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Archive for 23 febbraio 2009

Sottotitolo: A spasso con Gino.

Alcuni raccontano mirabolanti avventure a sfondo sessuale, altri si vantano di averne suonati cinque o sei che non sapevano con chi avevano a che fare, molti millantano crediti, conoscenze ed ingenti patrimoni, alcuni sostengono di essere stati rapiti da alieni.
Ma sono minoranze.
C’è solo un episodio globalmente millantato, a cui tutti hanno partecipato o a cui hanno assistito: quello del casco.
Ma ne parlo dopo, verso la fine.

Allora, devo dire che l’ho presa veramente alla larga, con l’idea di arrivare, poi, alla divagata che giustifica il titolo; ma se parto con la divagata finisce che scrivo solo quella, quindi il trucco è trasformare la divagata nel corpo principale del post; questo trucco si chiama “Scrivere un titolo ed andarci dietro“, che poi è quello che fanno tutti coloro che scrivono qualcosa, a patto che non si siano slogati il cervello da piccoli come me.
Dài, Dottordivago, non è difficile, ce la puoi fare…

L’altro giorno ho avuto il piacere di prendere un aperitivo con tal Gino Gemme, nome che ai miei lettori lontani evoca un “Chi?”- iggnnoranticanibbestie!…– ma che ad Alessandria, soprattutto se si usa il nome d’arte Gino Baleta, è sinonimo di oltre sessantanni di fantastici ricordi: 1929 – 1991.
Ecco, messa giù così, con le due date separate dal trattino, può ricordare un po’ un epitaffio – Gino, tuc-ti… – ma non lo è, primo perchè Ginetto è del ’25, secondo perchè gode di ottima salute, terzo perchè gli auguro di sotterrarci tutti.
E sottolineo che nessuno di noi ha premura…

Per chi non avesse la benchè minima idea di cosa sto dicendo, sarebbe buona cosa, sempre se vi interessa, dare un’occhiata qui .

Ci siamo fatti una bella passeggiata a braccetto, mentre il livello della conversazione raggiungeva vette altissime…
Io, per rispetto, volevo andare in un qualche bar dell’Alessandria-Bene, Gino ha insistito per andare al Mc Donald della stazione, dove ci siamo incastonati tra viaggiatori annoiati, ragazzini che avevano segato a scuola, un campionario di immigrazione clandestina e qualche maniaco: niente di particolare, ordinaria fauna da stazione.
Lui ha ordinato un Aperol Soda, io un Campari Soda: la ragazzina dietro al bancone ha estratto un Crodino ed un Sanbitter dichiarando “Ho solo questi…”.
Si tratta di prodotti analcolici di cui io non possiedo gli anticorpi, mentre a Gino semplicemente non piacciono; inoltre l’anima di uno che è stato sessantanni dentro al bancone di un bar ha avuto un sussulto: si è girato di scatto verso di me e mi ha guardato tra l’offeso e lo scandalizzato.
“Se adesso mi dice -Dove mi hai portato?- , con tutto il rispetto, gli do una testata” ho pensato.
Invece ha sgranato gli occhi e ha partorito un incredulo “Ma us pò?!” (Ma è mai possibile?, ndt).
Non ricordo su cosa abbiamo ripiegato, come aperitivo, ma poi ho compreso la scelta del locale: lì, tra giovinastri, forestieri ed umanità dolente, Gino aveva la quasi-certezza di non essere considerato da nessuno, cosa altrimenti impossibile in posti più alessandrini.
Così la conversazione non ha subìto continue interruzioni, diavolo d’un Gino.

Dovete sapere che Alessandria non ha molte glorie: i cappelli di Borsalino -che non li caga più nessuno-, Umberto Eco -gran bella testa pensante, ma poco empatico- e Gianni Rivera -che togliendo il 4-3 di Italia-Germania a Mexico ’70 è simpatico solo ai milanisti-.
Per Alessandria Gino è come Rodolfo Valentino per Castellaneta, come Leopardi per Recanati e come Leonardo per Vinci: assolutamente trasversale e bipartisan, mette tutti daccordo.

Era mia intenzione convincerlo a scrivere un po’ di ignorantate per un blog dedicato a Baleta, che avrei contribuito a gestire o che avrei ospitato all’interno del futuro www.carlogallia.it  che  conterrà, oltre alla mia attività lavorativa, il collegamento a ilpandadevemorire.wordpress.com , perchè la gente ha il diritto di sapere in che mani si mette quando decide di cambiare le finestre…
Solo che Gino ha una neonata pagina su Feisbuk, luogo che mi attira pochino, quindi devo continuare a lavorarlo ai fianchi ancora un po’ per convincerlo che il mito in lui incarnato si merita come minimo un www.baleta.qualcosa.

Tornando alle nostre chiacchiere, ci siamo trovati daccordo sul fatto che Baleta si è inserito in un momento storico e sociale irripetibile; oggi sarebbe impensabile un locale dove si gioca a carte in cui tutti i giorni non ci scappi il morto, un posto dove i ragazzini di sedici anni capiscano che c’è un iter da seguire prima di essere accettati, un posto dove si discuta per mesi sul peso di un’aquila.
Oggi dovresti spiegare ad un gruppo di albanesi che alla parola “coglione” non deve seguire obbligatoriamente una coltellata; dovresti spiegare al branco di adolescenti che se qualcuno ti allontana per il tuo comportamento non è che la molotov nel locale gliela devi tirare d’ufficio e poi raccontare in giro che non ti vogliono far entrare perchè con te c’era un tuo amico “negro”; e soprattutto dovresti spaccare tutti i giorni un paio di dozzine di smartphone che, grazie alla connessione internet, stroncano sul nascere ogni dotta discussione.

Era un posto così irripetibile ed inimitabile che, a distanza di 18 anni, nessuno è riuscito a ricreare; ci hanno provato vari Circoli o Associazioni, ma non ha mai funzionato: sì, qualcuno qui, qualcuno là, ma non si è mai ricreato il gruppo.

Ed anche riuscendo a ricostituirlo, mancherebbe la Magìa.

Sarebbe come mettere in una coppa un tuorlo d’uovo, un bicchiere d’olio, un pizzico di sale e qualche goccia di limone: voi, riuscireste a trangugiarlo?
Io no.
Ci vorrebbe una mano sapiente, che sbattesse il tutto, incorporando aria ed insufflandogli un’anima.

Praticamente uno che sappia fare la maionese.

E quello lo sapeva fare solo Gino.
Questa cosa Gino l’ha capita, ed in un momento in cui avrebbe ancora potuto fare soldi a palate, mentre tutti i baristi della città avrebbero voluto rilevare il locale, mentre nessuno capiva il perchè del gesto e riusciva a farsene una ragione, sapete cosa ha fatto Gino?

Gino si è ritirato col titolo.

Non come Cassius Clay -non voglio sentir nominare Muhammad Ali!…- che con le ultime esibizioni penose ha sciupato una leggenda, non come Mina sedotta dalle sirene sanremesi.

Gino si è ritirato imbattuto.

E bene che sta, peraltro.
Quindi è inutile crogiolarsi in sogni irrealizzabili, ma è assolutamente doveroso ricordare, anche cedendo un po’ al sottile, subdolo fascino della nostalgia.

Per cui, Gino, vedi di muovere il culo.

Augh, ho detto.
E se Dio vuole, fra un attimo, riesco a dare un senso al titolo.
Durante la nostra chiacchierata, ci siamo trovati daccordo su un fatto strano: anche chi con Baleta aveva poco o niente a che fare, oggi ne parla con un magone che non finisce più; ex ragazzini, ormai uomini, che quando Baleta ha chiuso avevano 18 anni, sostengono di esserne legati da ricordi bellissimi.
A sentire in giro, Baleta avrebbe dovuto essere grande come il Maracanà, visto che tutti ci passavano la giornata.

Questa cosa, questo aver voluto esserci a tutti i costi, mi ricorda la storia che girava negli anni 70, un vero pilastro della cultura di allora.
Dunque, c’è un motociclista che corre come un matto, la marca della moto cambiava a seconda del racconto: una Guzzi o una Laverda per gli esterofili, una giapponese per i nazionalisti; chiede troppo a sè stesso ed alla moto, quindi vola via e si va a schiantare di testa contro un palo -o un albero o un pilastro-.
Si rialza praticamente illeso e tranquillizza i soccorritori: “Sto bene, sto bene, nessun problema…” e mentre lo dice si toglie il casco.
E gli si apre la testa in due.
Morto.

Allora, mi è stata raccontata mille volte, in quegli anni, e sempre da gente che si trovava sul posto; mi è stata riproposta regolarmente da testimoni oculari ma mai da nessuno degno di essere ricordato: chi la raccontava facendola propria era sempre uno a corto di argomenti.
Chi fa la stessa cosa con Baleta, citandolo come una seconda casa pur essendoci entrato due volte, racconta sempre innoque balle, sia chiaro.
Ma dimostra di avere un’anima.

O forse ha poco altro da ricordare, anche se preferisco la prima spiegazione.

Dottordivago.

P.S.  Gino, guarda che aspetto un commento.
Ma non su Feisbuk: qui lo voglio.

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