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Archive for 22 novembre 2010

Quei bravi ragazzi.

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Scusate, non quelli: questi sotto

alluvione_di_firenze

Lo so, lo so, sono più simpatico quando vi racconto le sfighe ma mi sa che un paio di piccoli successi ve li beccate ancora…

È solo il secondo giorno di vita del Campo Dottordivago ma, ringraziando la Madonna, c’è un casino infernale.
Ho lasciato il numero di Casa Zenda agli amici assessori, non si sa mai. Infatti mi chiama Il Gatto alle 8 del mattino: ”Dove sei?”
Oggi è normale domandarlo, si parla più coi cellulari che coi fissi; nel 1994, chiamando a casa dei miei amici, era pleonastico domandarmi dove mi trovavo.
”Guarda che ti sto mandando un centinaio di volontari, pensaci tu. E sbrigati…”
La casa dei miei amici era a sette km da Alessandria, collegata da una strada trafficatissima; in quei giorni, tra mezzi speciali, aiuti e altro, al mattino era un’unica coda.
Merda… sono in coda.
La strada è larga, una volta c’erano due corsie per senso di marcia, poi hanno fatto una specie di pista ciclabile tirando una riga bianca in più, così le corsie sono diventate due in totale. Bravi, bravi davvero: marca “bravo” all’Anas.
Sto meditando di fare qualche porcata quando, con la cosa dell’occhio, vedo arrivare una Gazzella dei Carabinieri i quali, lampeggiando, fanno spostare le auto sul pezzo di strada riservato al passaggio di due biciclette all’anno. Non mi sembra vero: li lascio passare e mi infilo dietro.
Dopo un attimo vedo un carabiniere che si gira e mi fa cenno di rientrare, di non seguirli; con la mano di taglio gli indico di andare avanti, poi faccio ruotare l’indice, come dire “poi ti spiego”. Parlottano un momento poi quello si gira di nuovo, ancora più incazzato: stesso gesto a me, stessa risposta mia a lui; con la Madre di Tutte le Facce da Culo gli mollo anche un paio di lampeggi con gli abbaglianti…
Cominciano a capire, erroneamente, che la mia potrebbe essere un’emergenza e accelerano.
A me non resta che seguirli con piglio deciso. 
E cominciare ad inventarmi una cazzo di emergenza…

Quando arriviamo in città, le corsie tornano quelle di una volta, così li sorpasso facendo loro segno di seguirmi, cosa che fanno.
Eh già, cretino, cosa credevi?
Pensa, turbotarro del cazzo che non volevi stare in coda, pensa…
Arriviamo al Campo, pieno come il Maracanà, scendo come un indemoniato e vado verso di loro: “Proprio voi!… Qui ci sono dei valori, merce e materiali per milioni (di lire, of course…); ci sono stati anche problemi di ordine pubblico, così ieri ho chiamato un paio di volte il 112, chiedendo il passaggio ogni mezzora di una vostra macchina: non se n’è vista una in tutto il giorno! E adesso sento i miei ragazzi se si è visto qualcuno almeno stanotte…”
Si vede che non sono due cretini, i Carabinieri delle barzellette sono diversi, però… Si stringono nelle spalle, a loro non ha detto niente nessuno…
”Ecco… perfetto! E noi, qui… (dunque, se sei un antico Romano dai la colpa ai Cristiani, se sei un Nazista dai la colpa agli Ebrei, se sei di Alessandria…)
…e noi, qui, abbiamo gli zingari che ci sfilano la sedia da sotto al culo!…”

“Guardi, adesso che lo sappiamo, avvertiamo tutte le pattuglie, siamo in giro apposta e lo facciamo con piacere…”
”E allora offriamo un caffè a questi signori…” interviene mia sorella che, conoscendomi e fiutando qualcosa di losco, aveva seguito tutta la storia, insieme ad un centinaio di persone.
”Piacere, Patrizia, sono la responsabile del Campo…”
I militi mi guardano: “Ma… allora… questo signore…?”
”È mio fratello: io sono la responsabile e lui… Lui è il Capo…”

Avete già visto un buco del culo che ride?
Beh, io in quel momento ce l’avevo…

Si allontanano con lei in direzione caffè e sento un carabiniere che dice: “…così abbiamo visto questa macchina che ci seguiva per non fare la coda, e allora…”
Mia sorella si gira e mi guarda con un’espressione indefinibile, un misto tra la voglia di prendermi a calci nel culo e la muta, incestuosa domanda “Perchè?… Perchè, meravigliosa canaglia… Perchè sei mio fratello?”

Va beh, adesso vediamo di guadagnarci la paga, la cui unità di misura è la più classica ceppa di minchia
Il centinaio di volontari è un misto di studenti pieni di entusiasmo e brava gente di tutte le età, solo che sembrano l’Armata Brancaleone: appena il 10% è vestito nel modo giusto.
Per fortuna, ieri ho richiesto un carico extra di stivali, calze, guanti e cerate: “Allora, seguite il caporale, lasciate scarpe e giacconi in una tenda, non lasciate soldi o altro: vi diamo un paio di calze in più e, quando restituirete stivali e cerate, ritroverete la vostra roba pulita (e soprattutto io ritroverò stivali e cerate; guanti e calze omaggio…)”

Promemoria.
Procurare un container vuoto in giornata, da adibire a spogliatoio: le scarpe in tenda mensa non sono il massimo… Ah, giusto per saltare la coda per strada e non andare in galera, procurare un lampeggiante magnetico arancione (blu mi sembrerebbe eccessivo…) da attaccare sul tetto della macchina…

Saluto i Carabinieri che se ne vanno: “Ancora una cosa: voi ce l’avete una mensa, no? E allora, dite ai cuochi che, se avanza qualcosa –e se non avanza fatene un po’ di più…- che qui abbiamo centinaia di bocche da sfamare: per i primi siamo attrezzati, non ci dispiacerebbe un po’ di ciccia…”
Mi prendono in parola: sia per pranzo che per cena, non mancheranno mai un paio di teglie (40/50 porzioni) di secondo, sia esso pollo arrosto, cotolette impanate, rollatine di tacchino, salamini o hamburger; una passata nel forno e via, meglio che al ristorante.
Con contorno, visto che la classe dell’Arma non è acqua…

Conoscerò centinaia di persone splendide e pure qualche stronzo, mi farò degli amici ed anche dei nemici, a cominciare dai vicini.
Praticamente attaccata al campo c’è una casetta; ci abita una coppia di cinquantenni, due antipatici.
Ma sono comunque alluvionati: la casa, che poggia su una terrapieno artificiale, è rialzata di un paio di metri sul livello della strada e l’acqua si è miracolosamente fermata una spanna prima del pavimento del piano rialzato; ovviamente la parte interrata è un inferno di fango e rottami.
Nonostante sia passato qualche giorno e che acqua e fango siano stati pompati via, non li ho mai visti trafficare per ripulire ma, forse, semplicemente, non li ho notati.
Vedendo il movimento che si è venuto a creare, mi chiedono se posso mandare alcuni ragazzi ad aiutarli: certo, siamo qui apposta.
Ci saranno cinquanta metri quadrati di seminterrato, gli mando cinque ragazzi di Genova che sono al secondo giorno di sbadilamento, tra cui una ragazzina di 16/17 anni che è una gioia per gli occhi e che mi ritrovo sempre tra i piedi: mmm… scappa che ti mordo, bimba bella…
Proprio lei, dopo un paio d’ore, torna al nido: “Belìn, Carlo… Non sapevamo cos’era da tenere o da buttare, così li abbiamo chiamati: è venuto lui alla porta, con il giornale in mano, ha dato un’occhiata, ci ha spiegato ed è tornato in casa…”
Vado.
Busso alla porta, stavolta esce Lei, con una rivista in mano e l’indice che tiene il segno, pure un po’ scocciata: “Sì?…”
”Volevo sapere se tutto procede bene…”
”Eh?… Sì, credo di sì…”
”Ok, arrivederci”

Alla faccia dell’alluvionato nel fango che lotta per il ritorno alla normalità…

Torno al container, preparo un bel cartello “Aiutati che il ciel t’aiuta”, lo appiccico piano piano alla porta e me ne vado coi ragazzi: “Fate girare la voce: lì non ci va più nessuno, ok?”
Sì, sono tutti d’accordo.
Arriverà lui, nel pomeriggio, lamentandosi che i ragazzi non hanno fatto neanche metà del lavoro: “Avete visto il cartello? Bene, con il giornale e la rivista, leggetevi pure quello…”
”No… a parte gli scherzi… so che lei fa le finestre… sa, pensavo che dopo…”
”I suoi serramenti non hanno subito danni e poi ho cambiato mestiere: mi ha assunto la Protezione Civile”

E ‘sto coglione andrà in giro a dire che sono un povero fallito, che ho avuto bisogno dell’alluvione per trovare un lavoro e che solo io so cosa rubo e rivendo…
Pazienza: due mesi dopo, quando rifarò le finestre del suo vicino, gli verrà un mezzo colpo, quasi un “liptus”, come dice la vicina di mia mamma.

Torniamo agli Angeli del Fango.
Ne passeranno migliaia, ognuno avrà qualcosa da raccontare.
Un ricordo indelebile me l’hanno lasciato i tecnici di Soresina: si sono fumati quattro o cinque fine settimana per venire ad aiutarci.
Ricordo una domenica di dicembre: erano tutti juventini, molto più di me, e abbiamo ascoltato per radio un Juventus- Fiorentina iniziato 0-2 e terminato 3-2, gol al volo di Del Piero in Zona Cesarini, la voce di Sandro Ciotti ci sembrava quella della Callas.

Stavano sistemando il Poligono di Tiro, avevano iniziato la settimana prima, con un prologo assolutamente tragicomico.
Li accompagno per mostrargli la strada, per entrare scardiniamo una porta mezza andata; in quel momento ci viene incontro, barcollando, un toro nero che aveva visto giorni migliori: probabilmente era arrivato galleggiando sopra la recinzione e si sarà fermato su un tetto, poi l’acqua è scesa e lui è rimasto prigioniero; non so come ma sarà sceso dal tetto, o sarà caduto: l’acqua, anche se fetente, non mancava ma i venti giorni di dieta liquida l’avevano suonato.
”Povera bestia… Chissà che fame…”
Infatti puntava Livio, che stava rinforzando la colazione con una fetta di panettone: “Proviamo?”
Disintegrata.
Livio va verso il furgone e tira fuori quello che aveva appena tagliato: spazzolato.
Avevano tre panettoni e Nerone li ha fatti fuori tutti.
Tempo dopo, leggevo un articolo sulla re-alimentazione di un organismo debilitato, che spiegava come la ripresa debba essere estremamente graduale: speriamo di non averlo ammazzato.
Di sicuro, quando sono arrivati quelli della Forestale a caricarlo, sembrava molto più in forma di qualche ora prima.

Insomma, la domenica dopo, sapendo che lavoravano lì, sono andato a trovarli con un mega thermos di caffè; la partita stava finendo e loro tenevano un occhio al lavoro e le orecchie appiccicate alla radio: dicono che al gol di Del Piero sia venuto giù lo stadio, di sicuro ha rischiato di venire giù il Poligono.
Lo so, è una cazzata ma ci abbracciavamo come se fossimo stati in campo: un momento indimenticabile.

Indimenticabile come i camperisti di Lecco.
Erano una dozzina, sono arrivati con sei camper: si trattava di un gruppo di amici che in vacanza giravano l’Europa con le famiglie, tutti insieme.
Si sono presi una settimana di ferie e si sono piazzati al Campo; hanno montato una copertura sulla cucina per comunità che gli serviva quando si spostavano in dodici famiglie, due camper erano stipati di ogni ben di Dio che avevano raccolto nella loro città.
Mi sono subito in-na-mo-ra-to.
Tra loro parlavano rigorosamente lecchese stretto, talmente stretto che il Gino, il cuoco ufficiale, non riusciva a pronunciare la “esse”; quando arrivava una certa ora, lo vedevi partire: “Dove vai, Gino?”
”A preparare il zugo…”

Da quando mi sono piazzato nel Campo, a Casa Zenda non mi hanno quasi più visto: giusto a colazione, visto che rientravo a notte fonda.
Bimbi mi conosce bene e capiva: come potevo passare la giornata con gente così e lasciarli proprio nel momento migliore, nel corso di indimenticabili dopo cena?
Se il tempo lo permetteva, uscivamo dalle tende, accendevamo un fuoco colossale e ci piazzavamo intorno con le sedie: minchia, che pelle d’oca…

È lì che, in un’interminabile dopocena, è nato il Panda-pensiero, come racconto in “Perchè il Panda deve morire”  
Alberto, l’Ingegnere, mi ha detto: “Tu ci devi scrivere un libro, su ‘sta teoria…”.
Chi lo sa, potrebbe succedere…
Continua.

Dottordivago

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