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Archive for 7 marzo 2009

Ho la pretesa di considerare “ilpandadevemorire” un blog ad ampio respiro, quindi parlo poco di fatti locali: ho per le mani una cosa che mi porta il mondo in casa e che mi permette di esportare cazzate in tutto il globo terracqueo, perchè limitarsi al cortile?
Trovo già abbastanza stupido usare Feisbuk per “fare amicizia” con gente che conosco da quarantanni e che vedo un giorno sì ed uno no.
Ma oggi ho per le mani un paio di cosine mandrogne, quindi…

Allora, forse solo per dare uno schiaffo morale ad un ignorante informatico come me, Gino Baleta, a 84 anni, sta imparando a disegnare con il “compiuter”.
Mi ha mandato le prime creazioni, che vi giro; premetto, niente a che vedere con la magia della sua matita -Gino, te l’ho detto: a trastullarsi troppo col mouse si diventa ciechi, me l’ha detto il Prevosto…- ma apprezzate il gesto.
Oh, io lo apprezzo, voi fate un po’ il cazzo che volete.

ilpandadevemoriremcdonald

Uno è ovviamente il panda che deve morire, l’altra è il santino commemorativo del nostro aperitivo da Mc Donald.

È straordinario il fatto che “un uomo saggio dalle molte primavere” scopra un giocattolo nuovo ed impari ad usarlo, anche se devo insistere sul fatto che togliere la matita a Gino è come capponare Rocco Siffredi.

Andiamo avanti.

Non do mai retta ai pareri altrui su cinema e ristoranti; il primo è la cosa più soggettiva del mondo, riguardo ai ristoranti lasciamo perdere: durante una vacanza in Salento, guida del Gambero Rosso in mano, l’abbiamo preso in quel posto per dieci giorni; poi un fruttivendolo ambulante mi ha indicato una ragazza che faceva la spesa e mi ha detto “E andate da lei, no?…”
Dio lo benedica: ho passato il resto della vacanza mangiando da cristiani.
Quindi non ascolto più nessuno: vado e provo, se scelgo io; le grane cominciano quando prenotano gli amici.

L’altra sera c’era una specie di rimpatriata in onore del Càstel, da ventanni fuori città e pochissime occasioni per tornare.
Quindi, la prima sera si scofana agnolotti, rabatòn e quant’altro preveda la tipica cena alessandrina; la seconda sera, quella in questione, si cambia: mi telefona Ginko e mi informa, già ridendo, che si va al ristorante giapponese.

Ecco.

No, dico, accidenti…
Non ve l’aspettavate “accidenti”, eh?
Quando tiro delle madonne che la gente scappa, sono normale; sull’accidenti sono alterato.
“Ma banda di imbecilli, è la terza volta in due mesi che mi portate a farmi prendere per il culo non dico dai giapponesi, ma dai cinesi che fanno finta di essere giapponesi, porca puttana di merda (solo per tranquillizare Ginko, sull’accidenti era preoccupato…)
“Beh, il Càstel aveva piacere di…”
“Cos’è, l’ultimo desiderio? È un quintale e mezzo, lucido come un pavone, è il ritratto della salute… Ha paura di morire?”
“Oh, è lui che ha espresso il desiderio…”
“…del condannato? Dopo cena va a dormire nel braccio della morte ed all’alba gli fanno l’iniezione letale? Non vengo manco se mi ammazzate!”

Alle 20.30 siamo al ristorante giapponese, il temibile Liming, quello sul ponte; alcuni amici me ne avevano parlato malissimo, ma non me ne curo: Gambero Rosso insegna.

Agli alessandrini: per favore, non andateci, ma non perchè ve lo chiedo io, solo per non passare anche voi da coglioni.

Ci sono un miliardo e mezzo di cinesi, i sei o sette più stronzi fanno i camerieri lì; potrebbero quasi aprire “La Palolaccia”, se fossero più pratici della nostra lingua.
Viene quasi da capirli: per un cinese, fargli mettere le infradito con le calze e fargli fare il giapponese, è come vestire un genoano da doriano e fargli cantare l’inno; diventano malmostosi per forza.
Incredibile: tarocco su tarocco, sono riusciti a taroccare sè stessi ed a spacciarsi per giapponesi, e questo la dice lunga sulla capacità imprenditoriale e l’adattabilità di ‘sta gente.

Il locale, se piace il genere, è bello; entrando, come prima cosa si vede il bancone-cucina con tre o quattro addetti affaccendati; a fare cosa non lo so, visto che eravamo i primi clienti: secondo me gli danno la scossa, come faceva Lino Banfi alle aragoste, per tenerli in movimento.
Uno dei cuochi, a prima vista, potrebbe essere giapponese, ma lo so già come è andata: questo è una scarpadalampo (bandito, ndt) che aveva il foglio di via dalle Curili ad Okinawa, così è approdato al continente ma in Corea gli hanno dato un calcio nel culo che è arrivato ad Alessandria senza toccare terra.
È stato immediatamente assunto perchè i cinesi hanno capito -e qui non scherzo- che siamo un popolo di idioti che se mangia al ristorante cinese vuole spendere 25 centesimi, se mangia in quello giapponese è disposto a pagare non un conto, ma una specie di riscatto, per mangiare la stessa merda, però cruda, così con dieci euro di metano ed una bottiglia d’olio ci fanno tutto l’anno, i cinesi.
Ed incassano il quadruplo.
Io mi dissocio da questa mania, anche se per tre volte in due mesi ho pagato dazio, ma la scelta era tra la merdazza in compagnia o la pizza da solo: d’ora in avanti mi metto a girare col giornale in tasca, da tenere sul tavolo come i rappresentanti le volte che andrò da solo in pizzeria.

Proseguo. Il Cigno parte con un’ordinazione che sembra le Litanie dei Santi, cita almeno venti cose, con la differenza che, invece di rispondere “Ora pro nobis”, il cameriere ripete l’ultima parola: “…gambeletti, …di male, …flitto, …alla piastla, …billa Kilin ecc. ecc”
Più che altro perchè gli manca il fiato, il Cigno conclude con “…e un mucchio di grissini”.
“…glissini”.
“Ed una bracciata di posate”, sollecito io.
Siamo una decina, il cameriere arriva e scarica tutto in un angolo, siamo noi a passarci la roba, come nelle piole da uperaiaš (operai, manovali, ndt), compresi dieci pacchetti di grissini, quelli in cui ce ne sono due dentro: due grissini a testa; grande servizio e coperto di classe, tenendo conto che scopro che ‘sto posto di merda è del 10/20% più caro degli altri.

Il solito piatto di crudo è sempre senza storia, checchè ne dicano gli intenditori: quando inzuppi qualsiasi cosa nella salsa di soia e nel wasabi, il risultato è un qualcosa che sa di soia e wasabi, fosse pure gulash o meringata.
Gli americani la chiamano “sindrome da ristorante cinese”: chi ci va spesso si abitua a mangiare sempre più salato.
Personalmente, in quei posti l’unico gusto che apprezzo è proprio soia e wasabi: ingurgito tanto di quel sale che il giorno dopo rischio di svegliarmi con la cellulite.
Questo crudo ha una particolarità: ci sono tre fettine di sgombro che riescono a mantenere il gusto di olio di fegato di merluzzo anche se trattate come sopra.
Non per altro: serve per preparare la bocca allo spiedino di mare, frollato una settimana come da miglior tradizione gastronomica francese per la selvaggina.

Per un lungo momento, almeno cinque minuti, ci lasciano addirittura senza salsa di soia, come se al Cafe de Turin di Nizza ti lasciassero senza burro e limone; naturalmente le mandibole si fermano, il perno su cui tutto ruota è la salsa di soia.
Questa cosa è emblematica sulla validità di ciò che stiamo mangiando, e non intendo in questo posto del cazzo, ma in tutti i posti analoghi: senza l’ammazzapapille di soia ti accorgi che stai mangiando roba cruda e riso scotto e colloso, uno stupido contappasso per chi, tradizionalmente, è portato a mangiare roba cotta e riso al dente.
Ribadisco: non sono loro che devono cambiare sistema, è il loro sistema da sempre; siamo noi che dobbiamo pensarci su un momentino.

Conto? 40 euri.
Non faccio un fiato, non serve dirgli che ci hanno dato della merda, lo sanno benissimo: siamo noi, coglioni, che li abbiamo cercati.
Lo giuro su mia mamma: per entrare ancora in un posto del genere, ci deve essere Lucy Liu che mi smorza la candela mentre mangio.

Dottordivago.
P.S.
Mmm… rileggendo il tutto, mi  sembra un po’ scritto con la mano sinistra, non ne avevo molta voglia, l’ho fatto solo per lanciare il seguente appello:
Concittadini, fratelli!
Davvero, ve lo dico senza interessi di parte: non andate in quel posto di merda.
Se proprio dovete, andate in via Guasco, in via Dante, andate dove volete, ma non lì, è veramente una presa per il culo.

Ma poi, ve l’ha detto il dottore di mangiare pseudo-giapponese?
Parafrasando “Tina Pica”, la nonna di Sandro, quando diceva “Minchia, con tanta Sicilia da vedere, questi vanno all’estero”, vi faccio notare quanti posti ci sono in città o subito fuori dove spendere meglio e guadagnarci in salute.

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