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Archive for 20 dicembre 2010

Il mio negozio è comunicante con l’ufficio/laboratorio dei miei amici/padroni di casa.
Non chiudiamo neanche le porte divisorie e, considerando che anche l’elettricista, affittuario come me, ha lo stesso amore per la sicurezza, se entra un ladro fa filotto .
Non siamo nè pazzi nè riponiamo troppa fiducia nel genere umano: semplicemente, non c’è un cazzo da rubare; i portatili vengono a casa con noi e se proprio qualcuno ha bisogno della mia stampante da 40 euri, si accomodi pure, così ne ricomprerò due e farò un regalo al mio amico, che non ce l’ha e viene sempre a rompere i coglioni a me.
Per meglio chiarire l’atmosfera da Rione Sanità che regna tra noi vicini, aggiungo che il mio amico ha la macchina espresso e, visto che c’è la sua, non ne ho ancora comperata una mia, mi limito a comperare le cialde della Illy: lui ha le braccine cortissime e compera delle cialde super economiche che gli ho già consigliato di sostituire con sottopiedi o tampax usati, a seconda della sua vena del momento.

Stamattina vado di là per bere un caffè e dire quattro cagate; entro, come al solito, con un roboante “oh, banda di ricchioni…” e vengo zittito…
Eh la Madonna… cazzo succede?

Ma pensa te… tutta ‘sta preoccupazione perchè un venditore di Telecom è al telefono con un call center della premiata ditta, per sistemare una delle mille troiate che gli operatori telefonici fanno quotidianamente: nella fattispecie, ai miei amici non arrivano le fatture e non possono pagare le bollette, solo che Telecom reclama comunque il pagamento.
Kafka era un bambino…

Dopo un paio di minuti, trionfante, l’homo tecnologicus dichiara: “Apri la mail, ha trovato le fatture e te le sta inviando”; detto ciò, si guarda attorno in cerca di consensi.
Ovviamente non se lo incula nessuno.
Lo conosco, è un tipo in gamba, gentile e disponibile, solo che questo piccolo successo gli dà alla testa: non ci sta a non essere cagato, cerca l’applauso, come un comico che fa una pausa e guarda il pubblico con aria piaciona…
”Sapete qual’è il problema dei call center?…”
Ne conosciamo almeno centocinquanta ma lo lasciamo parlare: che si goda il suo momento…

”Il problema è trovare la persona giusta…”

Gli faccio notare che l’affermazione è valida per baristi, avvocati, pompinare e tutte le attività, arti e professioni che esistono in cielo in terra e in ogni luogo.
”No, sai… non è così semplice: quelli dei call center fanno un lavoro di merda e non guadagnano un cazzo, così…”
”…Così mi hanno rotto i coglioni!”
Ci siamo, mi è partitolo l’embolo.

Tengo a precisare che, finchè le cose mi andranno così –e magari anche un filino peggio- non lascerò il mio lavoro per un call center, garantito.
Ma le miniere di zolfo sono un’altra cosa.
E anche i manovali nelle fonderie o gli asfaltatori di strade in pieno luglio o –sapeste quant’è bassa la terra…- i raccoglitori di ortaggi, sono tutti messi peggio.
Non ne posso più di sentire ‘sta storia che gli addetti dei call center sono i nuovi schiavi: viene quasi da pensare che alla sera si ritrovino coricati per terra in una lurida capanna a comporre spirituals, come i negher in Georgia nei secoli andati.

Coraggio, ragazzi, c’è di peggio, ve lo garantisco e, se proprio volete migliorare la vostra situazione, per info contattare Ruslan.

Ruslan è la punta di diamante della mia azienda: un ragazzone moldavo con la forza di un rimorchiatore, un cervello niente male ed una voglia di lavorare che, se ce l’avessi io, come minimo sarei già l’Imperatore del Giappone.
Una giornata di Ruslan vale 150 euro puliti, se va lungo anche 200 (l’ho già detto “puliti”? Sì, allora continuo); c’è solo un problema: io per primo, e insieme a me tutti quelli che lavorano in un call center, piuttosto che beccarmi delle giornate come quelle di Ruslan, dico la verità… piuttosto andrei a rubare.
Solo che io so fare qualcos’altro –e mi faccio venire la voglia di farlo- tanta gente no, però la fatica non è nelle loro corde.
Tra l’altro, quello di Ruslan è un lavoro che non richiede obbligatoriamente la capacità di sollevamento di un muletto, molti miei collaboratori non sono nè La Cosa nè Hulk ma se la cavano benissimo.

Il modello Ruslan vale anche per le donne: Claudia, la sciura ucraina che fa le pulizie nel mio negozio, gira come la pallina di un flipper tutto il santo giorno; mezza giornata qua, due ore là, altre due là, a volte sostituisce per la notte la sorella badante, giusto per ricominciare al mattino dopo.
Mi viene da domandarle: “È una vita?”
Sì, lo è, è la sua vita.
Intanto, dopo cinque anni in Italia, lei -ex insegnante- e il marito -ex concertista- che aiuta un panettiere di notte, dorme qualche ora e poi aiuta la moglie, loro due, dicevo, si sono comperati la casa.

Nel mio mestiere servono anche i facchini: faccio finestre bellissime ma hanno il difetto che da sole non si muovono, tocca caricarle sulle spalle e cammellarle al piano.
Come dicono gli ammericani, “il quarterback non porta il Gatorade”, quindi i miei posatori non fanno i facchini, li voglio lucidi e freschi, non sudati e stremati. Così mi rivolgo ai compaesani dei miei uomini, gente appena arrivata che, per cinque euro l’ora in nero, manda avanti i cantieri di mezza Italia: io pago dieci euro l’ora e, in cambio, loro volano su dalle scale con le finestre in braccio.
C’è solo un problema: durano poco.
Non perchè muoiono o si stufano ma perchè si trovano un lavoro fisso, molto spesso in regola, come un sacco di loro compaesani prima di loro, a differenza degli Italiani, che proprio un lavoro non lo trovano.
Tranne che nei call center, dove il fatto di conoscere la lingua rappresenta un discreto vantaggio.

Qualcuno, molto correttamente, ha inventato una categoria sindacale per gli stranieri: “I lavori che gli Italiani non vogliono più fare”. Appunto: non che non possono più fare.
Non vi rendete conto di quanto lavoro manuale c’è da fare, solo che per gli Italiani è assai più nobile vendere il culo che usare le mani: una troia che la dà via per mille euro a botta, diventa un personaggio da sfoggiare in discoteca, mentre una che pulisce le scale è considerata una pezza da piedi.

L’Italia può essere un bel posto, per chi ha voglia di lavorare; e lo è anche di più per chi tra un orecchio e l’altro non ha una corrente d’aria.
Vasile, rumeno della prima ora, è arrivato nel 2003.
Presso un impresario alessandrino che conosco molto bene, rigorosamente in nero, ha fatto il bufèn (il manovale, quello che “buffa”, che ha il fiatone) per un mese, poi è passato mesa casòla (mezza cazzuola), dopo tre mesi hanno capito il soggetto e l’hanno assunto a tempo indeterminato come miradùr (muratore).
Ha saltato un passaggio nella gerarchia edile alessandrina, quello di miradùr finì (muratore finito o mastro muratore), semplicemente perchè è saltato al successivo; dopo un anno dall’arrivo in Italia, con uno stipendio sicuro, ha salutato il datore di lavoro che gli avrebbe fatto ponti d’oro ed è diventato impresario, si è messo in proprio.
Ha iniziato a farsi un buco del culo come uno sbadiglio e ora vive in una bella villetta di proprietà, fuori città, che si è costruito nel tempo libero, anche se mi domando dove cazzo l’ha trovato, “il tempo libero”… probabilmente non avrà dormito per un paio d’anni.

Silvano, albanese di cui nessuno riesce a pronunciare il nome di battesimo, è arrivato a Bari o Brindisi con il famoso “Bastimento carico di…”, credo nel ‘90.
Era un militare e, quando ha saputo che partiva una nave carica di banditi a cui erano state spalancate le porte delle carceri, non l’ha fermata: ci è saltato su, in divisa e con il kalashnikov in spalla.
Arrivato in Italia si è qualificato, ha consegnato il gingillo alla Polizia e il giorno dopo era a casa di una lontana parente, in Alessandria.
Il marito della cugina, italiano, lavorava come dipendente da un parquettista, che ha accettato di buon grado di far lavorare il nuovo arrivato. 
Dopo due anni si è messo in proprio e dopo altri due ha perso tutto a causa dell’alluvione.
Come tutti, ha imbertato un mucchio di soldi di risarcimento e si è ingrandito, poi ha lavorato come un pazzo per un po’ di anni; oggi sta liquidando l’azienda e se ne torna al paesello, dove ha costruito un albergo in riva al mare e dove conta di andare incontro ad una serena vecchiaia.

Ma questa povera Italia non è solo l’Eldorado degli stranieri svegli, può essere un buon posto anche per gli indigeni, solo che… aspetta che leggo le controindicazioni… Ah, ecco: serve voglia di lavorare.
Il mio amico Ale, italianissimo ingegnerie aero-spaziale, prendeva 1300 euro al mese all’Alenia.
Quando ha capito che con quello stipendio vizi se ne toglieva pochi, si è ricordato del padre fabbro e di me: papà ci ha messo un pezzo di capannone, mentre io gli ho imbastito l’officina e gli ho insegnato il mestiere, così lui si è messo a fare un po’ di finestre.
Oggi si fa un culo nettamente superiore ad un tempo ma alla fine del mese non dice “bambole, non c’è una lira”; piuttosto dice “cazzo, ma è già passato un mese?”
E intanto si è comperato un appartamentino e un paio di moto.

Alla faccia degli italiani che non arrivano a fine mese.

Certo, lavorare in proprio ha un costo che non tutti accettano di pagare: preoccupazioni, qualche notte a fissare il soffitto, il fatto di svegliarsi la prima mattina del mese e pensare: “Bene, per questo mese che inizia ho già speso 5/10/20 mila euro: adesso andiamo a guadagnarli…”
Se non ve la sentite e non siete qualificati per stipendi di livello superiore, vi restano due strade: lavoro manuale ben pagato o lavoro sedentario poco pagato.

Siamo un popolo di piangina.
Come dico sempre, Dio maledica il ‘68: partito per cambiare la società, ha devastato la mentalità.
Con la trovata del voto politico, per cui tutti avevano diritto non solo all’istruzione ma anche alla garanzia di riuscita senza impegno, ci siamo abituati a pensare che tutto sia dovuto.
Nello stesso periodo, alcuni furboni si sono inventati la “spesa proletaria”, che consisteva nel prendersi le cose senza pagare, nonchè il diritto al lavoro (inteso come stipendio) così si è formata una mentalità che prevede di fare il cazzo che si vuole e contempla solamente i diritti, per i doveri ci stiamo attrezzando…

Nei cortei di questi giorni, in cui si è ribadito il concetto che chi rompe non paga, si legge su mille striscioni “Diritto all’istruzione gratuita”.
Perchè?
Anzi, no, niente perchè. Ok, mi va bene la richiesta, però ti devi laureare in quattro anni dove il corso di studi a pagamento ne prevede cinque; se non ce la fai, risarcisci tutto, non che passi dieci anni a fare il lavativo a scuola con i soldi delle mie tasse e il bohemienne in giro per locali con la pensione dei nonni.

La mia è una proposta indecente, c’è la stessa controindicazione del posto di lavoro: bisogna avere voglia di studiare.
Invece, per nove contestatori su dieci, dopo cinque o sei anni fuoricorso, una volta conseguita una bella laurea in Lettere e Filosofia o in Scienze Politiche, qualcuno ti deve obbligatoriamente trovare un bel lavoro sedentario da Letterato, Filosofo o Scienziato Politico; se poi di scienziati ce ne sono già troppi, ci si accontenta anche solo di un posto politico.

Ho fatto esempi stantii, me ne rendo conto: oggi tira molto “Scienza della Comunicazione”, in cui anche Valentino Rossi è Dottore; a lui la laurea l’hanno regalata perchè, oltre ad andare a 300 all’ora su una ruota, è bravino davanti ai microfoni.
Sarebbe una gran bella specializzazione, roba che ti spalanca le porte del mondo del lavoro.
Ai primi tre.
Tutti gli altri… “Buongiorno, sono Maria/Mario: come posso esserle utile?”

Gente, per fare un cazzo e, contemporaneamente, un mucchio di soldi, devi essere un fenomeno, un bandito o un politico; noi persone normali dobbiamo lavorare.
Se proprio devo dirla tutta, io per primo non ho conseguito i risultati dei vari Vasile, Silvano e compagnia migrante, anche se sono partito prima di loro.
Perchè sono più scemo? No, perchè sono più lavativo: l’ho già detto, una vita come la loro non mi si addice, come il lutto ad Elettra.
Nel tempo libero voglio salire su un aereo e cambiare aria, voglio andare al mare a pescare, voglio leggere un libro o, nella peggiore delle ipotesi, guardare un documentario su Sky.
E intendo farlo finchè il culo e il cervello me lo consentiranno.

E se va bene a me… buona attività in proprio a tutti.

Dottordivago

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