diritto all’istruzione gratuita”.
Perchè?
Anzi, no, niente perchè. Ok, mi va bene la richiesta, però ti devi laureare in quattro anni dove il corso di studi a pagamento ne prevede cinque; se non ce la fai, risarcisci tutto, non che passi dieci anni a fare il lavativo a scuola con i soldi delle mie tasse e il bohemienne in giro per locali con la pensione dei nonni.

La mia è una proposta indecente, c’è la stessa controindicazione del posto di lavoro: bisogna avere voglia di studiare.
Invece, per nove contestatori su dieci, dopo cinque o sei anni fuoricorso, una volta conseguita una bella laurea in Lettere e Filosofia o in Scienze Politiche, qualcuno ti deve obbligatoriamente trovare un bel lavoro sedentario da Letterato, Filosofo o Scienziato Politico; se poi di scienziati ce ne sono già troppi, ci si accontenta anche solo di un posto politico.

Ho fatto esempi stantii, me ne rendo conto: oggi tira molto “Scienza della Comunicazione”, in cui anche Valentino Rossi è Dottore; a lui la laurea l’hanno regalata perchè, oltre ad andare a 300 all’ora su una ruota, è bravino davanti ai microfoni.
Sarebbe una gran bella specializzazione, roba che ti spalanca le porte del mondo del lavoro.
Ai primi tre.
Tutti gli altri… “Buongiorno, sono Maria/Mario: come posso esserle utile?”

Gente, per fare un cazzo e, contemporaneamente, un mucchio di soldi, devi essere un fenomeno, un bandito o un politico; noi persone normali dobbiamo lavorare.
Se proprio devo dirla tutta, io per primo non ho conseguito i risultati dei vari Vasile, Silvano e compagnia migrante, anche se sono partito prima di loro.
Perchè sono più scemo? No, perchè sono più lavativo: l’ho già detto, una vita come la loro non mi si addice, come il lutto ad Elettra.
Nel tempo libero voglio salire su un aereo e cambiare aria, voglio andare al mare a pescare, voglio leggere un libro o, nella peggiore delle ipotesi, guardare un documentario su Sky.
E intendo farlo finchè il culo e il cervello me lo consentiranno.

E se va bene a me… buona attività in proprio a tutti.

Dottordivago

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Fino al 2001 non sapevo accendere il computer.
Ne avevo uno in officina ed uno in negozio; il problema era che, in entrambi i luoghi, avevo qualcuno che lo faceva funzionare al mio posto.
Vedermi era uno spettacolo, ero come il burino analfabeta che andava da Totò scrivano e dettava la lettera “Car’ cuggin’ compar’ nepot’…”: non avevo assolutamente la benchè minima idea di come funzionasse, tutto sembrava prodigioso, le dita della segretaria, in officina, o del mio socio, in negozio, mi sembravano quelle di Rubinstein.
Un poveraccio.
Un giorno ho anche domandato: “Quanto cazzo spendiamo, per tutte ‘ste email che mandate, eh?”
Mi hanno spiegato che “per mandare un’email non devi mettere il gettone come nei telefoni pubblici, asino…”
ciuchino

A quel punto mi sono sentito un coglione.
Mi è successo spesso, nella vita, e mi succede ancora ma sempre per cose a cui non posso mettere una pezza.
Con il computer, invece, potevo farcela.

Così ho precettato il mio primo Guru Informatico, mi sono fatto accompagnare da Computer Discount e, fatto l’acquisto, me lo sono fatto installare a casa: Bimbi era ignorante come me, quindi non avrei avuto nessuno a cui far fare le cose, così, nuota o annega, ho iniziato a capirci qualcosina.
Fino al 2007 mi sono limitato ad usarlo come una macchina da scrivere (chiedo scusa ma macchina per scrivere proprio non mi viene…) con cui non era necessario buttare via il foglio se sbagliavi una virgola, con qualche puntatina ‘ngopp’ internette.

Poi ho scoperto i blog.

A novembre 2007 è nato IL PANDA DEVE MORIRE e l’anno dopo ho assimilato il copia/incolla.
Oggi ho scoperto che ci si può personalizzare il blog come un abito di sartoria, solo che non ho idea di cosa siano e a cosa servano tutte quelle opzioni.
Però ho fatto una figata.
Quando Claudiochenecapisceparecchio, il mio attuale Guru Informatico, mi ha piazzato il tutto, nei commenti mi ha battezzato ilpandadevemorire (credo si dica loggato) ma a me non piaceva. Naturalmente non mi sono mai ricordato di chiedergli la modifica quindi da tre anni firmo Dottordivago ogni pirlata che scrivo nei commenti.

Bene, oggi, 16 dicembre 2010, ho scoperto che sì, ce la potevo fare, così mi sono battezzato da solo, con queste manine d’oro e da oggi, nei commenti, risponderò con il mio nome.
Lo so, renderlo noto a quest’ora è un’infamata per tutti i giornali che dovranno rifare le prime pagine e pure per la CNN che sta già spostando sotto casa mia gli inviati da mezzo mondo.
E mi scuso pure con voi, amici miei, che andrete a letto in un tale stato di eccitazione che rischiate di giocarvi la nottata.

Non gliene frega un cazzo a nessuno?
Beh, quando ho letto il mio primo commento firmato Dottordivago, mi rideva anche il buco del culo.
È proprio vero che nella vita basta accontentarsi…
Buona serata, cari.

Dottordivago

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Devo sbrigare una tale quantità di lavoro d’ufficio per cui, francamente, pensavo di non scrivere una riga per un bel po’: ho il diavolo che mi corre dietro, davvero.
Ma un commento di Marco mi stuzzica, è un forcipe che mi spinge a partorire un’orrida creatura quale è un pensiero malato, anche se, come metafora, sarebbe più corretto dire che è un potente lassativo che accompagna all’uscita il gigantesco stronzo costituito dalle rimanenze metabolizzate del mio pensiero politico.

Per chi non leggesse i commenti, propongo l’antefatto.
Parlando di eventuali, futuri governi, ho dichiarato:

Ho votato Radicale e Lega fino al ’94, ho ingrassato il Puttaniere fino al 2006 poi, schifato, ho fatto una puntatina con Veltroni nel 2008 (sì, ci ho creduto per un attimo anch’io…) e Grillo alle Europee 2010.
Continuerò con Grillo e, se si ritirasse, piuttosto che ‘sta banda di merdoni, aspetterò una lista di Alvaro Vitali o di Martufello.
Come sogno nel cassetto, anelo un listone “Aldo, Giovanni e Giacomo”…

Risponde Marco:

Scusa se m’incazzo un filo. Radicali e Lega, insieme a PRI e Forza Italia, hanno avuto anche i miei di voti. E fin qui ci ritroviamo: si tratta di scelte fatte per costruire qualcosa e in favore di un progetto politico.
La classe politica di destra attuale è quella che è, e va bene: basti pensare che lascia spazio a un mentecatto come Bocchino, che all’epoca dei vecchi faceva il bravo peone e, senza l’altro mentecatto, il sig. destramoderna, lì sarebbe rimasto.
Antiberlusconiano si diventa, e va bene.
Ma grillino no.
Se uno è di destra come fa a votare Grillo (che è come dire Di Pietro, cioè “l’ampolla dell’essenza” della merda, del calcolo, dell’insipienza e dell’ignoranza storica e politica)?
Ti seguo ormai da un pezzo, ma questa non riesco a capirla. Proprio non ci arrivo perchè, per quel poco che ho capito, il voto in favore dello “sfascio” (per uno che peraltro sta a poca distanza da quei bastardi che hanno spaccato Roma ieri), mi pare incompatibile con la tua indole, e il voto a Grillo per ragioni politiche mi pare veramente un insulto alla tua intelligenza. Mah.

Bel tipo, il Marcolino, eh?
Ora, che qualcuno possa ancora pensare che esista un Dioqualunque mi stupisce ma mi adeguo, che qualcuno possa credere a Babbo Natale, anche; francamente, che qualcuno si appelli alla mia intelligenza… beh, mi suona strano, anche se gratificante.
Seriamente, capisco la tua perplessità, che poi è anche la mia: quell’uomo è un capobranco per animali che detesto, tipo No Global da Centri Sociali, ed è un Dio per persone che compatisco, tipo i Verdi a tutti i costi. 
Però non sono poche le cose dette da Grillo che mi trovano d’accordo.

In primis, ci prova, nell’opera apparentemente senza speranza di azzerare questa classe politica: mettere i ladri a gestire la cosa pubblica è come legare il cane con la salsiccia e togliere ai pregiudicati (se li hanno già beccati significa che oltre che disonesti sono anche stupidi…) la possibilità di entrare in Parlamento, mi sembra già di partire con il piede giusto.
Impedirgli, poi, di diventare dei leviatani della politica, limitando a due legislature la vita di un candidato, mi sembra meritorio.
Qualcuno sostiene che, così facendo, per mancanza di esperienza non si formerebbe mai una classe politica.

E dici poco?

La classe politica, semplicemente, non deve esistere: il politico deve portare capacità, energia e idee nuove, poi “a casa”, prima di poter consolidare ed incancrenire rapporti d’affari e connivenze.
E se ancora ha qualcosa da dare, può farlo da dietro le quinte, in veste di decano.
Un politico deve essere un limone, come quei calciatori alla Gattuso: vanno spremuti finchè ne esce una goccia, poi via.

Abbiamo tante cose da cambiare e da aggiustare, solo che questa gente non lo farà mai; quindi, prima di cambiare le cose, si deve cambiare la gente.
È la cosa più logica del mondo ma solo Grillo la dice.

Concludo con un discorso di convenienza, anzi, di doppia convenienza, visto che mi conviene rimettermi al lavoro, sennò sono rovinato: la convenienza politica è che, almeno per i primi tempi, Grillo proporrebbe persone oneste, magari solo per la ragione che non hanno mai fatto un cazzo prima.

Con quelli che “hanno costruito una grande azienda prima di scendere in campo”, abbiamo già dato…

Dottordivago

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…fortissimamente volli.

Mi sono fatto legare alla scrivania, come faceva Vittorio Alfieri.
Se uno manda avanti un blog, è perchè ama scrivere ed io lo sto facendo.
Solo che sono conti su conti su conti.
D’altronde, “è il fine anno, bellezza”…

Dottordivago

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Giovedì ho pubblicato un post in cui, tra l’altro, ce l’avevo con i truffatori Callisto Tanzi (Parmalat), Jeff Skilling (Enron) e Bernie Madoff (truffe assortite).

Il giorno dopo, venerdì, il tribunale di Parma ha condannato Tanzi a 18 anni di galera: non ne sconterà neanche un giorno ma la speranza è l’ultima a morire…

Oggi, sabato, le agenzie di stampa hanno dato notizia del ritrovamento del cadavere del figlio di Bernie Madoff, che ha pensato bene di tirarsi il collo: da noi non siamo in molti a conoscere il vecchio Bernie ma negli USA, sicuramente, saranno in pochi a piangere per la scomparsa del figlio.

Se dovesse succedere qualcosa di brutto a Jeff Skilling o famiglia, vi autorizzo a considerarmi un osso da morto.
O una sorta di giustiziere.
Nel dubbio, preparo al volo quattro righe sul Berlusca…

Dottordivago

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Non amo le piccole cose.
Anzi, no: amo le piccole cose, terrei tutto, dai barattolini alle scatolette di tutti i tipi.
Piuttosto, non amo i piccoli fatti.
E con “piccoli fatti” non intendo i tossici in età prescolare, intendo i piccoli avvenimenti, le situazioni a scartamento ridotto, le notiziole, gli eventi di piccolo cabotaggio.
Che, per altro, sono le cose alla mia portata…

Mi appassiona la politica internazionale, ho praticamente smesso con quella nazionale –visto l’andazzo, è stato più facile che con le sigarette- e non ho mai cagato di striscio quella locale, forse perchè posso constatare di persona l’enorme differenza tra le intenzioni sbandierate e le tristi e malandrine attuazioni dei programmi.
E vedere chi sono i conoscenti che se ne occupano, mi fa male al cuore: gente che non ha mai combinato un cazzo e che si accoda ad un politichetto finchè questi gli trova uno stipendio; non ho detto “un lavoro”, quasi sempre si tratta di uno stipendio, magari basso ma che rappresenta comunque il trentuplo dell’impegno richiesto.
Invece, per fortuna, c’è ancora qualcuno che se ne cura, addirittura non per interesse di parte ma per il gusto dell’agorà: beati loro che ce la fanno.

Per degnarmi di seguire una partita di calcio, deve trattarsi di Mondiali, Europei o finale di Coppa dei Campioni, anche se ha cambiato nome e non è più giocata dai Campioni ma dai primi tre o quattro di ogni campionato.
Ricordo una cosa che mi stupiva, parecchi anni fa.
Quando esisteva il Bar Franco, tappa abituale per la focaccina del dopo discoteca, negli anni 80, c’erano cinque o sei personaggi che uscivano da quel locale solo per andare a mangiare, a dormire e allo stadio; il resto del tempo lo passavano lì, parlando rigorosamente di calcio ma non di Juve, Milan o Inter, no: per loro la Solbiatese ed il Real Madrid erano parimenti degni di interesse, avevano una conoscenza enciclopedica di qualsiasi formazione avesse come mission (ops!…) quella ti tirare calci ad un pallone e, se gli arrivava voce di un ragazzino di belle speranze, prendevano su la macchina e si scoppolavano qualche centinaio di km per vederlo giocare, magari nella Sottomarina di Chioggia;  tutto questo per pura passione, non perchè fossero informatori o segnalatori di qualche squadra.
Impegno certamente degno di miglior causa ma tanto di cappello, comunque, per l’interesse a situazioni che io scarto a priori.

Altri sport? Solo l’eccellenza: Formula 1 e Motomondiale.
Peccato che nelle Formule minori ci si diverta molto, molto di più.

Per fare un altro esempio, sul mio televisore non ho neppure sintonizzato le tv locali: a parte il fatto che la mia presenza davanti al televisore è limitata a TG vari e documentari di SKY (cazzo, devo ricordarmi di togliere il pacchetto cinema, che costa come un figlio scemo e non lo uso mai…), non mi appassionano le notiziole e mi disturba sentir parlare gente che… che parla come me: sentire l’accento alessandrino, non percepito nel corso delle comuni chiacchiere, mi disturba; è un po’ come sentire la mia voce registrata: alzi la mano chi non ha mai provato quella sensazione (“minchia, che voce di merda…”), forse succedeva anche ai mitici Pino Locchi e Ferruccio Amendola.
Inoltre, conservo il gusto per la professionalità, che su quelle emittenti latita.
Ma la maggior parte dei miei concittadini è più informata di me su fatti ed eventi, proprio grazie alla frequentazione di quelle TV da quartiere.

A proposito di professionalità: in quella che, ormai, posso considerare un’altra vita, ero un autore di testi tv, ve l’ho già detto.
Ho collaborato a tanti programmi importanti e in uno di questi, International DOC Club, più brevemente “DOC”, di Renzo Arbore, ho perso anche il gusto per la musica dal vivo.
Ho passato mesi ad ascoltare i più grandi personaggi della musica mondiale, comodamente seduto tra gli autori o il pubblico e pagato per farlo: scemo com’ero, ho ballato sul palco con Kool and The Gang e, giusto per citarne altri, ho cantato a squarciagola con quelli che rimanevano della band originale dei Blues Brothers; in veste di maestro di piano ubriaco ho insegnato il do-re-mi-do di Fra’ Martino Campanaro (uniche note che so suonare su una tastiera…) ad un Keith Emerson che si divertiva come un pazzo a fare l’allievo svogliato e si pigliava i miei cazziatoni; ho letteralmente costretto il pubblico a fare il rumore del mare ed il verso dei gabbiani mentre Pino Daniele, Phil Manzanera (Roxy Music) e Robby Krieger (Doors!!!) strimpellavano “La canzone del sole”, brano balneare per eccellenza; quando ha capito il (non)senso della cosa, Robby Krieger ha dichiarato che, per pensare certe cazzate, il suo amico Jim Morrison si doveva strafare: devo precisare che, quando me l’ha detto, gli avevano appena riferito che il giorno prima avevo sfidato Lucio Dalla in una gara, persa, di “peli sullo stomaco”…
Beh, dopo queste esperienze, non sopporto più di seguire un concerto dal vivo, spintonato e pagante, mentre il gusto per la professionalità e l’eccellenza mi impedisce di ascoltare per più di un minuto un onesto strimpellatore da piano bar.
Per fortuna, molta gente si accontenta e si diverte.

Bimbi può stare tranquilla: non le farò mai le corna.
Per farlo dovrei essere praticamente costretto da una fantasmagorica ed inarrivabile gnocca, e dovrebbe anche essere simpatica, per meno non mi ci metto: Groucho Marx diceva  

Non vorrei mai fare parte di un club che accetti tra i suoi iscritti un tipo come me.

Beh, sono praticamente certo del fatto che l’eventuale signorina su cui sarei disposto a mettere le mani, anche solo per un fatto di frequentazioni, difficilmente capiterà nella mia vita, secondariamente bisognerebbe sentire cosa ne penserebbe lei in proposito ma io un’idea me la sono già fatta…
E poi, dopo due anni di assenza dalla palestra, non andrei mai con una tipa del genere disposta a darla a uno come me.

Mi piacerebbe avere il tempo per raccogliere quanto scritto su queste pagine in questi tre anni, dar loro una forma (un senso no, sarebbe impossibile) e mettere tutto in un libro.
Non lo farò mai: voglio la certezza di scrivere un best seller ed il ritrovarmi con un bancale di copie invendute in cantina mi farebbe a pezzi l’anima.

Insomma, chiedo troppo a me stesso, alla mia vita ed al mondo che mi circonda.
Chiedo troppo, così non mi concedo niente.
Lucio Battisti cantava “credevo di volare e non volo”, mentre io vorrei volare troppo alto per le mie alucce, così rinuncio a volare.
E dire che non volano solo le aquile e i condor: anche le oche e le anatre lo fanno:

C’era una volta questo grande lago, che era proprio fuori del villaggio e noi ci andavamo a pescare i pesci gatto, a fare il bagno e nuotare.
Un giorno arrivò un gruppo di anatre e vi si posò sopra.
E dicono che subito dopo la temperatura si abbassò così tanto e così in fretta che il lago gelò e le anatre vi rimasero incastrate con le zampe. 
Così cominciarono a sbattere le ali, tutte insieme, ed il giorno dopo quel lago non c’era più, e dicono che ora sia da qualche parte in Georgia.

Passatemi la citazione, gente: “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” è un film indimenticabile, lo amo.

Insomma, se prendete un uccello, gli togliete la voglia di volare e lo lasciate a razzolare ed ingrassare in cortile, con cosa vi ritrovate?
Un tacchino, appunto.

Dottordivago
P.S. Se nessuno mi si mangia per Natale, mi toccherà mettere giù un paio di buoni propositi per l’anno prossimo…

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Come unica via di salvezza per l’Italia, Montegaglia e Marcezemolo invocano e auspicano la produzione di manufatti di altissima qualità, la famosa eccellenza, giusto per non farci fare le scarpe dai Cinesi, che ci copiano i prodotti medio-bassi e li rifanno meglio a un decimo del prezzo.
Mah, sarà… 
E se invece… se incominciassimo a copiare noi qualcosa da loro?…

miniera

Cina, condanna a morte manager miniera

di Ansa

(ANSA) – SHANGHAI, 2 DIC – Un tribunale cinese ha confermato in appello la condanna a morte con due anni di sospensione per due alti responsabili di una miniera nella quale, l’anno scorso, uno scoppio provoco’ la morte di 76 minatori.La corte provinciale dell’Henan ha rigettato l’appelllo dell’ex responsabile della miniera di carbone n. 4 di Pingdingshan,nel distretto di Xinhua.La corte ha confermato la pena capitale anche al suo vice.Rigettato l’appello di altri tre manager, condannati a 13, 15 anni e all’ergastolo.

Lo dico da una vita: facendo un Bignami del Vangelo, si evince che la summa del Gesù Cristo-pensiero è la seguente:

Ama il prossimo tuo come te stesso.

È lampante: se ti comporti con gli altri come con te stesso, di sicuro non vai in giro a fare troiate.
Se proprio devi girare interamente sul prossimo quello che è il tuo comportamento nei tuoi confronti, al massimo ti ritrovi ad offrire qualche sigaretta –che è un sistema per farsi del male- o, tutt’al più, a pasticciare nei pantaloni di qualcuno, comportamento riflessivo abituale dei maschietti. 
Quindi, con questo comportamento –non le pippe, parlavo dell’amare il prossimo…- si rendono pleonastici tutti i Dieci Comandamenti in un colpo solo.

Allo stesso modo, con un paio di Precetti Laici si può salvare ‘sta povera Italia:

1) Chi sbaglia paga
2) Bisogna lavorare

Riguardo al Primo Precetto Laico, siamo messi male. ma male male male.
Lasciamo perdere il caso del manager cinese a cui forse tireranno il collo: è un capro espiatorio, figlio di puttana ma sfigato, un po’ come Armanini che, di tutta Tangentopoli, è l’unico che si è fatto un cicinìn di galera; la Cina sta facendo il boom che sta facendo, proprio perchè non ci sono regole e tutti accettano la situazione, salvo fare la festa “random” a qualcuno.
Il problema è che il 90% dei crimini, da noi, al netto di sconti e riduzioni prevede pene inferiori ai tre anni, solo che, sotto i tre anni, in galera non ci va nessuno.
Se poi si tratta di fatti non di sangue ma di soldi, allora è ancora meglio: quando il colosso Enron ha fatto il botto, bruciando 60 miliardi di dollari, Jeff Skilling, Amministratore Delegato e “regista” della colossale truffa finanziaria è stato condannato a 24 anni di reclusione. E li sta facendo. Uno degli uomini più potenti del Paese.
Gli altri responsabili che hanno collaborato con la giustizia, non sono riusciti ad evitare pene comunque severe (10, 3, 2 anni di reclusione). E li stanno facendo o li hanno fatti.
La stessa fine l’ha fatta Bernie Madoff: è passato da un attico di 1500 mq a una cella di 4.

Il sciur Tanzi, che ha fatto un botto più piccolino ma che, rapportato all’economia italiana, ha un peso anche superiore a quello di Enron per gli USA, ha fatto qualche settimana dentro, nella bambagia di qualche infermeria o cella d’isolamento a cinque stelle; al momento, il suo pensiero più grosso è quello di tranquillizzare i suoi prestanome: “Nervi saldi, ragazzi, non vi cerca nessuno”.

Ho mirato al bersaglio più grosso, inteso come il più grosso tra quelli che non si fanno le leggi salva-culo; ma quanti ce ne sono, come lui?
Siamo sinceri: ok i valori, l’amore, la salute, la famiglia… ma quelli che mettono d’accordo tutti quanti sono i soldi.
E noi, che la sappiamo lunga, depenalizziamo i reati finanziari.
Marca “bravo” al Berlusca.

Secondo Precetto Laico: siamo messi pure peggio.
Non molti anni fa, “fare il ponte” significava attaccare la domenica al martedì o il venerdì alla domenica; se una festività cascava di mercoledì o giovedì, ci giravano le balle: niente ponte, porca troia.
Poi il sabato è diventato festivo per quasi tutti e il giovedì, quando festivo, è stato istituzionalizzato come ponte.
Siccome il progresso e le tecnologie fanno passi da gigante e i ponti sono sempre più lunghi, oggi è sufficiente un mercoledì di festa che si blocca tutto per una settimana.

Dice: “Eh… ma c’è anche Sant’Ambrogio, martedì…”
E dove cazzo ero, io, quando Bossi ci ha fatto diventare tutti Milanesi?
Noi Alessandrini, i Fiorentini, i Napoletani o i Siciliani, Sant’Ambrogio non ce lo siamo mai inculato quant’è lungo; però, perlomeno al mio paese, si ferma tutto lo stesso.
Aspetto due consegne di vetri, una da Bologna e una da Genova: secondo voi, in questa settimana ne vedo una?
No, c’è il ponte.
Non ho detto “zanzariere”, che in questo periodo, giustamente, quelli che le fanno battono un po’ la canna; ho detto “vetri”, senza di cui le finestre servono a poco ed io ne ho una montagna e mezza da consegnare, di merdosissime finestre…

Bon, facciamola corta: sappiate, cari pontisti, che sto pregando per uno tsunami in zone marittime, valanghe come se piovesse per le località di montagna e pioggia di merda sulle città d’arte.
Ah, già, ci sarebbe il crescente fenomeno dell’agriturismo…
Le cavallette! 

E orde di zingari in quei begli appartamenti deserti…

Dottordivago

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