Un incipit azzeccato può determinare il successo di un romanzo, può far la differenza tra la decisione di un editore di pubblicare un opera o di liquidare l’autore con il temuto “le faremo sapere…”.
Non scrivo romanzi e la mia roba non la pubblica nessuno, quindi il fatto di avere l’incipit giusto non mi cambia niente, però, averlo già bell’e pronto mi fa risparmiare un po’ di tempo. Quindi copio-incollo pari pari un pezzetto di un altro post.
Avete letto “IT” di Stephen King?
Io si, anche se per farcela -è spesso una spanna- ho dovuto dividerlo in tre fette (ci sarà un motivo se compero solo edizioni economiche, no?…), sennò non si riesce a tenerlo in mano. Poi, dopo averlo finito, mi faceva schifo vederlo tenuto insieme con lo scotch, così l’ho ricomprato (cosa vi dicevo a proposito di edizioni economiche e del fatto di essere un deficiente?…)A farla proprio corta corta, è la storia di alcuni ragazzini che sconfiggono IT, un mostro bastardissimo, poi continuano la propria vita, vanno a vivere in posti diversi e si dimenticano del fatto, anzi, lo rimuovono completamente.
Solo uno rimane al paesello e dopo una trentina di anni, quando il mostro creduto morto ricomincia ad uccidere, ricontatta i vecchi amici. Immediatamente, appena sentono la parola “IT”, tutti quanti ricordano tutto, come se fosse passato solo un minuto dall’incubo giovanile.
Ecco, nel mio caso non si tratta di incubo ma di piacevolissima rimembranza.
L’amico Ginko, credo, aveva dedicato una pagina di Feisbuk al quel mito cittadino che è stato Baleta e chi non sapesse di cosa sto parlando, può dare un’occhiata qui e pure qui.
Se ricordo bene mi aveva anche nominato amministratore ma io con Feisbuk ho un rapporto di merda, ne sono già uscito tre o quattro volte ed ho cambiato un paio di account, così mi sono sottratto alle mie responsabilità di sacrestano del Mausoleo di Baleta. E le ceneri e i sedimenti della quotidianità rischiavano di ricoprire quella pagina dedicata alla nostra “Pompei del Cazzeggio”.
Poi, pochi giorni fa, ho letto sulla posta che Ginko aveva fatto non so cosa relativamente alla pagina di Baleta e…
BAM!
Riecco tutto in testa, riecco i ricordi, riecco tutti i ragazzi di IT che, come me, si sono risvegliati e cominciano a ricordare, ognuno per la sua epoca e sfera di competenza, perchè Baleta era come la foresta pluviale in cui ad ogni livello corrispondono diverse forme di vita: dagli organismi del sottobosco alle creature superiori, quelli che vivono sulle cime degli alberi, a decine di metri da terra.
Roditori, decine di specie di scimmie, serpenti velenosi o stritolatori, giaguari che sbranavano bradipi: un mondo di Quark, anzi, un
Mondo di Quirk, Quork, Quark, a cura di Piero e Angelo
per chi se lo ricorda…
Così è ripartita la voglia di ricordare e raccontarsi cose mille volte raccontate e, come allora, c’è -e ci sarà- qualcuno che la fa fuori dal vaso.
Prima ho citato Pompei non a caso: qualcuno ha detto che nella biglietteria di Pompei c’è più arte e storia che in tutti gli Stati Uniti; beh, in una qualsiasi giornata Baletiana c’era più alessandrinità di quella che si otterrebbe spremendo gli ultimi vent’anni di vita della nostra città e non solo perchè oggi Alessandria ha la stessa percentuale di stranieri che si poteva riscontrare a Ellis Island nei primi del ‘900… Non è per il fatto che è cambiata la gente, prima ancora è cambiata l’aria.
Per i “forestieri” e gli alessandrini di oggi devo spiegare di cosa sto parlando.
Il limone è aspro, giusto? Mordere in una fetta di limone non è il massimo, no? Poi ci sono quei meravigliosi limoni della Costiera Sorrentina, in cui l’acidità è solo una delle componenti di un insieme straordinario.
Ecco, l’alessandrinità è costituita da un fondo di acidità, temperata da saggezza, acutezza, disincanto e pigrizia, con un retrogusto di cattiveria, scetticismo e sicumera, che lascia il posto ad un finale secco, asciutto.
Chiaro?
Ma come diceva l’Ispettore Rock, ![]()
«Anch’io ho commesso un errore…»
Nel senso che tutto quello che ho affermato finora è da coniugare al passato: “L’alessandrinità era costituita da…” ecc. ecc.
Oggi non c’è più.
Non c’è più perchè non c’è più Baleta.
Finché Baleta c’è stato, ha spostato l’asse di rotazione cittadino in corrispondenza del vicolo e della Piazzetta, vero ombelico del nostro mondo; non è un caso se nei sessant’anni baletiani la Piazzetta era gremita di gente, con rappresentanti per ogni fascia d’età. Quando ancora si poteva passare in macchina, molto spesso era possibile solo in teoria, vista la quantità di persone presenti: in un sabato pomeriggio invernale ci potevi stare in maniche corte, grazie all’effetto-stalla.
Chiuso Baleta, la Piazzetta è sempre piena di persone ma tristemente vuota di personaggi, è diventata il regno delle mamme che portano i bambini a giocare lontano dalle auto e a mangiare il gelato.
Quando c’era Baleta, noi mangiavamo i bambini.
Portare i bambini in Piazzetta? Dài, su, non scherziamo…
Per 60 anni la gente usciva da Baleta e cazzeggiava in Piazzetta, così attirava i compagni di scuola, gli amici, le morose, i colleghi. Tutti, almeno una volta, passavano nel bar, solo gli Eletti rimanevano. Oddio, non che servisse chissà che, per essere “Eletti”… ma lo vedremo più avanti, per ora sto guardando un pezzo di città dall’alto, tipo Google Earth: verrà il momento di zoomare…
La Piazzetta come fenomeno di costume è nata con Baleta, prima la gente
stava in piazza della Libertà (pardòn, Piasa Ratas…), nei suoi bar sotto i portici del Comune; Baleta ha spostato la gente, creando un nucleo di condensazione ed è diventato grande grazie al continuo pompaggio di nuovi avventori che si avvicinavano prima alla Piazzetta, attirati da un ambiente unico; gente che poi passava da Baleta, dove solo gli Eletti, che non significa necessariamente i migliori, si fermavano : una simbiosi o, meglio, uno strano organismo, i cui arti stavano in Piazzetta, l’anima e il cervello nel vicolo.
Lì è nata e cresciuta l’alessandrinità: era sufficiente spostarsi da quella zona e ti ritrovavi in un’altra città, in cui il gusto della battuta, della polemica, del “tiramento di balle” non era così sentito e sviluppato.
Non era un ambiente facile: se da un lato era come una scuola che insegnava il gusto per la battuta e per il confronto dialettico, dall’altro poteva diventare un corso di sopravvivenza alla presa per il culo, all’aggressione verbale.
Io posso parlare per quanto mi riguarda ma ti abituavi talmente a dire e fare qualsiasi cosa che, quando giocavi in trasferta, rischiavi di litigare ogni tre parole o fare fior di figure di merda.
Faccio un esempio: anche gli avvocati o i Rotariani scorreggiano, no? Ma di solito lo fanno in privato. Il bello di Baleta era che il notaio poteva scorreggiare mentre giocava a carte; ancora più bello era che, non essendo un ambiente di zozzoni, tutti lo caricavano come una sveglia, salvo fare da controcanto cinque minuti dopo e beccarsi dello spurcaciòn dal trombettista di prima.
Ricordo una sera di settembre 1982. Io e Gruzzo dovevamo andare a parlare con il proprietario di una discoteca che gestivamo con altri amici; arriviamo nel bar/ristorante sulla Statale dei Giovi, un postaccio da camionisti nel cui seminterrato si trovava la discoteca.
Tanto per cambiare, la tv trasmetteva per la cinquantaseiesima volta la finale Italia – Germania di due mesi prima, così il titolare ci ha pregato di aspettare che finisse e che il bar si svuotasse: nessun problema, un pezzo ce lo rivediamo volentieri.
Ehm… un problema, in effetti, c’era: esistevano solo due posti al mondo per vedere una partita, cioè lo stadio e Baleta. Passato il primo minuto eravamo già presi dall’entusiasmo per quella partita indimenticabile.
Troppo presi… Percepisco che Gruzzo, al mio fianco -e come me seduto al contrario, cioè con lo schienale davanti e le braccia appoggiate sopra- si sta appoggiando a me; lo guardo come per dire “cazzo fai, vuoi baciarmi?” e mi rendo conto con orrore che sta semplicemente alleggerendo il carico su una chiappa… Oh no… OH NO!
Andata. Non ho fatto in tempo a dargli una gomitata: assorbito dalla partita, lui era da Baleta -e dove potresti essere, altrimenti, durante una partita?- e si è comportato di conseguenza. Non eravamo in mezzo a educande, però nessuno aveva mai assistito ad una scorreggia così smaccata in pubblico.
In quel momento Gruzzo ha realizzato di non trovarsi da Baleta e entrambi abbiamo realizzato di non essere graditi, così siamo tornati a giochi fatti, mezzora dopo.
Voglio dire, non è che da Baleta si scorreggiava tutto il santo giorno ma, se capitava, ci stava pure quello, se avevi voglia di pagarne le conseguenze in termini di insulti della clientela e occhiate di riprovazione da parte di Gino, Re Baleta 2°.
Baleta era la tana. Tutti gli uomini, intesi come maschi, hanno nel profondo del paleoencefalo le pulsioni sessuali, l’aggressività del cacciatore, la difesa della prole. E il desiderio di una tana, che per essere tale non deve essere tirata a lucido: se così non fosse, non si spiegherebbe perchè due uomini preferiscono bersi una birra in garage piuttosto che in salotto.
Da Baleta le pulizie servivano a mantenere un aspetto dignitoso, senza che l’ambiente venisse meno al compito di temprare l’anima e rafforzare il sistema immunitario di chi lo frequentava: il gabinetto era in cortile, il lavandino contro il muro, esposto alle intemperie.
Se chiedevi «Un buon caffè, grazie», da dietro il bancone, almeno finchè regnava Re Baleta 1°, ti dicevano di andare a berlo al Bar Moderno.
Ma sto sprecando il fiato, l’ho detto e l’ho ripetuto allo sfinimento:
Chi deve domandare cos’era Baleta, non lo capirà mai.
Ma, per il dispiacere dei miei lettori non Baletiani, cercherò comunque di spiegarlo e prometto di tornare sull’argomento.
Dottordivago
gran bei giorni, da parte mia ho solo un rammarico aver frequentato baleta da giovanissimo, nei primi anni 70, e da gino ho solo preso calci nel culo nel vero senso della parola, poi a vent’anni la famiglia, il figlio e il lavoro mi hanno rovinato e quindi addio al biliardo, alle carte o al fancazzismo che in quel posto è ancora sovrano nei nostri ricordi.
Io entravo sempre dal portone di via s.alessandro per uscire dall’altro lato e dopo la visita al vespasiano via deciso in piazzetta a far la gara a chi vedeva la migliore.Epressioni come “teisemo, gnuront, rimbambì, urgion, svigti fanciot” e molte altre ancora le sento solo quando parlo con “veri” alessandrini come il Doc, che spero non mi diventi terrone.
Ecco questa è una parte di alessandria he mi manca, il prendersi per i fondelli, a volte eri la vittima altre il carnefice, e comunque finiva sempre in risata.
Qui in veneto se sbaglio a fare una battuta come quelle di baleta mi ritrovo con facce da assassini offese a morte, e per dio ridete che la vita non va sempre presa sul serio.
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
se anzichè avere l’icipit ti veniva l’appendicite sarebbe stato peggio.