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Archive for 4 agosto 2010

Nel post precedente concludevo dicendo che, relativamente allo sbrodolamento di retorica istituzionale e non che ci propinano quando muore un soldato in missione di pace, non me la prendo più di tanto con politici e giornalisti, due categorie che raramente dicono ciò che pensano bensì, quasi sempre, quello che gli conviene.
E mi sento già così soddisfatto dell’originalità di questa dichiarazione che potrei anche chiudere qui la faccenda e ritirarmi col titolo di Blogger dell’Anno.

Ma voi a me mi conoscete, no? (“a me mi” rafforzativo…)
E sapete che quando sento l’odore di una brutta figura, comincio ad agitarmi come i cani da caccia nel bagagliaio quando l’auto si ferma ed il cacciatore imbraccia il fucile: non sto più nella pelle, non vedo l’ora di farne una.

In occasione della morte dei due artificieri in Afghanistan, si è ripetuta la solita storia dei parenti piangenti, per altro con ottime ragioni per esserlo; normalmente mi incazzo prima con i giornalisti che li vanno a cercare, poi mi incazzo pure con loro, i parenti.
Ok, si sa e l’ho già detto: quando nascono sono tutti belli, quando si sposano sono tutti ricchi, quando muoiono erano tutti buoni.
In questi casi, c’è un’aggiunta ulteriore: erano tutti eroi.

Era un ragazzo/uomo eccezionale; tutti noi cercavamo di dissuaderlo ma lui voleva andare, diceva che era il suo lavoro e si sentiva onorato per il fatto di tenere alto il nome dell’Italia, oltre al considerare un suo preciso dovere quello di aiutare il prossimo…

In questa occasione ne ho anche sentita una più grossa del solito: hanno detto che il più esperto dei due, come estremo atto di eroismo, ha fatto scudo con il proprio corpo ad un commilitone, forse una donna, salvandole la vita.
Perchè romanzare una morte?
La velocità di un’esplosione è circa 15/20 volte quella del suono: il tempo di reazione, semplicemente, non esiste; la fortuna del commilitone è stata quella di trovarsi dietro a svariati strati di Kevlar e fibre ceramiche indossate dall’artificiere morto, che ha fatto da inconsapevole scudo.

Quando ero titolare di un’armeria ho conosciuto personalmente decine di militari che erano più in missione all’estero che a casa, tutti accomunati dalla passione per le armi e non a caso consideravano l’armeria una sorta di circolo ricreativo; dirò anche che ce n’erano un paio che avrebbero pagato di tasca propria per andare in zone di guerra: lo so, sembra strano ma c’è anche gente così; se poi, andando in missione all’estero, la paga era il quadruplo del normale, tanto meglio.
Questi signori mi raccontavano di soldati che, al contrario di loro, appena arrivati a Kabul piuttosto che a Bagdad, cominciavano a farsela nei pantaloni e contavano i minuti che li separavano dal ritorno a casa: ne ho anche conosciuti un paio, di questi, e mi hanno confessato che non si divertivano, andavano lì solo per lo stipendio e meno uscivano dal campo base, più contenti erano.

Piccolo chiarimento: una volta lì, al loro posto, io avrei fatto la stessa cosa.
Solo che, proprio per il fatto di non essere un mastino della guerra, avrei giocato d’anticipo: me ne sarei stato a casa, magari in affitto, visto che tutti quanti dichiaravano che il doppio dello stipendio base più circa 140 euro al giorno erano una manna per comperare casa.
Non amo la guerra, non proverei nessun brivido nello sparare ad un cristiano e mi piacerebbe ancora meno se sapessi che in giro c’è qualcuno armato che ce l’ha con me quindi, visto che nessuno è obbligato ad andare in certi buchi del culo del mondo, ripeto, avrei lasciato partire gli altri.

Ora, se a me raccontavano ‘ste cose, perchè avrebbero dovuto raccontare ai parenti storie di dovere, eroismo ed amor patrio?
E se non raccontavano balle ai parenti, perchè questi devono raccontarle a noi?
Rispetto il dolore, quello vero e sacrosanto, ma mi infastidisce il dolore esibito o enfatizzato; quando poi sento parlare di alti ideali, quando si vuole dare un valore aggiunto ad una morte, quando vedo certe sceneggiate di mamme urlanti che svengono ogni due strilli… ecco, lì ammazzerei pure loro: non ho mai provato un dolore così grande (e intanto mi tocco…) ma credo che in una situazione del genere il dolore mi toglierebbe il fiato.
Non mi mancano le parole ma, quando mi è morto un amico o un parente, quando mi sono sentito toccato dalla dipartita, non ho mai avuto la forza di fare tanti discorsi: quando sono addolorato, alla terza parola mi si spezza la voce e rischio di strozzarmi per non piangere; poi, se è il caso, me ne sbatto i coglioni e piango, ma per i cazzi miei, non in mondovisione.

E non mi è mai venuto in mente di applaudire, un’abitudine che trovo, allo stesso tempo, ridicola e vergognosa.

In un funerale basta un protagonista: il morto.
Vuoi essere protagonista a tutti i costi?
E allora, piuttosto, parla di poveri ragazzi che vanno a rischiare la vita per permettersi una vita decorosa, se proprio vuoi, ma sempre tenendo a mente che in Italia non è mai morto di fame un militare, a qualunque corpo appartenesse; anzi, ne conosco molti che, sapendo muoversi bene, hanno un ottimo tenore di vita, quasi inspiegabile…

Quindi non mi considero una merda nel pensarla come la penso: sono soldati che fanno una cosa pericolosa perchè ben pagati e mi spiace per la loro morte, vorrei che tornassero tutti a casa con i loro compensi extra ma, se gli succede qualcosa di brutto, è stata una loro scelta.
E gli eroi sono un’altra cosa.

Dottordivago

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