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Archive for 18 novembre 2010

Avanti adagio.

Mi accingo a scrivere il mio post n° 500.
Gente, 500… Modestamente, quasi tutte troiate.

Dunque, domenica è scoppiata la macchina della merda, lunedì ho trovato un tetto ed ho iniziato ad aiutare Gianni in negozio, martedì mi sono concesso un giro per chiarirmi le idee su cosa era successo, poi ricomincio a pulire in armeria, in posizione privilegiata; non nel senso che prendo un posto di comando ma nel senso che, unico tra le decine di aiutanti, all’ora di pranzo sono invitato a casa di Gianni, a quaranta metri dal negozio; sua madre è una grandissima interprete della cucina tradizionale alessandrina e le porzioni sono gargantuesche: ripartire dopo il pasto è durissima, però le energie per il resto della giornata sono assicurate, anche se “il resto della giornata” durasse 36 ore.

Terminata la giornata torno a casa Zenda: dopo ore al freddo e nel bagnato, arrivare in una comoda e confortevole casa calda è una cosa che mi dà un leggero brivido di piacere, fisicamente avvertibile; al pensiero che tanta gente tutto ciò non se lo può e non se lo potrà permettere per chissà quanto tempo, mi viene un altro brivido, molto meno piacevole.
Se arrivo a casa ad un’ora decente, prendo in mano le redini della cucina; se invece vado lungo, ci ha già pensato la Lella: non è ai livelli della mamma di Gianni ma sopperisce con il quantitativo, caso mai mi fossi un po’ sciupato nel corso della giornata.

Eh sì, con quello che vedo in giro per tutto il giorno, mi viene da domandarmi egoisticamente “Cosa voglio di più dalla vita?”
Sono fuori casa ma non ho avuto danni; i miei genitori, anche se alluvionati, hanno la situazione sotto controllo, infatti non si trasferiscono neppure a casa di mia sorella; sono a casa dei miei migliori amici, quando mi piglia l’abbiocco non devo neppure montare in macchina come al solito ma mi basta fare un piano di scale; passo la giornata macinando un discreto culo ma in compagnia di amici pescatori, quindi gli argomenti di conversazione non mancano; caso mai, per staccare un momento dalla nobile arte della pesca, la chiacchiera può sempre essere dirottata sulla figa che, anche se con un approccio rigorosamente teorico/accademico, è sempre un bel ripiego.

Ecco, proprio a cercare il pelo nell’uovo –ma poi, un animale con le piume, dove va a prenderlo, un pelo?- diciamo che se non mi libero in fretta del tubo fetente del mio amico, quello che mi serve come lasciapassare, più che rottamare la macchina dovrò smaltirla come l’eternit: va beh, finchè non piove, spero sia sufficiente lasciare i finestrini un po’ aperti…

Passano due o tre giorni così poi, una sera, mi chiama mia sorella a casa Zenda, per sentire come stiamo: se avessimo dei problemi, sono sempre disponibili quelle sette o otto camere da letto a casa sua. Tranquilla, stiamo da Dio.
Da parte sua, in quanto dipendente comunale, è stata sradicata dal suo comodo ed inoperoso ufficio e precipitata nella geenna: l’amministrazione comunale ha messo in piedi alcuni centri di ristoro e distribuzione di generi di prima necessità, dall’acqua al latte, dallo scatolame agli stivali; lei è stata “promossa” responsabile di uno di questi centri e non è contentissima, visto che è tutto un gran casino.
”Domani vengo a trovarti e vedo se riesco a darti una mano, tanto da Gianni la manodopera non manca…”
In quel momento non potevo saperlo ma, con quell’offerta di aiuto, ho riempito l’agenda per un mese e mezzo.

Bimbi ed io siamo “sfollati” da qualche giorno e ci sarebbe da fare un salto a casa per recuperare un po’ di vestiti: mi offro per la missione e Bimbi, ben contenta di evitarsi un’infangata, mi fa una lista di ciò che le serve.
Arrivo sotto casa, ci sono svariati tubi che escono dalla cantina e che pompano acqua dalla mattina alla sera; un tipo mi spiega che sono lì da due giorni e ne hanno pompata fuori tre metri dei sei che c’erano: ancora un paio di metri d’acqua, poi sarà compito “dello spurgo” eliminare quel metro di melma che rimane sotto; quindi, a una settimana scarsa dal disastro, si potrà scendere per rimettere a posto tutto quello che è andato a puttane, sempre che ci siano tecnici sufficienti per le necessità di tutte le case colpite.

Il portone è aperto, ingresso e scale sono ricoperte da giornali e segatura, in una lotta senza speranza contro fango misto a gasolio e qualsiasi altra schifezza che l’alluvione ha portato in giro.
A questo proposito, mi scappa di divagare.

Non si saprà mai cosa c’era, in quell’acqua; nei giorni seguenti parlavo con ragazzi che si sono sentiti male spalando il fango, a causa di ciò che esalava.
Succederà anche a me.
Mi trovavo in un posto fetentissimo, per mostrare ad alcuni volontari quello che sarebbe stato il lavoro della giornata, quando un tanfo pestilenziale mi brucia la gola: “Fuori tutti, ragazzi. E anche alla veloce…”.
Usciamo leggermente suonati e la prima cosa che vedo è una mucca che vola. Minchia, che botta mi ha dato quella roba… Scrollo la testa, riguardo su: perfetto, adesso ce n’è pure un’altra.
Sto meditando di imbottigliare quel fango allucinogeno e di venderlo a peso d’oro in qualche rave-party, poi vedo che le mucche sono attaccate a due elicotteri; ok, capito, non è un’allucinazione ma l’evacuazione di una stalla non raggiungibile via terra: mi è già sfumato ‘o bisinniss…
Su Real TV non fa lo stesso effetto: gente, vivo in un posto dove le mucche ti passano cinquanta metri sopra la testa…
”Ragazzi, qui il rischio è pure peggio che dentro: se per la paura quelle bestie si cagano addosso…”. I ragazzi se la ridono ma, nel dubbio, là sotto ci ho mandato i pompieri con i respiratori, manco con le maschere.

Torniamo a casa mia: è un infame merdaio ma è scoppiata l’amicizia.
Non c’è il riscaldamento, quindi le porte degli appartamenti sono tutte aperte, la gente gira da una casa all’altra come si faceva da noi cinquant’anni fa e come succede ancora in paesi meno progrediti ma, forse, più civili.
Il disagio unisce, accomuna, il benessere divide, isola.
”Ernestina, ho sentito dire che rimettono la luce (riallacciano l’energia elettrica, ndt)…”
”Mah… Ornella diceva che rimettono anche l’acqua…”
”Oggi portano un po’ di catalitiche, speriamo di scaldarci un minimo…”
”I volontari mi hanno portato l’acqua, ne vuole un po’?…”

“Dramma nel dramma”, la mia vicina di casa è scivolata sul fango e si è rotta un braccio. Sembra un’indemoniata: da giorni non si fa una doccia, ha i capelli appiccicati alla testa, un braccio al collo e grida… Madonna se grida… È una brava donna ma già normalmente sembra un antifurto; adesso, per l’agitazione e la rabbia, si sfoga alzando il tono di un’ottava e il volume di una ventina di decibel.
Non provo pena: con le sue telefonate ai parenti, a tariffa ridotta della domenica mattina, mi avrà svegliato cento volte, Dio la maledica.
Anzi, il pensiero di lei e di quello stronzo del marito (ve ne ho già accennato: è lui il più ignorante del condominio…) che lavano i piatti, lui che regge il piatto e la bottiglia di minerale mentre lei, con l’unica mano disponibile, fa andare la spugna…
Karma di merda, eh?, due rompicoglioni…

Mi rendo conto che vivere senza elettricità, gas e telefono è un bel disagio ma l’acqua… quella è un gran dito nel culo.
E provo un altro piccolo, perfido piacere: il tipo che vive sopra di me, al nono piano, è assolutamente una persona odiosa: lo so, ne ho una per tutti ma se nella scala ci sono trenta famiglie e con ventotto vado d’accordo, è colpa mia se i due condomini più stronzi sono i due più vicini? Cosa su cui, per altro, concordiamo tutti e ventotto.
Tanto per inquadrare il soggetto, l’essere odioso e gentile signora hanno un figlio della mia età che ha fatto le medie con me, un poveretto cresciuto tra messe, vespri, rosari, novene, trigesime, processioni, rogazioni e giaculatorie: un povero disadattato che, appena ha avuto uno stipendio, ha trovato la forza di andarsene lontano da quei due bigotti di merda che amano il Creato a parole e odiano tutto quanto il mondo reale.

Bene, non capisco come mai agli altri della loro età, visto che l’ascensore non funziona, l’acqua la portano i volontari e a loro no…
cattiveriaCosì, il falso e cortese si è procurato uno zaino e passa la giornata a fare su e giù dalle scale (nove piani, giusto per gradire) trasportando acqua; eh sì, il problema è che non serve solo l’acqua per bere e cucinare, ci vuole anche quella per lavare, quella da versare nel water, quella per lavarsi… naturalmente fredda, visto che non c’è un joule di energia di qualsiasi tipo per scaldarla. Eheheheheh…

Ok, dopo il piacere, un po’ di dovere: primo, recuperare i vestiti necessari, secondo ricollegare la segreteria telefonica che avevo portato a casa Zenda per modificare il messaggio, lasciando il numero di casa degli amici per le urgenze, caso mai riattaccassero il telefono (ve l’ho già detto: se nel ’94 avessi trovato un cellulare, l’avrei portato di corsa allo sciamano del mio villaggio…), terzo… Cos’è che dovevo fare?

Ah, sì: ho una sorella in difficoltà.
Continua.

Dottordivago

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