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Archive for 6 dicembre 2010

Ma… se chi fän sa gent’?…

In dialetto alessandrino significa “Cosa fa questa gente?”.
Per la precisione, sarebbe “Cosa fanno questa gente?”, visto che nel nostro dialetto “gente” è plurale, da cui l’immortale

La gente sono matti,

italianizzazione di “La gent’ i son mat”.
Ecco, per l’argomento di oggi, quest’espressione è ancor più calzante di quella del sottotitolo.

Ambientazione, anzi, location (poi vi spiego…): Alessandria, Corso Roma, la via del passeggio e dei negozi.
’Spetta un attimo, và, che mi scappa di divagare.

Negozi un tempo famosi: molti Piemontesi partivano dalle altre province, i Genovesi ed i Pavesi da un’altra regione, per lanciarsi nello shopping mandrogno.
Alessandria volava ancora sulle ali del successo planetario di Borsalino, era una città in stile Marella Agnelli, non bella ma molto, molto elegante; giusto per dirne una, il classico mocassino da donna a tacco basso, quello che si abbina con un tailleur piuttosto che con i jeans, quando le scarpe si facevano in Italia ed erano un tripudio di pellami e cuciture di classe, per gli addetti ai lavori quella scarpa era “l’Alessandrina”.
Negozi gestiti da famiglie ricche come il mare, avendo lavorato in tempi in cui la contribuzione fiscale era poco più che una puntura di zanzara sulle  giunoniche chiappe dei loro bilanci; famiglie in cui, se ci nascevi, potevi toglierti da subito ogni velleità di “fare la tua strada”: si stava in bottega e basta. Si imparava il lavoro e a vent’anni, se scarpari, si sapeva tutto di cuoio e tomaie; nell’abbigliamento, si distingueva una lana di Biella da una di Borgosesia e si padroneggiava la nobile arte dell’asola e della martingala.

Una simile casta di negozianti forgiava clienti esigenti (o viceversa…), infatti gli Alessandrini erano una banda di caga-amaretti: anche se sono passati trent’anni (stava finendo un’era ma l’imprinting era ancora quello) ricordo ancora l’indignazione di una mia morosa che tornava dalla settimana universitaria a Genova e mi faceva una testa così col fatto che si era scoppolata una settimana circondata da gente con abiti rammendati e calze
–orrore!- dalle smagliature fermate con lo smalto per unghie!

Oggi Corso Roma è una doppia fila di straccerie, una specie di Viale di Bolgheri con tristi cipressi Made in China: negozi per concorrenti del Grande Fratello, rigurgitanti abiti con gli orli incollati e scarpe stampate come gli ometti del calcio balilla.
E se il Camagna dice il contrario, è solo perchè ha le mani in pasta: mandatelo a cagare.

Il livello del negozio, una volta determinato dalla qualità del venduto e dalla serietà del proprietario, oggi è dato dalla griffe che compare sull’insegna: se è roba anonima, per uno straccio partito a 5 dollari dal Guangxi te la cavi con 40 euro, se il negozio è di categoria, invece, per uno straccio partito a 10 dollari dal Sichuan te ne sgobbano 300.
Di euri.

Sorri for mai divaghescion, torniamo al fatto.
In Corso Roma, all’angolo con una traversa, qualche imbecille ha appiccicato una pubblicità, il “Manifesto del Cretinismo”; siccome deve essere roba contagiosa, io l’ho fotografato col cellulare, tempo fa, poi ho perso la foto.
Va beh, cosa ci vogliamo fare?…
Comunque me lo ricordo, non perfettamente ma le cose più qualificanti sì.
Non l’avrei neppure notato se non fosse che una coppia sulla sessantina, quindi nell’età giusta per avere figli in età da matrimonio, è ferma lì a leggere e sento lei che dice al marito: “Ma… ala fen… se chi fän sa gent’?” (Ma … alla fine… cosa fa questa gente?)

Mi sale spontanea una bella risata, una di quelle che non passano inosservate, infatti i coniugi si girano e mi guardano ed io, a quel punto, appiccico gli occhi al manifesto, giusto per non dover sostenere il loro sguardo…
Minchia! Ha ragione la signora… È una specie di codice Morse che alterna, anzichè punti e linee, una parola in italiano con due in inglese:

WEDDING PLANNERS
La nostra mission:
ricerca locations,
grande emotional impact,
fornitura catering e banqueting,
realizzazione wedding cake,
servizio di flower designer,
make-up service team convenzionato…

Ecco, considerate che io ne ricordo circa la metà: l’incomprensibile offerta era molto più articolata.

Ora mi sorge una domanda: ma tutti qua vengono a sposarsi, ‘sti cazzo di Inglesi?…
E sì, eh, vuoi mica che si rivolgano ad una clientela italiana, no? Minimo, dall’Arkansas ad andare in là…
Gli Italiani… già me li vedo: “Hai sposato una vergine?”
”No, un troione, però parla bene inglese, sennò col cazzo che l’aggiustavamo ‘sta faccenda…”

Siamo piazzati come i negozi di Corso Roma: quando un lavoro del genere lo faceva uno del mestiere, tipo un tipografo, tu scrivevi due minchiate su un pezzo di carta da formaggio e lui gli dava un senso compiuto; ti mostrava un’anteprima e, se ti piaceva, davi il “si stampi”.
Oggi finisce tutto in mano agli art directors,
ciuchino quasi sempre potenziali raccoglitori di San Marzano ma privi della voglia di lavorare, moderni Azzeccagarbugli che, per creare sudditanza, hanno sostituito il latino con l’inglese.
E magari, uno che lavora da una vita e proprio per quel motivo non ha una cultura sconfinata, magari li sta anche a sentire.
E i risultati sono quelli: spendi soldi per una pubblicità che, più che l’anima del commercio, è l’anima de li mortacci sua.

A questo proposito, vorrei spendere ancora due parole: non so se ve ne ho già parlato in un’altra occasione ma continuo a ricevere biglietti da visita illeggibili; è tutto vuoto, tranne una righina grigiolina in basso a destra o a sinistra dove, con l’ausilio di un microscopio a scansione, si può leggere il numero di telefono.
Quando ho fatto fare i biglietti da visita nuovi, con l’indirizzo della nuova esposizione (mi pigliasse un colpo se mai la chiamerò show room…) il mio amico che si occupa di fotocomposizione si è fatto sfuggire un “Lo diamo in mano ad un ragazzo che…”
”Non l’ho mai dato in mano ad un ragazzo…”.
Solo una volta, venticinque anni fa, ci ha messo le mani sopra Roberto, un amico chirurgo, che mi ha asportato le creste di gallo, grazioso souvenir di una giovanile dissolutezza; lui tagliava e cuciva ma, anche in quella situazione, me lo reggeva una dottoressa, cosa di cui avrei fatto volentieri a meno, visto che in quel momento, fiutando il pericolo, il mio amichetto del piano di sotto tentava di diventare un secondo ombelico…

Così ho cercato in proprio l’ispirazione ed ho partorito una specie di manifesto da morto: nero su bianco, niente logo, nome e numero di telefono a caratteri cubitali; una cosa di una sciatteria unica ma a prova di pensionato: chiunque mi cerchi, mi trova, anche senza occhiali o traduttore.

Non serve dire altro, la morale di questa storia l’ha scolpita nella roccia la signora, attirata dalla foto degli sposi e scoraggiata dal grammelot dell’art director,
Moriconi Nando l’ammericano del Kansas City:

Ma… ala fen… se chi fän sa gent’?

Dottordivago

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