Sottotitolo: ma allora sono proprio io, che sono fatto male.
Ho passato una serata in cui quasi tutti si divertivano mentre, forse, qualcuno si adattava alla situazione facendo buon viso a cattiva sorte.
Io ero incazzato come una bestia.
E dire che le premesse erano buone: cena a base di pesce al Caffè Marini, il bar del Teatro di Alessandria, immerso nel verde dei giardini pubblici, in una bella serata estiva baciata dal clamoroso ritardo di quest’anno della calata delle zanzare, con una coppia di amici: io sono un uomo semplice, per un giovedì sera non chiedo di più.
Chiederò, anzi, domanderò molto di più in futuro, quando un amico mi organizzerà la serata e la domanda sarà “Non c’è mica qualcuno che suona, canta, intrattiene o fa qualsiasi cosa che non sia mettere un bel cd di sottofondo?”.
Non per altro: il mio amico Gianni, che mi ha proposto la cenetta, si è dimenticato di dirmi che ci sarebbe stata anche musica dal vivo…
Io la odio, la musica dal vivo.
O perlomeno nel significato attuale dell’accezione: in un pub, un truck bar o in un localaccio road house, comunque un posto definito con un termine ammerricano, per “musica dal vivo” si intende un gruppo di scappati da casa in grado di sviluppare, indipendentemente dal genere, una pressione sonora ben oltre la soglia del dolore, creando un habitat ostile alla vita come noi la conosciamo, un rumore che ti impedisce anche di pensare, mentre respirare è possibile, purchè a tempo con i bassi, salvo ritrovarsi con uno pneumotorace.
In un locale più soft come il bar di un teatro, la musica dal vivo di solito è a carico di un variegato campionario di umanità, dolente e non, che spazia dal ragazzino alle prime armi che arrotonda la paghetta, all’attempato “uomo da night” che cerca di mettere insieme il pranzo con la cena oltre che una sempre più improbabile ciulatina after hour; si può incappare anche in un vero cane, tipo un vecchio conoscente che batteva la provincia anni fa, che si piazzava davanti un quadernone con i testi delle canzoni, scritto di suo pugno, su cui si poteva leggere una specie di gramelot; ad un’occhio attento non poteva sfuggire che i testi in inglese o in francese -un massacro di Vie en rose non lo negava a nessuno- erano scritti rigorosamente secondo la pronuncia italiana, quindi New York New York iniziava così:
Start spredin de nius
aim livin tudei
ai uontu bi e part ov it
niu iorc niu iorc…
Una volta gli ho fatto notare che se il titolo fosse stato Milwaukee Milwaukee la cosa avrebbe avuto un senso, con New York non sarebbe dovuto essere necessario: “Dal vivo può succedere di tutto” fu la risposta dello sgamato musicista poliglotta.
Per fortuna, spesso la pratica viene sbrigata da un giovanotto abbastanza gradevole, con la variante di una voce femminile se la sua morosa è almeno passabile, mediamente intonata e con una voce che non sembri un basso tuba o il classico gesso nuovo sulla lavagna.
A tutto ciò fanno eccezione gli amici Danilo “Hierbas” Arona e Fabio “Tri” Tolu, ma non li salvo per una questione affettiva, semplicemente perchè sono depositari del Verbo dei Suonatori:
Prima mangia fin che ce n’è,
per suonare e morire c’è tempo.
Ho partecipato a qualche loro serata, a volte a tavola con loro, e devo riconoscere che hanno l’inestimabile dono del vero “appetito da suonatori”: accendono l’ampli quando tutti hanno lo stuzzicadenti in bocca ed il cameriere fa segno che la cucina è chiusa ed i cuochi a dormire.
Quei due coglioni di ieri sera pilluccano qualcosina come due canarini, Dio li maledica.
Infatti hanno attaccato alla fine degli antipasti.
Ora, mi dispiace parlarne male, visto che cantano bene e le basi sono buone; quanto al repertorio, non mi è sembrato indimenticabile, ma lì si entra nel campo dei gusti personali, quindi gli darei comunque un bel voto.
Se si limitassero a cantare.
E se lo facessero al momento giusto.
E se, soprattutto, non fossero convinti di essere tra i campi di Woodstock.
Cominciamo dalla fine: il volume.
Se porto Bimbi a cena non lo faccio perchè a casa mia non c’è niente da mangiare, bensì per fare quattro chiacchiere con gli amici, cosa resa impossibile da quei due imbecilli: ho smesso di parlare alle dieci ed ho ricominciato a mezzanotte, quando sono riuscito ad avere il conto.
Considerando che abbiamo tossito, a coppia, 95 euri con lo sconto, per una cena da 75, non riesco a scacciare dalla mente il pensiero che mi è costato 20 euro farmi affettare la minchia dai Vianellen, che sarebbero il gruppo che nasce mandando in tournèe i Vianella con gli amplificatori dei Van Allen.
Poi il fattore tempo: se dalla cucina deve ancora uscire il primo -sì che l’abbiamo aspettato 50 minuti, ma preferivo insistere coi grissini ed un sottofondo gradevole…- significa che non tutti hanno finito di cenare, no?
Quindi, salvo ordini superiori, stai seduto sotto le stelle, che se vuoi ti puoi pure fumare una sigaretta…
O se proprio devi, non rompermi i coglioni prima ancora dei timpani.
E qui arriviamo al momento peggiore: secondo voi, questo irripetibile esemplare di uomo di spettacolo, con cosa ha attaccato?
Lo so, è brutta da dire ma ancor peggio da credere…
Ha fatto l’imitazione di Mike Bongiorno!
No, non dovete sperare in un caso di omonimia: ha fatto l’imitazione di Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, quello di “Allegria!”
E da quel momento, ogni volta che aprivano la bocca -per parlare- cadevano sempre più in basso: lui diceva troiate così scontate che in tutti i villaggi vacanze impongono agli animatori di evitarle, lei si fingeva offesa o turbata o divertita a seconda di quanto previsto da un copione più insano di Mein Kampf.
Io cercavo di pensare ad altro ma ogni tanto qualcosa superava le barriere, tipo quando lui ha accennato al fatto che la sua collega si farebbe cavalcare da Rocco Siffredi, oppure il sapido racconto di quando, sempre la sua collega, gli ha prestato un detergente intimo mentolato sconsigliabile agli uomini.
Il resto l’ho rimosso; ricordo solo che tutto ciò veniva proposto con un ritmo da telenovela, con interminabili momenti muti che ad un pirla come me, con giusto un’idea vaga delle regole dello spettacolo, ricordavano più un discorso di Craxi o un testo da Teatro Noh.
Per un momento li ho invidiati per la loro forza di volontà: due persone così prive di senso dello spettacolo che hanno il coraggio di esibirsi in pubblico meritano i migliori complimenti.
Oltre che un taglio completo delle gomme della macchina.
Non posso dirlo con certezza, ma se io avessi un briciolo della loro tigna, adesso sarei presentatore fisso della Notte degli Oscar e porterei a casa sette o otto statuette tutte le volte.
Insomma, due Inutili, anzi, nocivi, solo che come titolo “Il falò della nocività” non mi piaceva.
Voglio estendere i complimenti anche al gestore del locale, che paga gente così affinchè rovinino la serata ai suoi clienti; al mio paese si dice “fare la croce” su qualcosa se non intendi ripeterla e su un posto quando non hai intenzione di tornarci: io, lì, ci ho fatto una croce come i geoglifi di Nazca.
Critiche eccessive?
Intervisterò altri partecipanti all’indimenticabile serata; per ora sono confortato dal fatto che ad un certo punto c’è stato un passaggio del Cigno, Ginko ed il Giacca, gente dalla pelle spessa, non sucaminchia come me: alla mia offerta di bere qualcosa con noi la risposta è stata “Non siamo mica matti…”
E non si riferivano alla compagnia.
Ma tutto quanto esposto finora è una goccia nel mare della mia indignazione prima e preoccupazione poi.
Il vero aspetto sconvolgente della cosa è che quasi tutti i presenti si divertivano.
Cristo santo… Ridevano!
Posso capire che le parti musicali, volume a parte, non fossero male, anzi, alcune proprio buone; posso anche capire che un volume eccessivo, se sei a tavola e non hai niente da dire, alleggerisca la tensione; ma la parte colloquiale dei Vianellen era veramente improponibile.
Boldi e De Sica possono vivere tranquilli: con un pubblico così le loro merdate natalizie saranno sempre pozzi di petrolio.
Ieri sera ho intravisto uno spiraglio del mio futuro: qualche amico, e in mancanza di quelli, SKY a manetta.
E se tutti mi abbandoneranno, mi ritirerò in un eremo.
Con la parabola e il decoder.
Dottordivago.
io temo i musici vaganti soprattutto negli hotel
la sola parola “animazione” mi provoca reazioni da chiamar l’esorcista
ne ricordiamo ancora uno in sardegna: alle 11 di sera era ancora lì a blaterare stonato come una campana…
sei un libro già stampato.. la noia mortale che ho provato pensavo fosse dovuta a una specie di mia deviazione mentale.. invece.. leggendo la tua recensione mi consolo.. non ero l’unico a provare quelle sensazioni! Sei un mito! Ho una richiesta: Scrivi un libro. Sarò il tuo primo fan. Ma tutto questo era già chiaro molti anni fa. Chi ha vissuto e provato quello che noi abbiamo avuto la fortuna di condividere e che ci ha formato, oggi non può che sentirsi un pò solo e disilluso da una generazione che non ha niente da chiedere e si accontenta di piccoli tentativi di intrattenimento. Il Q.I. di questa gente non può essere misurato.. non pervenuto! Sono con te. i uont iu uell. as usual…
A volte temo di essere vittima di un clamoroso complesso di superiorità. Altre volte mi rendo conto che i messaggi che la “gente” percepisce e metabolizza, su di me non hanno alcun effetto… ad esempio certi spot pubblicitari, dei quali stento a capire l’utilità e il senso. Ma se i pubblicitari producono quelle cose, se le televisioni trasmettono quelle cose, se nei cinema proiettano quel tipo di film, se nei locali funziona quel tipo di spettacolo… significa che alla maggioranza va bene così. O perlomeno non gli importa. Per l’ennesima volta, sto con una minoranza. In buona compagnia
Ciao
Tranquillo… per quanto ci sia (convengo che sembri incredidibile) una buona fetta di persone che apprezzano quell’umorismo idiota banale e scontato, l’elite di persone con un po’ di umorismo e più di sei neuroni è ben nutrita.
Non sei solo, panda! ; )
Delizioso. Mi unisco all’invocazione di Dedé… Scrivi libri! Sei un umorista fantastico. E, come tutti i veri umoristi, descrivi la realtà senza filtri e maschere…. Great, Carlo!
Su questo non posso che darti ragione. Questo tipo di umorismo (che va scemando di diffusione però), è a dir poco insopportabile.
Colgo l’occasione per informare che Boldi e De sica ora fanno anche la versione estiva del film. Estate ai Caraibi qualcosa del genere.
Lo dico sempre, ma nessun gestore mi dà retta. Non serve, il live, a cena. E non serve nemmeno il dj. A cena e anche durante l’aperitivo serve un “consulente musicale”, cioè un amico che conosca almeno 2000 titoli e che disponga dei dischi o dei files originali (basta con la pirateria, oggi un singolo può costare 60 eurocent: ce lo possiamo permettere). Scegli il genere musicale o, meglio, il clima che vuoi creare con la musica, predisponi il tutto su un pc con un software adeguato, regoli un volume da sottofondo e un’equalizzazione arricchente e il gioco è fatto. Da dj attempato ed esperto quale sono (e nessuno può negare che io abbia esperienza, vista la longevità) posso senza dubbio affermare che quello appena descritto è il miglior sottofondo che si possa creare. Con i dischi non c’è il pericolo di stecche o di esecuzioni discutibili: c’è solo il rischio che la musica proposta non sia gradita al pubblico. Ecco perché bisogna conoscere almeno 2000 titoli. Per cambiare musica se si è sbagliata la selezione. Ma i gestori vogliono ‘o show!!! E allora beccatevi i Vianellen.