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Archive for 15 novembre 2010

The day after.

Mi sveglio e mi domando dove cazzo sono: ah, già, abbiamo passato la notte a casa dei genitori di Paolino.
Lascio che Bimbi si faccia ancora un pisolino e scendo; la padrona di casa ha già pronta una colazione da agriturismo di categoria: torte rustiche del nonno panettiere, latte, the, caffè…
A quei tempi tutti i giorni mi fumavo il Monopolio, quindi la colazione non esisteva: caffè, prima sigaretta e via fino all’ora di pranzo, anoressizzato dalla nicotina.
E poi non vedo l’ora di capire cos’è successo in città.
La casa è vicina al casello di AL Est, dalla parte giusta, però: dall’autostrada in là è un disastro, l’unico modo per arrivare in città è prendere l’autostrada lì, visto che col deflusso dell’acqua è stato riaperto il casello, ed uscire ad AL Sud, zona lontana dal fiume.
Così faccio, solo che ad AL Sud fanno uscire le auto ma solo in direzione Genova; un carabiniere mi dice che non si passa: “Guardi che io sono residente nella zona alluvionata, vorrei andare a vedere com’è messa casa mia…”
Non si passa.
Io, non si passa, un mucchio di macchine e mezzi, invece, si passa.
”E quelli?”
”Mezzi di soccorso…”

Va beh, ho capito; faccio due km nella direzione consentita e mi fermo da un amico che ha un’azienda agricola: “Hai un rotolo di tubo di qualunque tipo che stia in macchina?”
”Che attacco ha la pompa?”
”Non mi serve, la pompa…”
”Ma cosa ci fai senza pompa?”
”Il mezzo di soccorso…”
Mi presta un rotolo di tubo grosso come il braccio che fa un figurone ma puzza come una galera: “Minchia, che tanfo… Per cosa lo usi?”
”Meglio se non te lo dico: lo vuoi o no?”
Tiro giù i sedili e lo carico; torno indietro, stesso posto, scanso il carabiniere di prima e ne punto deciso un altro: non dico niente, con la faccia da addetto ai lavori indico il rotolone: “Vada, vada…”
Quel tubo puzzolente diventerà il mio lasciapassare per una settimana.

Mi fermo a cento metri da casa mia, c’è uno strato di melma che non si va avanti: per fortuna l’amico ha pensato di prestarmi degli stivali, fetenti quanto il tubo.
Prima nota della mia costituenda esperienza in fatto di alluvioni: un metro d’acqua lascia 20 cm di merda, almeno l’acqua del Tànaro, fiume fangosetto già normalmente.
Seconda nota: per un po’ le signore non dovranno salire in piedi sulla sedia, terrorizzate da un topo, visto che il 99% dei topi di Alessandria è andato, la strada ne è tappezzata; l’espressione “fare la fine del topo” comincia ad avere un significato.
A casa mia l’acqua è salita ancora un po’, dopo la nostra fuga, ed è arrivata ad un metro nell’ingresso, infatti c’è una spanna di merda; non salgo neanche, servirebbe solo a lerciare il pavimento di casa, inoltre i vicini mi confermano che ci sono sei metri di acqua nella cantine e che manca tutto.
”Ma si è già interessato Tizio –il più ignorante del condominio…- e dice che entro un paio di giorni…”
”Sì, sì, ci vediamo…”: ieri pensavo ci volesse una settimana, oggi scommetto sul mese.
E chissà quando se ne andrà ‘sto tanfo di gasolio-misto-merda…
Faccio un giro dai miei, a bagno pure loro, comunque con un tetto sulla testa, in quanto alluvionati del terzo piano.

Torno a casa di Paolino, carico Bimbi (“Cos’è ‘sta puzza?” “Il permesso di transito…”), ringraziamo e salutiamo; ancora una volta in città, recuperiamo l’auto di Bimbi, ci trasferiamo a casa Zenda e ci installiamo nella splendida cornice: abbiamo la nostra camera ed il nostro bagno e la Lella è contenta come una Pasqua di avere la sua amichetta vicina-vicina per un po’ di giorni.
E ‘sto giovanotto per cuoco…

Ok, siamo piazzati.
Dunque, con il lavoro sono tranquillo, posso dedicare una settimana a qualche amico bisognoso; nel pomeriggio, sempre con il mio permesso merdoso, raggiungo l’armeria di Gianni, quella che cinque anni dopo diventerà anche mia.
Bella storia, il cortile è già pieno di cacciatori e pescatori all’opera: non saremo come i Friulani -che nel ‘76, mentre la terra tremava ancora, con una mano puntellavano un muro e con l’altra spalavano macerie- ma non siamo neanche come certi “aiuto-aiuto” che dico io.
A noi due: “Merdazza, tu me provochi? E io te ddistruggo!…”

Siamo in tanti, ci conosciamo tutti, il lavoro diventa quasi un divertimento; tutti hanno qualcosa da raccontare e tra tutti riusciamo a farci un’idea dell’accaduto; l’unica cosa che non riesco a spiegarmi è come abbia fatto l’acqua a crescere così in fretta: sotto casa mia avanzava come l’alta marea a Mont Saint Michel, incredibile; al Quartiere Orti, poi, quelli che sono morti non hanno fatto in tempo a scappare, è arrivata una vera è propria ondata.

Sarebbe bello vivere in un mondo perfetto, in cui Andrew Howe, quando l’inzopportabbile viscina gli scassa la minchia con il suo languorino, la mettesse alla pecorina e, con quei trenta cm di Ghinder Bbueno che mi auguro abbia tra le gambe, la aprisse in due come una cozza.
E sarebbe bello vivere in un mondo senza ignoranti convinti di sapere tutto.
Purtroppo non viviamo in un mondo perfetto: “Cosa vuoi che sia successo? Hanno aperto le dighe, ecco perchè è arrivata l’ondata…”
Faccio notare che il Tànaro ha sul suo corso tante dighe quanti sono i bottoni di un abito da prete, solo che erano aperte da giorni, prassi normale in casi del genere; e poi, per produrre quell’onda era necessario che una diga crollasse, non che ne aprissero gli sfoghi.

Niente da fare: tutti hanno un nonno che gli ha raccontato, un amico che sa, un parente che ha sentito…
Non mi convincono, mi sa che domani stacco mezza giornata e vado a dare un’occhiata in giro.
Continua.

Dottordivago

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