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Archive for 14 ottobre 2008

Nell’ultimo post, vi avevo promesso un titolo “d’urto”?
Eccolo qua, questo non è un titolo, è un pugno nello stomaco, una frustata in pieno viso…
Nonchè la prima minchiata che m’è venuta in mente.

Odio tutto ciò che è Bio; o meglio, odio tutto ciò che comincia con bio.
Non per altro: l’odiato suffisso, oggigiorno, dovrebbe indicare una cosa naturale; cosa non necessaria, visto che la roba naturale ha già un suo nome da secoli; bisognerebbe, invece, identificare con un suffisso qualificante tutto ciò che naturale non è, tipo quei succedanei di frutti ed ortaggi che si trovano dal banco del supermercato a quello dell’ortolano sotto casa.
Un suffisso semplice e popolare, tipo merda-cavolfiore, merda-albicocche o, più genericamente “linea merda”, che distingua i prodotti pompati da quelli naturali, che ricomincerebbero a chiamarsi cavolfiore o albicocche, anzichè biodiqua o biodilà o “linea bio”.

Se vi siete già rotti i coglioni, andate a fare un giro, perchè qui viene lunga.

Poco tempo fa parlavo con un’amica che ne capisce, essendo laureata in agraria nonchè tecnico specializzato in trattamenti del terreno e delle colture.
Il panorama è desolante: i cosiddetti bio coltivatori diretti comperano le stesse schifezze dei tecno coltivatori diretti.
Fregiarsi della dicitura bio è come per il Made in Italy: fai fare tutto in Cina, in Italia metti la ciliegina sulla torta -tipo fibbia della borsa- e voilà; per il bio è la stessa cosa: se proprio non ti è naufragata l’Exxon Valdez nell’orto e se giusto non hai una piccola Chernobil in cortile, sei a posto.
Anzi, sei bio.
Un po’ come l’olio di oliva: per definirlo tale è sufficiente che ci sia, se ricordo bene, il 13% di oliva; il resto, al vostro buon cuore…
Il prezzo dei prodotti biologici compensa abbondantemente il rischio di essere beccati: come sempre, in Italia conviene frodare e pagare la (ridicola) multa.
Sempre se ti beccano.

Io che sono cresciuto in campagna, ho sempre visto roba bio e vi garantisco che è molto diversa dalla neo-bio o pseudo-bio: è molto difficile trovare un frutto o un ortaggio belli come quelli in commercio; per non parlare dei merda-prodotti, che ti presentano delle mele o altri frutti perfetti come uova Fabergé, veri pezzi d’arredamento, con la stessa commestibilità.
Gli pseudo-bio hanno qualche piccola magagnetta, sennò non sarebbero credibili, ma perfetti per chi ci casca.
Adesso do una grattata ed inserisco la retro: sia chiaro, qualcosa di sano c’è, e si vede dall’aspetto e dal prezzo, e per fortuna si sente anche quando ci mordi dentro.
Ma la triste verità è che i prodotti  bio sono per buona parte come i prodotti della linea-merda.
Un po’ come i canarini di Dellacà.

Questo signore, cinquantanni fa, aveva un negozio di animali: niente a che vedere con i mega store di oggi, si riduceva ad una stanza con canarini e pesci rossi.
Ma con all’interno un vero animale di razza: il proprietario.
Grande amico di mio nonno, ho avuto la fortuna di partecipare, in qualità di mascotte, ad alcune merende che lì si tenevano quotidianamente: un amico suonava la chitarra, un altro il mandolino, gli altri cantavano e “pilluccavano” sporte di gorgonzola, acciughe salate ed anguilla marinata, oltre all’onnipresente salame crudo e cotto; il tutto innaffiato da “vinello”: la chiamavano proprio così, quella delizia di vino rosso leggero; da merenda, appunto.
Io cantavo come un angelo, all’età di sei/sette anni, e costituivo l’unica voce bianca a cui venivano riservate le parti da soprano, visto che, come voleva l’antica tradizione del canto, le donne erano bandite.
E per fortuna non era più pratica usuale castrare i bambini in possesso di una voce fuori dal comune…
Il signor Dellacà teneva tutti i canarini nelle loro gabbie appese al muro di fronte al banco, tranne uno, che troneggiava appeso a piombo proprio sopra al banco.
Quando arrivava un cliente da canarini lui glieli mostrava tutti battezzando ognuno col prezzo: “Tutti questi costano duecento lire l’uno, questi altri duecentocinquanta, questo -indicando il solitario- …ah no, il grigioverde non è in vendita, e poi ci sono questi che sono comunque molto belli a trecento lire”.

Cos’è il genio?
In questo caso è la capacità di disprezzare i canarini migliori per far sì che il cliente dicesse:”…e perchè quello lì non è in vendita?”
E così facendo si era venduto l’anima al diavolo.
Dellacà partiva con una serie di cazzate fantasmagoriche, tutte con protagonista il canarino solitario; descriveva il canto di quell’animale come la melodia più dolce che un uomo potesse udire, peccato che in quel momento non cantasse perchè “con ‘sti rompiballe quì…” indicando i compagni di merende che lo guardavano con l’aria contrita. Poi si disinteressava del campione e ripeteva “ma anche questi sono molto belli, neh?…”
Nove volte su dieci il cliente si intestardiva sul campione e cominciava una vera tragedia in cui il negoziante giurava che non avrebbe potuto vivere senza quell’animale e, Dio lo maledica, si commuoveva dicendolo.
Il cliente sferrava quasi sempre un colpo basso:”Vede, fosse per me, uno qualunque andrebbe bene, ma questo è per:
1) un bambino malato;
2) un anziano morente;
3) una vedova perennemente triste.
A seconda della balla la commozione di Dellacà prendeva una piega diversa, puntava ancora i piedi pochi secondi e poi crollava:”Va beh, se è così glielo lascio, ma lo porti via subito che se lo guardo ancora una volta me lo tengo…”
“Grazie, lei è una gran brava persona. Quanto le devo?”
Con l’aria quasi di rimproverarlo per l’indelicatezza di parlare di soldi in un momento così, con un gesto che significava ” pazienza, è toccata a me”, Dellacà sentenziava “Duemila lire”.
Il cliente pagava ed usciva.
Dellacà prendeva un canarino qualunque e lo appendeva al posto del campione, dopodichè offriva agli amici un giro di grigioverde, un misto di grappa e genepy, da cui il nome dell’involato campione.

Ecco, col bio spesso succede la stessa cosa.

Continua.

Dottordivago.

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