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Archive for 8 novembre 2010

Vogliamo chiamarla “chiosa finale” sul Brasile, come farebbe uno scrittore più forbito del sottoscritto?
Non lo so… a me nessuno ha mai dato del forbito: della testa di minchia, sì… della faccia di merda, un mucchio di volte… ma forbito… no, non ha mai osato nessuno.

Ahi… cominciamo male: mi scappa già di divagare.
Ai tempi delle superiori conoscevo di fama un autorevolissimo insegnante di latino; dico “di fama” non perchè fossi un appassionato latinista, anzi, l’unico anno in cui mi sono avvicinato a tale nobile lingua è stata la seconda media, solo perchè ai tempi del Libro Cuore, quando io facevo le medie, era obbligatoria.
Mmm… Mi scapperebbe di divagare nel corso di una divagata: io ci provo, tutt’al più mi date una mano a riprendere il filo…

Diciamo sarebbe stato obbligatorio, visto che non mi sono mai preso la briga di studiare la lingua di Cicerone oltre la prima declinazione, quella della rosa, e ‘sta cosa faceva impazzire la mia insegnante di lettere che, un bel giorno mi prende da parte e mi fa: “Carlo, sei un lavativo ma sei bravo in tutte le materie: perchè non ti impegni un minimo con il latino?”
”Perchè è una lingua morta…”
”Il fatto che non si parli più non c’entra niente… il latino aiuta a pensare…” ed ha continuato a sbrodolarmi tutti i luoghi comuni sulla capacità formativa del latino.
Ed in quel momento si è capito che, ancor prima della pubertà, avevo sviluppato una grandissima, incommensurabile testa di cazzo.
Volete sapere cosa ho risposto ad un’inflessibile insegnante, di cui ancora oggi sono orgoglioso di essere stato alunno, che per una volta si toglieva la maschera da cattiva e si rivelava per quello che era, cioè una donna intransigente ma sensibile?

Le lingue morte fanno puzzare l’alito.

Giuro, letterale.
Mi ha fatto un cazziatone devastante, anche se vent’anni dopo mi ha confessato che si è quasi strozzata per non ridere e che ancora rideva a distanza di anni, se solo ci pensava.

‘Azz… divagata nella divagata… torniamo all’autorevolissimo insegnante di latino.
Lo conoscevo in quanto ex insegnante di mia sorella, prima, e di miei amici del Classico, poi, che mi raccontavano tutto di lui e di quanto fosse insopportabilmente forbito.
Era anche sindaco di un paese vicino ad Alessandria, in cui un ventenne Dottordivago aveva una morosa non bella come il sole: di più.
La stavo aspettando a bordo della mia fiammante 128, parcheggiata all’entrata della stradina comune che conduceva a svariate case, tra cui la sua; mi si avvicina il Luminare, che non sapeva che io sapevo, e si presenta con affettata educazione: “Buongiorno, sono il sindaco del paese e volevo farle notare…”
Io lo guardavo come se gli stesse spuntando un corno in mezzo alla fronte: avevo vent’anni, ne dimostravo sedici e questo mi parlava come si fa con le persone serie ed importanti…
”…che questo accesso dovrebbe rimanere libero perchè funzionale a svariate abitazioni…”
E avanti con un panegirico del Parcheggio Corretto e bla bla bla, per concludere con quello che era il suo famoso marchio di fabbrica:

Sono stato esaustivo?

Lo stavo aspettando: “Naaah… non si butti giù, non è stato esaustivo… forse un po’ noioso, magari un momentino rompicoglioni… ma addirittura ESAUSTIVO… nooo…”
”Guardi che io intendevo…”
”Ma per carità, stia tranquillo… ESAUSTIVO… ma quando mai… non si preoccupi…”
Ho spostato la macchina quando ha iniziato a diventare paonazzo, giusto un attimo prima che chiamasse i Carabinieri.
Che splendida testa di cazzo, ero. Peccato che con l’età… eh beh, pazienza…

Bene, abbiamo appurato che non sono forbito.
Quindi niente chiosa, solo un paio di pensieri conclusivi sul Brasile.
Macchè potenza emergente…sono indubbiamente “No meio de uma estrada”, in mezzo a una strada o col culo per terra: ditela come preferite.
Sono anche un popolo “on the road”, sulla strada, visto che metà della popolazione vive per strada e che per spostarsi esiste solo la strada, oltre all’aereo, ovvio.
Treno? No, grazie: sembra che abbiano lo stesso approccio che abbiamo avuto noi con il nucleare, più di vent’anni fa.
Per loro, l’ Estrada de Ferro è una cosa che serve solo a trasportare merci, salvo rarissime eccezioni, tipo intorno alle metropoli, dove esiste un servizio passeggeri; per tutto il resto ci sono i pullman.

Anche negli USA ci sono i Greyhound che attraversano l’Ammerica coast to coast ma, se uno volesse scegliere il treno, ne avrebbe a disposizione di tutti i tipi, la maggior parte cari come il pepe ma splendidi.
In Brasile no: si può scegliere tra il comum, autobus dall’aspetto spesso inquietante, usati dalla fascia bassa della popolazione; poi c’è l’executivo, un po’ meglio, addirittura con i sedili minimamente reclinabili e, quasi sempre, con l’aria condizionata; infine il leito, una sorta di business class su ruote.
Ovviamente, parlare di aria condizionata in Brasile è come parlare di droghe in un rave party: l’uso è assolutamente smodato, roba da beccarsi i geloni all’equatore.

Secondo voi, visto che sono così preparato, quanti viaggi in pullman ho fatto, in Brasile?
Zero.
Ma dovrò pur dare un senso al motto di questo blog che recita “L’Approssimazione al Potere”, no?
Ho semplicemente raccolto opinioni in loco fra coloro che usano quel mezzo, e tutti concordano sul gelo che vi regna; sono una banda di pazzi come gli orientali: a fronte dei 40° all’esterno, tipo a Bangkok, nei negozi trovi le commesse col golfino, per sopravvivere ai 18°fissi dell’interno.
Comunque, ammettiamo di fare un viaggio insieme, su un bel pullman brasileiro.

Spazi sconfinati, vastità da vertigini orizzontali, distanze siderali… chissà che autostrade coi controcazzi, troveremo…
Primo, bisogna già accontentarsi di trovare una strada, visto che il Brasile ha un sesto delle strade asfaltate che ha l’Italia, pur essendo 25 o 30 volte più vasto; secondo, se si toglie qualche chilometro tra Rio, San Paolo e Curitiba, cioè “il rosso dell’uovo” del Brasile, e qualche tangenziale attorno ai centri più importanti, scordatevi di trovare un pezzo di strada in cui non ci sia qualcuno che ti viene incontro sull’altra corsia e, a volte, pure sulla tua…

Ma la cosa più bella, visto che la popolazione si sposta su strada, è che la strada deve passare nei paesi, quindi, se andate da Manaus a Natal –credo sia un viaggetto da 6000 km- mettetevi il cuore in pace: se nel tragitto ci sono –butto lì una cifra- 200 paesi e città, voi ne attraverserete 198.
E comincerete ad odiare e temere la famigerata lombada.
No, non quella che si balla e che, come la maggior parte delle musiche sudamericane, per il sottoscritto è un terrificante dito nel culo, bensi quella che si salta.

La lombada è il nostro dissuasore, il dosso, per capirci, solo che è progettata da uno scienziato malvagio e realizzata da un serial killer: le fanno alte mezzo metro, ‘sti pirla.
Ti devi proprio fermare, se la macchina è la tua; se, come me, la affitti, allora puoi essere decisamente più brillante, senza esagerare, perchè mezza macchina ce la lasci.
Se la strada è bordata da due file di baracche, stai sicuro che troverai una lombada in entrata ed una in uscita, cosa che salverà parecchi pedoni ma non ho idea di quanti automobilisti possa aver mandato al creatore, oltre al fatto che trovi certi paesini in cui fai tanti su e giù quanti ne faresti nello stesso tragitto a cavallo.

Il mio viaggio brasiliano più lungo “on ze rod” è stato da Natal a Maceio, poco più di 500 km, e –almeno l’andata- è durato quanto la marcia del Popolo d’Israele per raggiungere la Terra Promessa.

Bimbi ed io arriviamo a Natal con l’intenzione di dare un’occhiata a quella zona prima di raggiungere “casa suoceri”, vicino a Maceio.
Come già detto in un’altra occasione, si capisce subito che, sesso discount a parte, la città non offre altro; a questo proposito, credo che in quella zona –ma anche a Recife e Fortaleza- “fondamenta” si dica “vagina”, visto che tutti i grattacieli che si vedono sono indubbiamente edi-fica-ti proprio sulla patata, unica risorsa locale, sempre se uno si accontenta del prodotto.

Appena arrivati a Natal, l’idea era di prenotare subito un volo per Maceio; diamo un’occhiata ai voli interni e scopriamo che, per fare l’equivalente di un tranquillo Milano/Roma, dobbiamo trasformarci in due palline da flipper che rimbalzano per tutto il Brasile: se ricordo bene, si trattava di cambiare tre aerei nonchè tutto il guardaroba, visto che i bagagli, su tre cambi, sarebbero finiti, non si sa come, in qualche Repubblica Baltica.
Dico a Bimbi che, una volta tanto, proveremo l’ebbrezza del leito, visto che è meglio fare dieci ore coricati in un pullman Gran Turismo che 24 ore su e giù come la pelle dell’uccello per tutto il Brasile; intanto, siamo appena arrivati, godiamoci Natal.

Bel posto: la mattina dopo siamo pronti per andarcene.
Faccio chiamare un taxi che ci porti alla Rodoviaria, la stazione dei pullman ma il receceptionist mi stronca l’entusiasmo: sono le sette (mannaggia al fuso orario, sono sveglio da due ore…) e i leito viaggiano solo di notte, quindi ci dobbiamo beccare l’executivo fino a Recife, trovarne un altro per Maceio e ripartire.
Non voglio affittare un’auto, Ernandez me ne ha già procurata una che mi aspetta a casa suoceri, oltre al fatto che un noleggio a Natal con restituzione a Maceio, invece che un piccolo sovrapprezzo comporta tariffa tripla. Misteri carioca.
Arriva un taxi penoso, una “Mil”, la Fiat Mille, cioè la Uno brasiliana.
A metano, così io sto davanti e Bimbi si cerca un posticino tra bagagli e bombola.

“Portaci alla Rodoviaria…”
Parte. Dopo trenta secondi mi domanda dove dobbiamo andare: “A Recife”
”Mi dai 300 reais e ti ci porto io…”
Sono circa 100 euro, una stronzata, visto che di executivo ne spenderemmo 60 o 70; faccio due conti al volo: 300 reais per 300 km… Consulto Bimbi se se la sente di cuccarsi il viaggetto: “Mah… qui nel mio posticino non sto male, magari facciamo qualche sosta…”
Altro motivo per amarla.
”Senti un po’, motorista, da Recife dovremmo andare a Maceio, quindi ti do 500 reais per 550 km…”
Non aspettava altro.

Perchè sono un maledetto uomo di parola?
Dopo cinque minuti mi rendo conto che quella baracca non va avanti; d’altronde, un mille di cilindrata, a metano, con il condizionatore inserito… ci sono tosaerba più veloci, credetemi.
Solo che il motorista è così contento di aver fatto l’affare dell’anno che mi scoccia dirgli “mollami in un posto dove ci sia un taxi serio”.

Dopo 20 km si ferma in un distributore di “gas natural”: coda di dieci minuti, durante la quale l’uomo mi dice che se voglio bere una birra o una coca non c’è problema; questa ricordatevela, che ci torneremo su. Finalmente ripartiamo.
Tra Natal e Recife c’è un tratto di un centinaio di chilometri in cui la strada è un alternarsi di salite e discese rettilinee; in discesa l’aggiustiamo ancora, la salita è un Golgota: per riuscire a mantenere una velocità di 60 km/h deve scalare in terza e staccare il condizionatore, quindi arriviamo in cima come se l’avessimo fatta in bicicletta

Dopo 50 km siamo fermi per imbarcare il “gas natural”: “Ma… ‘sto decespugliatore… consuma come la Nimitz?”
”Não senhor…”, mi spiega il motorista: il problema è che, non si sa bene per quale motivo, la bombola contiene un quarto del dovuto, così abbiamo un’autonomia di 60/70 km…
”Fammi capire: ci dovremo fermare sette o otto volte?”
”Sì senhor…” ma, mi fa notare, nelle soste possiamo berci una birra o una coca…
Il che non sarebbe male se, come souvenir del Brasile, io volessi portarmi a casa la cirrosi e Bimbi il diabete…

E lì capisco che l’uomo, nei momenti peggiori della vita, può aggrapparsi alla religione, infatti comincio a bestemmiare come il Campione del Mondo di Madonna Bucaiola.
Ma l’uomo può aggrapparsi anche ad altro, infatti, quando sono arrivato a guadagnarmi l’ultimo girone infernale, succede un fatto strano: incominciamo a ridere.
Il motorista tira un sospiro, aveva temuto che si mettesse male.
E poi, poverino, mi fa pena ed anche un po’ ridere: ha il braccio destro malforgiato ed ogni cambio di marcia comporta un movimento che sembra una convulsione; peccato che con quel mezzo, come Jim Clark a Montecarlo, deve fare 72 cambiate ogni quattro chilometri.
Quando la fame si fa sentire, dico al motorista di fermarsi al primo rodizio che troviamo: mi dice ok e che lui ne approfitterà per caricare l’ennesimo sospiro di gas natural…
”Non fare il cretino, tu vieni con noi…”
Mi guarda col dolore dipinto sul volto: ho forse paura che lui si involi con i miei bagagli?
”Voglio offrirti il pranzo, pirla…”
Avrà sei denti ma me li mostra proprio tutti, esibendosi nel sorriso più disarmante che io abbia mai visto, generato da profonda felicità e gratitudine.

Insomma, ci mettiamo undici ore per fare 550 km.
Arriviamo a casa suoceri: saluti, baci e rifocilliamo il motorista, che si deve beccare la stessa tirata, di notte, se vuole tornare a casa. Dice che non c’è problema ma si vede che è stanco come una bestia: con un braccio e mezzo la fatica è doppia.
Ovviamente, mia suocera gli chiede se si vuole fermare per la notte e questo per un attimo crede di essere finito in Paradiso, circondato com’è da angeli.
Ma la professionalità ha il sopravvento: dice che va a Maceio –30 km nella direzione sbagliata, nonche distributore di metano più vicino- a prendere un fiato di gas natural e poi… dritto a casa.
Quando vi dico che sono in mezzo a una strada…
30 + 30 chilometri sono un pieno, per la sua bombola sfiatata, quindi, cosa cazzo vai a fare a Maceio?
”Perchè il gas natural costa meno della benzina…”
”Sì, ok… ma se tu, per andare a fare il pieno, ti giochi un pieno, mi dici cosa cazzo ci vai a fare, a parte allungare il ritorno di un’ora abbondante e rimetterci i soldi del pieno?”

Dopo cinque minuti lo convinco, con tanta pazienza e qualche madonna; ci saluta e parte.
Lo seguo tagliando per i giardinetti e guardo da che parte svolta: ovviamente verso Maceio, dove farà il pieno più inutile della storia moderna.

Sì, sono proprio “no meio de uma estrada”…

Dottordivago

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