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Dicesi “RisPost” una cosa che è partita come risposta ad un commento |
A Beethoven e Sinatra
preferisco l’insalata,
a Vivaldi l’uva passa
che mi dà più calorie.
Ecco la summa del mio pensiero, anche se Battiato non è esattamente una persona che mi piace citare, non fosse altro perchè si tratta di un elemento di spicco del malvezzo (tranquilli, sembra una parola difficile ma significa solo “abitudine di merda” o anche “moda del cazzo”) che mi ha portato a scrivere il post precedente.
Post in cui sostengo che nella mezzora totale che ho dedicato a Sanremo, ho assistito a due esibizioni che per il sottoscritto sono state due cagate presentate come uova da due rossi, di cui una addirittura osannata dalla standing ovation.
Lasciamo perdere il lugubre, corpulento e problematico Antony Hegarty, di cui credo sentiremo parlare a breve, anche se non come cantante ma perchè gli troveranno parti umane nel frigo o troveranno lui nudo e dissanguato in una vasca da bagno. Concentriamoci sull’altro, Asafa Avidan, la cui interpretazione ha fatto scrivere a Marco:
…la sua esibizione mi ha chiuso lo stomaco. Ora che leggo un po’ del testo, mi convinco che tutto torna nel rappresentare la disperazione per la cosa più banale del mondo: una donna ce non ti caga e che per te è tutto. Non era una canzonetta, era qualcos’altro, e mi è piaciuto.
Sarà che in gioventù ho avuto un tot di amici che dopo essersi fidanzati e spariti dalla circolazione, rientravano in società dopo essere stati mandati a cagare dalla loro recente ragione di vita. Giovanotti con cui prima potevi tranquillamente passare serate divertenti, diventavano degli spauracchi per tutti e quando si mostravano in giro scatenavano un fuggi-fuggi generale e triste chi veniva incerchiato da quel cuore spezzato: certi elmi… due balle marce…
Ah, per correttezza, nella primavera dell’83 ho avuto anch’io un mesetto simile, vero? brutta troia alta un metro e ottanta, biondotinta e con due tette così…
Sarà perchè le storie di cuori infranti mi hanno sempre dato fastidio ma per me Asafa resta un furbetto che l’ha messa giù dura, interpretando la “Disperazione Personificata” miagolando e stravolgendo un motivetto che definirei un tormentino, più che un tormentone, con un’intensità con cui Anna Magnani poteva interpretare la popolana disperata.
Benissimo, sono già finito nel primo ginepraio: non è esattamente una divagata, perchè è inerente all’argomento, ma è comunque una grana da sbrigare.
Dunque, Anna Magnani mi è venuta così, senza pensarci, ma si tratta di un altra figura di cui tutti dicono un gran bene e che solo io, ‘O Fetente, considero una che ha sempre interpretato lo stesso personaggio, un po’ come Charles Bronson (e va be’, con quella faccia…) o, nel suo piccolo, Margherita Buy.
Anna Magnani è considerata un’attrice immensa, di cui ho visto tre o quattro film, in cui era regolarmente una popolana arruffata, urlante e piangente, personaggio a cui la sua vita -bimba figlia di padre ignoto e abbandonata dalla madre- ha fornito le basi su cui lavorare; con quella faccia, poi, diventava difficile specializzarsi nella bella svampita come Marilyn, ad esempio. Dove sta il genio nell’interpretare non dico sè stessi ma qualcuno che ti somiglia moltissimo?
Una storia che racconto sempre è quella di essere morto dal ridere quando alla cerimonia degli Oscar 1987 si presenta a ritirare il premio per la Miglior Attrice Protagonista, in “Figli di un Dio minore”, una biondina giovane e carina, fino ad allora sconosciuta: Marlee Matlin.
Bravissima. Brava al punto da aver interpretato con estremo realismo la parte di una sordomuta.
Si presenta sul palco, acchiappa la statuetta e ringrazia dicendo:
«G-raa-zi’…»
Eehh? Oh cazzo… ma è sordomuta!…
Marca “bravo” alla giuria.
Peccato che il Cannibale di Milwaukee non si sia dato al cinema: avrebbe vinto a mani basse l’oscar per il miglior interprete in un film su un serial killer.
Due lettori su tre, in questo momento, mi considerano un pezzo di merda, lo so.
Ehm… ”in questo momento”, vero?…
Per molti di voi sto maltrattando due grandissime interpreti, una addirittura un monumento, ma visto che ognuno è libero di pensarla come gli va, io la penso proprio così.
Ho due capacità innate: oltre a quella di riuscire a sembrare più stronzo di quello che sono, riesco anche a dare l’impressione di aver sempre fatto una cosa che magari sto facendo per la prima volta…
No, questo non c’entra un cazzo, quindi vuol dire che ho tre capacità innate.
Ecco, adesso ci siamo: la terza è che non mi faccio infarloccare.
Tradire sì, truffare anche, senz’altro, ma ti devo considerare mio amico, quindi tenere la guardia bassa, altrimenti non ce n’è per nessuno.
Finora.
Sarà per il fatto che, a cominciare dalla scuola per continuare nella vita, me la sono sempre cavata grazie alla capacità di “saperla raccontare” (oh-oh… siamo già a quattro capacità… Va be’, appena inizio a tirarmela, fatemi un cenno…) e proprio per questo, dicevo, diventa difficile “raccontarmela”.
A questo aggiungiamo un innato scetticismo nei confronti di tutto ciò che non è materiale e la convinzione che l’Uomo è frutto di un errore genetico che ha creato una scimmia con un dito opponibile agli altri. E bòn.
Da quel momento abbiamo iniziato a raccontarcela, al punto di esserci inventati un’anima e un Dio e di aver attribuito a Lui tutto il nostro operato, compresa la nostra creazione, forse nell’intento di scaricarci la responsabilità per il fatto di non essere venuti benissimo.
Spesso mi definisco “arido” per il fatto che cominciano ad essere poche, molto poche, le cose che mi piacciono e ancora meno quelle da cui mi lascio coinvolgere, mentre sono molte le cose per cui mi sento preso per il culo, o meglio, mi sentirei preso per il culo se dessi retta a certe sirene.
Ora non vorrei riscrivere “Perchè il panda deve morire” ma questo blog nasce in primis per affrancarmi da abitudini o mode che ritengo sbagliate, prima tra tutte quella di “farsela raccontare” da chi ti dice, per esempio, che il vino è cultura e che, in un sorso di solfiti e additivi che ti fa tenere in bocca, devi riconoscere il profumo di viola, il sentore di crosta di pane, il sapore “vinoso”…
Quale – altro – cazzo – di – sapore dovrei sentire, con un sorso di vino in bocca?
Arido per questi e altri motivi.
Ma non morto dentro.
Marco mi rinfaccia un mio momento “poetico”, quello in cui parlo della fine della “mia” alluvione del ’94: Marcolino, non sono mica Terminator, eh?
E intendo il 2, quello bastardissimo che si squagliava e si ricomponeva.
L’ho già scritto altre volte: tra le poche storie che ancora mi smuovono qualcosa dentro, ci sono le cose vere e non inventate da un lavativo che “me la racconta” o da una riunione di esperti in marketing per vendermi un prodotto tangibile o impalpabile come un’interpretazione o una moda.
Anch’io ho le mie musiche del cuore e posti delle fragole, sarebbe drammatico il contrario ma principalmente mi intenerisce la natura perchè ho la certezza che ciò che crea è vero.
E mi intenerisce l’amore di chi mi vuole bene pur conoscendomi.
Dottordivago
tra le tue qualità c’è l’essere uno stronzo dal cuore tenero, non è una cosa facile, o sei stronzo o sei un tenerone, tu riesci ad esserlo insieme, peccato che non sei una bella gnocca saresti stata perfetta per farmi girare i coglioni!
ciao testina e che qualcuno lassù ti conservi la vista perché riesci a vedere cose che nessun’altro vede…..bel post, un po’ te lo invidio!
Bel post, Dutur. Ma ora una cosa completamente diversa: pronto x il voto? Qui a Milano, votato sotto la neve, e speriamo che Iddio ce la mandi buona
Claudio Amendola si vantava di entrare nel personaggio al suono del ciak e non capiva tutta quella preparazione nell’immedesimazione tipica degli americani figli dell’Actors studio frequentata da’ falliti’, aggiungo ironicamente io, come AlPacino, De Niro, Harwey Keitel…
Ora voglio dire: Amendola, ma vaffanculo
Amendola va bene, però.. Mentre giravano il Maratoneta, capitava che Laurence Olivier, sul set, aspettasse spesso Dustin Hoffman, perchè il giovane allievo dell’actor’s studio si prendeva il suo tempo, chiuso in roulotte, per “entrare in parte”. Un giorno, stufo, Olivier gli fa: ma non potresti, semplicemente, recitare?
E Mastroianni? Pare che per svegliarlo ci volessero le bombe, si riaddormentava seduto dal barbiere, poi dal barbiere al set, e ciak.
Un pò come Danny Day Lewis che camminava zoppo anche finito le riprese del ” mio piede sinistro”, il troppo storpia…ha ha
Comunque capisco quel che intendi forse alcuni hanno troppo zelo ma altri fanno sempre se stessi, lavoro sul personaggio zero, cosa che funziona giusto per un film di Vanzina. Credo che Banfi si impegnasse di più Amendola nel film” L’allenatore nel pallone”. Poi se sei bravo ti capita di vedere film con la seguente recensione:” film scarso salvato dagli interpreti”.
Bravo, altro che “pezzo di m….”!!!!
Tutto vero….
“Non farsela raccontare” significa solo avere rispetto per la verità . Soprattutto quella dei sentimenti , propri ed altrui, che sono cose troppo preziose per essere mischiate con le fandonie. Troppa gente finge di vedere i bellissimi “abiti del Granduca” che tutti dicono di vedere ma che in realtà non esistono se non nella fantasia dei due tessitori/truffatori. Si chiama conformismo ed è odioso. Specie se, come spesso accade, viene spacciato per anticonformismo.
Ma sì che ti vogliamo bene, tenerone, anche se hai votato Grillo.
Ah be’ ma allora sono arido anch’io.. però la gaglioffata sulla Magnani non te la passo, anche se so che è proprio ciò che speri.. no è meglio che mi trattenga, sennò mi becco il solito lungolinea