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Sembra che ’sto nido di vipere che è il mio braccio destro oggi mi dia un po’ di respiro, quantomeno non mi fa digrignare i denti nella posizione dello scrivente, anzi, del digitante, perchè nella posizione dello scrivente-amanuense mi sembra che un compagnone di giochi, con le sue manone, mi faccia “gli spilli”.
Ve lo ricordate il giochino? Quello che ti torcevano l’avambraccio col movimento di incartare le caramelle? E che, in quel punto, faceva un male bestia?
Bene -bene una sega…- se provo a scrivere a mano, la sensazione è quella, però dalla punta delle dita fino al coppino: sono bei momenti.

Però un minimo di soddisfazione me la dà.
Sia ieri che oggi ho dovuto chiedere se, per favore, i due clienti a cui dovevo “emettere regolare fattura” si fossero compilati l’odiato documento di proprio pugno; lo so, è una sottile crudeltà chiedere ad una persona di scrivere quanto ti deve dare: ti fa sentire un po’ come quei mafiosi che fanno scavare la fossa alla loro prossima vittima.
Spero che i miei clienti abbiano colto il lato umoristico della situazione piuttosto che, giusto per ridere, mi facciano saltare il bonifico…

Bon, e adesso?
Adesso vi dico che mi sono tolto un peso.

Questa mattina – mi son svegliato – o bella ciao – bella ciao – bella ci… scusate, certa roba non è da me: rifaccio.
Stamattina, appena ho aperto gli occhi, il primo pensiero è stato…
Ringo Starr!

Ringo Starr?
Sì, Ringo Starr.
No, dico… vi sembra normale?
Ero francamente preoccupato, ma finora non mi risulta che gli sia successo qualcosa di brutto.
Perchè dico così?
Perchè ho una serie di inquietanti precedenti: prima calo due scartini, poi gioco i carichi.

Fine ottobre 1970: la concessionaria Fiat di Alessandria telefona a casa mia per comunicare che il nuovo gioiello, vanto della tecnologia italiana, una fiammante 128 ordinata da mio padre, è targata e pronta per il ritiro: avevo dieci anni e l’arrivo della nuova auto di famiglia mi mette in agitazione, al punto che la notte seguente faccio un sogno.

Come tutte le domeniche mattina, tutta la famiglia è in macchina per il pranzo dai nonni, a Cuccaro Monferrato, e noi percorriamo il rettilineo che porta fuori città in direzione Asti / Casale; questa strada conduce ad un cavalcavia che consente una buona visuale sulle case sparse di periferia e sui campi circostanti.
E cosa vedo?
Una bisarca carica di auto nuove rovesciata nel campo di fronte allo stabilimento “Mino”; rallentiamo, così ho tempo di vedere che sono tutte 128, miseramente sparse qua e là; ce n’è una in particolare, la più lontana di tutte, con le ruote all’aria; la noto perchè è di quell’orrendo colore ocra che in quegli anni andava alla grande.

Il giorno dopo, appena sveglio, lo racconto a tutta la famiglia, e la cosa suscita solo un “Meno male che la nostra è già arrivata…”.
A mezzogiorno mio padre rincasa con la nuova belva; il mio vicino, proprietario di una seicento, la mangia con gli occhi: “Gran macchina” sentenzia…

Arriva domenica: si parte per il pranzo dai nonni.
Avrete già capito: rettilineo, cavalcavia; nonostante sia domenica, c’è una bisarca rovesciata davanti alla “Mino”, col carico di 128 sparso nel prato.


Ah, dimenticavo: la più lontana è color ocra, con le ruote per aria.

A me gira la testa e ci metto un attimo per realizzare che siamo fermi e che i miei genitori si sono girati a guardarmi con quattro occhi così e che mia sorella, al mio fianco, è appiccicata alla portiera con l’espressione “Quando serve un esorcista, mai che ne trovi uno…”
Riprendiamo il viaggio e l’unica che fiata è mia madre che, con voce falsamente calma, consiglia: “Non diciamolo alla nonna, che si preoccupa…”

Gente, oggi sono l’essere più scettico del mondo e tetragono ad ogni concessione al paranormale, ma faccio un po’ fatica a classificarla come “coincidenza”.
Vabbè, classifichiamola come “X File” e andiamo avanti.

1989.
Le minchiate che oggi leggete a gratis, una volta me le pagavano: in quella primavera collaboravo a “DOC”, con Renzo Arbore.
Partivo il lunedì mattina e mi fiondavo a Roma, per tornare a casa al venerdì sera dopo aver registrato la puntata, per poter stare sabato e domenica con Bimbi; a bordo della “Peggiotta”, una 205 GTI su cui sfogavo l’animo turbotarro “ch’entro mi rugge”, facevo delle tirate suicide che prevedevano l’autostrada alla media dei 190 fino a Livorno, poi, tranne una manciata di chilometri di superstrada, erano 200 e rotti km di Aurelia fino a Civitavecchia, percorsi come O. J. Simpson con mezza pula della California alle calcagna.
Idem al ritorno.

Proprio un venerdì sera, sull’Aurelia, arrivo in prossimità di un dosso che immette in un paesotto, dosso che, come si conviene ad un giovane cretino, prendevo a 150/160 all’ora, così sentivo la Peggiotta che prendeva il volo e le gomme che fischiavano all’atterraggio…
Quella sera stavo per fare la stessa cosa, che era uno dei momenti più divertenti del viaggio, quando sento come un brivido ed alzo il piede, anzi, freno proprio; sto per darmi del pirla quando, in cima al dosso, vedo, 50 metri dopo, un TIR di traverso che cercava di immettersi da una stradina laterale.
Tiro la madre di tutte le inchiodate e mi fermo a due metri dal bestione: alla consueta velocità mi ci sarei infilato sotto, cosa che fa male dall’attaccatura dei capelli al pisello.

Diciamo un “Mah…” e proseguiamo?
Proseguiamo, anzi, torniamo indietro e giochiamo i carichi.

25 0ttobre 1973: apro gli occhi e il primo pensiero è… Abebe Bikila.
L’avevo sentito citare qualche volta al telegiornale in quanto vincitore della maratona alle Olimpiadi di Roma del ‘60, nessun altro legame particolare.
Resta il fatto che è il mio primo pensiero e, stranamente, mi ritorna in mente alcune volte nel corso della mattinata, poi me ne scordo.
Fino a sera, quando al telegiornale annunciano “un grave lutto per lo sport”: è morto Abebe Bikila.

Me ne sono stato zitto.

Tre giorni dopo, 28 ottobre: mi sveglio con in testa la filastrocca “Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura…” intervallata al nome dell’autore, Sergio Tofano, poi ancora la filastrocca ed il nome, ogni tanto, per mezza mattinata.
Devo spiegare ai giovinastri, a cui questo nome non dice assolutamente nulla, che a quei tempi “STO” era molto famoso in quanto padre del “Signor Bonaventura”, personaggio che interpretava ancora alla “TV dei Ragazzi” nonostante avesse l’età di Noè.

Quella sera: telegiornale, “lutto per il mondo dello spettacolo”, Sergio Tofano.
Occazzo…
Mmm, se me ne ristò zitto è meglio.

Poi anni ed anni in cui il mio lato oscuro se ne sta buono, fino a stamattina, quando ho temuto di aver segato uno dei rimanenti due dei Beatles; il periodo è quello giusto, la fine di ottobre, con Halloween alle porte…
Ma, al momento, sembra un falso allarme.

Potete dirmi tutto ciò che volete, ma ho già provato, negli anni, a darmi tutte le possibili spiegazioni ed interpretazioni.

Dite quello che volete, ma non fatemi incazzare:

non vorrei svegliarmi una di queste mattine col vostro nome stampato nel cervello…

Dottordivago

cesto18k

Il cesto d’ordinanza, questa volta, non è un “benvenuto” ma, come si evince dal titolo, è un “bentornato”.

Il buon Dieguito è stato, cronologicamente parlando, il secondo commentatore di questo blog, dopo Paz.
E Paz non conta: l’ho cercato io.
Appena ho scritto il primo post, nel novembre 2007, ho provato a fare la ricerca “ilpandadevemorire” su Google, giusto per vedere se ’sto mostro globale (Google, non Paz…) sapeva che esistevo; e mi compare un post di Paz, in cui leggo una sorta di “panda-pensiero”, che coincideva al 90% con quanto io andavo dicendo da una vita ma che non avevo ancora scritto.

Ho un passato da autore televisivo ed il plagio è sempre stato la cosa che più mi faceva incazzare, per cui scrivo a Paz ed esordisco con “Chi sei, Paz? Mi conosci? Ti conosco? Se hai già sentito da me la filippica sul panda e la spacci per roba tua, sei un poveraccio…” e avanti su quel genere.
No, non ci conoscevamo, ma la pensavamo allo stesso modo.
Sempre in quel periodo scopro che un cabarettista romano, di cui ho dimenticato il nome, presentava un monologo sul panda in cui sosteneva che tutta la faccenda del pericolo di estinzione serve solo per vendere i panda della Trudy.

E poi arriva il Diegoviola, senza che nessuno lo cercasse, quindi è virtualmente il mio primo commentatore.
Amore sbocciato e brutalmente troncato dal trasloco del buon Dieguito il quale, proprio nel periodo della polemica sui “bamboccioni”, ha pensato bene di abbandonare il tetto paterno e di spiegare le ali nel cielo degli “affittasi ammobiliato”.
O “affittasi libero”.
O, se le sostenze lo consentono, nel ben più ampio cielo del “vendesi”.

Ok, bel gesto: Totò cantava “Quando hai ventanni ti ci vuole la mugliera” ma, senza arrivare a tanto, a trentanni è una figata poter decidere di lasciare dove ti pare calzini, panini morsicati o concubine.
Me lo vedo, l’uomo, soddisfatto come Francesco Mulè nella pubblicità della Peroni di quarantanni fa: “Ho tutto, cibi sani, aria buona… e cosa mi manca?”
Poi scoppiava a piangere perchè gli mancava la Peroni.
Ma la provvidenza si materializzava nelle sembianze di Solvy Stubing, prima ed indimenticata “Bionda Peroni” della storia, che gli sussurrava “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”.

A Dieguito mancava una connessione ADSL.
Ma la vita non è Carosello, così il nostro amico ha dovuto aspettare che la sua zona fosse coperta dal servizio o che fosse un po’ più coperto il conto corrente: una delle due.

Ed ora… eccolo qua.
E siccome è rimasto indietro un anno e mezzo, ci sta dando dentro a cottimo per portarsi pari col programma.
Bentornato, Diego, è davvero un piacere.
Ti giuro che in questo periodo ho i minuti contati e la mia produzione letteraria ne soffre pesantemente, ma non mi potevo esimere dal mettere giù due righe.

Prometto a te e a tutti quanti -caso mai potesse interessare- che appena sarà andata in porto l’Operazione Negozio Nuovo, rimetterò in moto la macchina delle minchiate.

Ed il “bentornato” me lo darò da solo.

Dottordivago

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