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Archive for 26 novembre 2010

Cala il sipario…

Bimbi ed io siamo a Casa Zenda da tre settimane –e bene che stiamo…- quando telefona una vicina per informarci che tutti gli allacciamenti sono stati ripristinati: il condominio ha di nuovo acqua, luce, gas, telefono ed ascensore.
Molto bene, grazie.
E farsi i cazzi suoi, no, eh?
Da un po’ Bimbi caragnava che voleva tornare a casa, “che Mauro e Lella sono i nostri migliori amici e le persone più gentili ed ospitali del mondo ma, insomma… magari avrebbero piacere di starsene un po’ tranquilli…”
Eh sì, perchè in una casa grossa come il Vaticano, noi due gli creiamo una confusione…
Finchè avevo l’asso nella manica della casa fredda e buia, Bimbi se n’è stata buona; mò che quella sucaminchia si è premurata di avvisarci, chi la tiene più?
Così lasciamo Casa Zenda, tra la costernazione della Lella che non avrà più Bimbi per fare Cip e Ciop sul divano, sotto la copertina –non tutte le sere, quanto meno…- e il disappunto di Mauro, che non avrà più il sottoscritto a svegliarlo quando in tv c’è un momento interessante…

Torniamo a casa.
Funziona tutto ma non c’è una bella atmosfera; e poi c’è una puzza di gasolio-misto-merda che staziona sulle scale che, in certi momenti, filtra pure in casa.
Ma Bimbi è la persona più dolce del mondo ed è con voce dolcissima che mi sussurra: “Beh, visto che tu hai mille cose da fare ed io no, quasi quasi… vado qualche giorno ad Aosta da mia mamma”.
”Brava, fai solo in fretta, che io riesco a trattenermi ancora cinque minuti, poi ti strangolo”
Allora capisce di averla fatta sporca, così, con voce ancor più dolce sussurra: “Ok, vado…”

Ecco.

Va beh, pensiamo al lavoro.
Ancora una settimana a pieno regime, poi qualcosa che assomiglia ad un ritorno alla normalità ci toglie gradualmente buona parte dei “clienti”.
Ormai è dicembre e lo sbadilamento più grosso è terminato; gli sfollati, salvo i casi più gravi, hanno le case nuovamente abitabili e noi ci stiamo trasformando in base logistica per gli aiuti specializzati, tipo quelli di Soresina ma anche tanti altri tecnici volontari che arrivano ancora da tutto il Nord Italia.

Sabato 10 gli “amici” assessori mi comunicano che verso metà settimana verranno restituiti i container alle aziende che li hanno messi a disposizione, quindi si sbaracca.
Domenica 11 dicembre, più che l’atmosfera da ultimo giorno di scuola, c’è quella di fine vacanza, tutti hanno il muso lungo: abbiamo lavorato tanto, è vero, però, una volta passato il momento più brutto, abbiamo anche fatto tanto di quel ridere…
Due giorni dopo è Santa Lucia, che ad Alessandria si pronuncia lacabòn, deliziosi bastoncini di miele e zucchero caramellato: è il caso di dire che ho contattato gli ambulanti che li producono?
Me ne arriva una tonnellata, così festeggiamo Santa Lucia in anticipo ed alla sera abbiamo i denti marci e la glicemia di una meringa.

Lunedì c’è una calma relativa, così ho il tempo di organizzare lo smantellamento.
Contatto il Capitano-mio-capitano per il ritiro di tende e cucine da campo, ai container ci pensa il Comune.
E mi si spezzerà il cuore, quando una ruspa abbatterà il mio monumento, il cesso provvisorio fatto con le mie mani che, in realtà, ha smaltito molta più merda di quelli chimici arrivati in seguito.
Oh, alla gente piaceva, faceva molto “Casa nella prateria”…

Mi resta da capire cosa fare con viveri e materiali che sono ancora a disposizione di chi ne ha bisogno; mi viene risposto di consegnarli all’Economato Comunale.
OK.
Un momento… “Ok” una bella merda… Tutto ‘sto ben di Dio finisce in un magazzino comunale, senza un inventario (lo faranno loro, mi viene detto…), senza che nessuno ne debba dare conto…
Mi informo meglio ma tutto è nebuloso, la cosa non ha ufficialità: non mi piace.
Io ‘sto film l’ho già visto: tempo un paio di settimane e finisce tutto in casa di qualche bisognoso –di un sacco di legnate- o in qualche negozietto di “amici”.

Come posso evitarlo?
Tutti gli addetti del Campo mi guardano…
Colpo di coda del Maschio Alfa dell’accampamento: organizzo i presenti per l’imballaggio e chiamo i “Miei” –li chiamavo proprio così,”I Miei”- i più fidati collaboratori, quelli che hanno rimesso in moto un’ambulanza classificata “in fuori uso” e che per settimane hanno battuto mezza Italia, tornando carichi di ogni ben di Dio.
Così, quintali di scatolame, vestiti nuovi, stivali, scarpe, scatoloni di torce elettriche con montagne di batterie, stufe elettriche e catalitiche finiscono negli scatoloni: ci vorrà qualche viaggio…

Per dove? 
Chi ha il posto e la statura morale per tenere tutta questa roba, senza rischiare di andare in galera –o di fare una figura di merda- se lo beccano?
Chi ha l’onestà per farla finire nelle mani giuste?
Ma soprattutto, chi è la persona di cui mi fido di più al mondo?

Esatto: il Prevosto. 

Riempiamo uno stanzone della canonica e subito al mio grande, insostituibile amico, maestro e padre dello spirito, il Prevosto, appunto, brillano gli occhi, pregustando già il bene che potrà fare con quel piccolo tesoro.
Mi permetto di sciacallare uno scaldasonno, quelle trapunte riscaldate da mettere sul letto e lo piazzo sul suo letto; è bellissimo ed immacolato ma io, con un pennarello indelebile grosso come un manico di scopa, ci scrivo sopra “buon riposo, Prevosto”, così non lo potrà regalare a nessuno: ha sempre dato agli altri tutto ciò che aveva, anche a costo di vivere al freddo.
Infatti morirà cinque anni dopo, con i polmoni distrutti da anni di freddo, umidità ed esalazioni di una stufa a kerosene che faceva andare quando ce l’aveva, il kerosene.
L’unica opera buona che non gli è riuscita è stata quella di inculcarmi la fede nel suo Dio: ma non l’ha mai saputo e pochi giorni prima di andarsene, ormai in coma alla rianimazione di Casale Monferrato, spero mi abbia ancora sentito, di fianco al suo letto, recitare le preghiere come facevamo insieme, di mattina, tanti anni prima.
Solo che una volta le conoscevo, le preghiere, in quel momento dovevo leggerle…
Anche voi, se come me non sapete pregare, trovatevi una persona come quella, a cui rivolgere un pensiero ogni tanto: può farvi solo bene.

È dura, gente…
Ok, datemi un minuto, che mò riparto…

Era mia intenzione spandere ancora un po’ di merda sulle istituzioni e sugli interventi successivi, tipo gli imponenti, costosi ed inutilissimi lavori eseguiti dal Magistrato del Po nell’alveo del fiume, oppure i soldi già stanziati per il nuovo ponte e misteriosamente “destinati ad altre priorità”…
Potrei dirne mille ma il Prevosto ha la capacità di ammorbidirmi: vuol dire che ne parlerò in un’altra occasione.

Voglio finire con una cosa bella.
Tra le tonnellate di roba che ho trasportato con la mia macchina, c’è stato anche un sacco di lenticchie, una ventina di chili, maritate con decine di cotechini, visto che per lo zampone era un po’ presto.
C’era un buchino, nel sacco, e parecchie lenticchie si sono sparse nel bagagliaio.
Ora le auto hanno dei bagagliai rifiniti come alcove, mentre la mia Peggiotta 205 GTI –o quello che ne restava dopo quaranta giorni di fango, botte e forature- aveva la sua bella lamiera a vista, tranne uno spesso tappetino sul fondo che si fermava a mezzo centimetro dal metallo; lì si era riempito di terra e sporcizia, ormai inviolabile anche dal più potente aspirapolvere: ci sarebbe voluto lo scalpello.

Bene, un bel giorno soleggiato di gennaio –merce rara, qui da noi…- avevo parcheggiato in un piccolo piazzale davanti ad una vetrina che i miei posatori stavano sostituendo e, stufo di stare in piedi a guardare, ho aperto il portellone con l’intenzione di sedermi nel baule.
”Ma che cazzo è ‘sta…?”
Tutto intorno al perimetro del fondo, in quella sporcizia, vedo una trentina di germogli alti un centimetro.
“Ma cosa…?” 
Delicatamente ne tiro via uno, un’unica fogliolina bianca –ovvio, non è che prendessero tanta luce…- che spuntava da… una lenticchia!
”Ma nooo… non ci posso credere!”
Faccio immediatamente manovra e piazzo la macchina in modo che il sole entri nel bagagliaio e la Peggiotta si trasforma in girasole: dalle due alle cinque, quando il sole se n’è andato, ho continuato a spostarla in favore di luce.
Poi ho recuperato una latta vuota, l’ho riempita di terra buona, con estrema delicatezza ho estratto i germogli e li ho trapiantati; arrivato a casa ho trasferito tutto in un vaso.

Gente, Bimbi mi è testimone: dovevate vedere, in primavera, cos’è diventato quel vaso; piantine alte quaranta centimetri, fitte fitte, che creavano una palla di fiori bianchi piccoli e bellissimi, una specie di palla di neve, e pure bella grossa.
Non ho mai cagato le piante di casa mia; ma quella…
La mangiavo con gli occhi, era bellissima.

Sì, l’alluvione era passata e la vita, ne avevo la prova tangibile, rifioriva.

Dottordivago

P.S.

Che sembrar possa fantasia,
che sembrar possa esser chimera,
amici miei, lo giuro,
questo mio diario è una storia vera.

Ecco, mi mancavano solo più le rime…

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