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Archive for 6 aprile 2009

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Ve lo ricordate questo film?

A me era piaciuto da impazzire, compresa la canzone The crying game cantata da Boy George.

Era la storia di un terrorista dell’IRA che rapisce un soldato inglese; purtroppo il soldato muore, ma fa in tempo a fare una capa tanta al rapitore a proposito della sua “ragazza”, tant’è che questi si vuole togliere la curiosità e parte per Londra con l’intenzione di visionare il prodotto.
Naturalmente se ne innamora, ricambiato.
Il problema viene fuori alla prima occasione di farsi quella che lui credeva una bella topolona; il nostro terrorista fa la fine dei pifferai di montagna -che andarono per suonare e tornarono suonati- quando resta “terrorizzato” da ciò che si trova in mano: la dolce Dil ha l’abitudine di fare la pipì in piedi, nonchè l’attrezzatura per farla.
Non deve essere un bel finale di serata, eh?

Non lo è, ve lo garantisco: a me è successo al ristorante.

Naturalmente sto parlando della delusione, non di cazzi che saettano ovunque.

Venerdì un amico mi parla di un ristorante e del parere entusiasta di chi ne ha parlato a lui, persona degna di fiducia nel campo specifico.
Sabato ci presentiamo, accompagnati dalle rispettive signore.
Il ristorante è questo:

per il momento non pubblico biglietto da visita e fotografia: mi riservo di farlo se le spiegazioni che attendo non mi soddisferanno. Non mi soffermo neppure sulla descrizione del locale, non ancora, visto che ha una particolarità che in città lo rende unico, quindi inconfondibile.
Ve l’ho detto, aspetto spiegazioni: se non saranno di mio gradimento, il locale finirà nella Guida Marangoni, azienda che a differenza della Michelin produce pneumatici ricoperti…

Comunque, a prima vista è il mio posto: pulito e sistemato con gusto e semplicità; vedo anche un paio di cose intelligenti, ma per ora non fornisco particolari.
Sul menù c’è quanto basta, cinque o sei voci per antipasti, primi, secondi, equamente divisi tra carne e pesce, stessa scelta per i dessert.

Partiamo benissimo: arriva immediatamente il cesto del pane con l’aggiunta di un pan focaccia spesso due dita dalla morbidezza deliziosa, forse dovuta ad un’aggiunta di patata che lo fa diventare un’opera d’arte: con un chilo di quella roba e tre o quattro birre posso già cenare come un re.
Ho praticamente smesso di bere vino al ristorante, ve ne ho già parlato e non torno sull’argomento; il problema nasce nei posti dove sembra che la birra sia l’Anticristo, o dove se la tirano con le birre artigianali, Dio li maledica: non contenti di aver massacrato il vino, ormai proposto in gradazioni alcoliche assurde, mò ci provano pure con la birra.
Il Baffetto mi sorride e mi elenca le birre; la prima parola è Beck’s: grazie, caro, non serve altro.

Ordiniamo antipasto e secondo e quello che vedo sul menù potrebbe già bastare, ma visto che non mangio orate e branzini d’allevamento sto per scegliere lo spada; poi, visto che parlo con uno in tenuta da chef, gli domando se c’è qualcosaltro fuori lista; sembra che l’amico mi legga nel pensiero: “Calamari?”
Adorabile Baffetto, come ho fatto a vivere senza di te fino ad oggi?
Lo abbraccerei, ma mi limito ad ordinare i calamari alla piastra, imitato dalle due donne.

Si parte: servizio rapido e preciso, bei piatti presentati bene ma senza eccessi, cosa che contribuisce a mantenere i prezzi dalla parte della ragione; infatti il costo medio delle portate di pesce si aggira sui 10/12 euro, il minimo per una materia prima dignitosa, anche se non ci si deve dimenticare che “12 euro” si pronuncia “24.000 lire”, ma quella è storia vecchia… Consideriamo che esistono pizze più costose ed andiamo avanti.
Il guazzetto di moscardini del mio amico è fantastico, il mio polpo non è indimenticabile ma ci metto la firma a mangiarlo sempre così, idem per gli affettati delle signore e per i secondi.
Riesco addirittura a bere un bicchiere di bianco, Greco di Tufo: continuo a sostenere che 12,5° sono troppi per un bianco “da pasto”, ma la moda è quella e c’è di peggio, il Baffetto non ha colpe.
Fragole con gelato: una crema da mangiarne un secchiello, di cui non si riesce a conoscere la provenienza; poco male, tornerò con piacere, e non solo per il gelato.

Siamo soddisfatti, io letteralmente entusiasta, infatti propongo di tornare giovedì per la serata paella; ringrazio l’amico che mi ci ha portato e definisco il posto come “la più bella scoperta gastronomica degli ultimi anni”: oh, non c’è una virgola fuori posto.
Manca solo il conto, ma dai prezzi sul menù non c’è da aspettarsi brutte sorprese.

E siamo arrivati all’amico terrorista, quello del film, che inizia a spogliare la dolce Dil, arrapatissimo e con un pisello che è secondo solo al diamante, per durezza, nella Scala Mohs.

Il Baffetto elenca velocemente e batte sulla calcolatrice; percepisco un “tre Beck’s” che correggo in “Quattro Beck’s, Baffetto”, che ringrazia e prosegue.
Poi mi mette davanti il conto, che di per sè non è particolarmente elevato, ormai succede raramente di spendere meno.
Però c’è qualcosa che non torna: frequentare ristoranti per me è un secondo lavoro e mi sbaglio raramente sul preventivo di conto che mi faccio in testa.

Poi succedono una serie di cose che mi fanno sentire come il terrorista del film che fa un salto indietro quando vede ciò che nessuno di noi vorrebbe mai vedere.
Prima di tutto la “ricevuta” è questa, le voci le ho messe io sulla base dei prezzi del menù

ricevuta

Non presenta bene, eh, maresciallo? Non so lei, che se ne intende, ma a me sembra poco “fiscale”, non so come, ma ho questa sensazione…
Premesso che la ricevuta va sempre fatta -soprattutto quando vedi uno per la prima volta…- ci sarebbe un modo illegale ma elegante per aggirarla, che sarebbe quello di decurtare il 10% corrispondente all’IVA: se non fai la fattura, oltre a non pagare le tasse, non versi l’IVA, quindi se me la fai pagare mi stai rubando i soldi, ripeto, rubando i soldi, in questo caso 13,68 euro.
C’è una sottile differenza tra evasore comune ed evasore gentiluomo, mi consenta…

Il Baffetto prende i soldi, accartoccia lo scontrino e lo butta da una parte, io mi allungo e lo recupero; il mio ex amico ristoratore se ne accorge e, quando siamo in mezzo alla porta, domanda se -per assurdo- qualcuno ha bisogno la ricevuta: apprezzabile, ma è un po’ tardi, amico mio.
Andiamo avanti.
Con i ricordi ancora freschi cerco di risalire ai prezzi delle varie voci: ok i quattro antipasti, lo spada, i dolci e i caffè; meno bene i tre calamari, che a 15 euro costano più di orata, branzino e pesce spada, cosa francamente strana: sarà mica che l’unico motivo è che non erano sul menù, quindi non prezzati in anticipo e soggetti ad un fixing umorale del momento?

Non è finita: rimangono 37,50 euro, sommando le varie voci anonime, che devono corrispondere a quattro Beck’s -ah, l’amore tradito…-, il vino (che per esclusione battezzo 10 euro, a meno che me l’abbia segnato a rate…), una porzione di gelato extra (ve l’ho detto che era delizioso…) ed un’acqua minerale; in un posto più costoso potrebbe essere un conto corretto, qui, rapportandolo a tutto il resto, mi sembra troppo, ci deve essere qualche battuta in più.

Ce n’è quanto basta per non tornare più, altro che la paella di giovedì.
Ribadisco che sono in attesa di spiegazioni, prima di relazionare voi, gli amici di Facebook ed un paio di guide online in modo approfondito su ragione sociale e mappa del locale: se decidesse di querelarmi, mi difende lei, maresciallo?

Non sono in cerca di una “cena riparatrice”, sa molto di matrimonio dopo la fuitina.
Sto solo sputando veleno perchè ero straconvinto di aver trovato “quella giusta”, come il povero terrorista con la dolce Dil.
Quello che partì per terrorizzare e tornò terrorizzato.

Dottordivago.

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