Chi mi conosce lo sa: questo titolo è riservato alle cose brutte che io penso e che forse altri pensano, ma che non tutti hanno il coraggio o il cattivo gusto di dichiarare apertamente.
Già iniziare con “chi mi conosce lo sa” non depone a favore dello scrivente: lo dicevano sempre Alberto Tomba e Christian Vieri, non esattamente due esempi di maitre a penser, con l’aggravante che loro, almeno, sanno o sapevano fare veramente bene una cosa, io manco quella.
Però ci sono cose che trattengo per un po’, poi se non le tiro fuori mi viene lo sciopone.
E a cosa serve un blog? A fare soldi?
Se è così sto sbagliando qualcosa.
Prima cosa: ho appena avuto la conferma che le mie finestre sono bellissime e che, evidentemente, costano meno di quello che valgono.
Me ne ha dato la prova un cliente che mi ha confermato un lavoro, cosa sulla quale non avrei scommesso una lira, visto che dopo aver parlato di finestre abbiamo iniziato una discussione “da coltello”.
Il tipo ha iniziato a lamentarsi della sua situazione lavorativa, visto che fa parte della grande famiglia dei precari e che come quasi tutti si considera un reietto, un paria.
È laureato in filosofia e lavora, pardon, prende uno stipendio da una struttura pubblica, con un contratto rinnovato anno per anno; non voglio entrare nel dettaglio, ma è lui stesso il primo a dire che non sa come far passare la giornata e che se qualcuno mandato dal babau Brunetta gli domandasse qual’è (sì, lo so, sarebbe corretto “qual è”, ma a me mi piace con l’apostrofo…) il suo incarico, lui proprio non lo saprebbe spiegare.
Io stavo già per fare il botto, ma mi sono trattenuto: non tanto per l’importo del lavoro, praticamente trascurabile, quanto per il fatto che erano presenti la moglie ed i genitori.
Mi sono limitato a fargli notare che prendere uno stipendio e fare un cazzo dalla mattina alla sera non mi sembra una situazione così disperata; mi ha risposto che sua moglie fa ancora meno di lui, ma lo stipendio è garantito a vita; in più, tornando alla sua situazione, “sai che stipendio…”, e che se non ci fossero i suoi genitori lui proprio non saprebbe come fare.
Con due stipendi in due.
Rubati.
Ecco, in quel momento mi si è svuotato il retto e mi si è riempita la scatola cranica, cioè mi è andata la merda al cervello.
Amico mio, per prima cosa, chi ti ha detto di laurearti -tre anni fa, a 31 anni…- in filosofia? Quella non deve essere una laurea, deve essere un hobby.
Ti apre la mente? Jim Morrison lo diceva dell’LSD.
E se passi le giornate con la Gazzetta in mano, cosa te ne fai di una mente aperta?
Poi, se te la tiri da filosofo, ringrazia che riesci a mettere insieme il pranzo con la cena pur avendo tutto il tempo, che so, di scrivere un bel libro con cui arricchirti, unico sbocco che mi viene in mente, a parte un mecenate pirla che ti paga per starti a sentire.
Sennò l’alternativa è quella di prendere lo stesso stipendio ma succhiandoti 18 ore alla settimana -che sono poche, lo so, un mio operaio le fa in due giorni, ma sono sempre peggio del nulla di adesso- una classe di ragazzini che ti mandano a cagare prima che tu finisca di dire “pre-socratici”.
Secondo: tuo padre è milionario?
No, ferroviere in pensione (ahhh… ma allora ce l’avete nel DNA!…)
Se mio padre fosse milionario io sarei peggio di Lapo Elkann, ma visto che non lo è ho smesso di chiedergli soldi all’età di 18 anni, quando ero considerato in grado di votare, di guidare la macchina e di andare in galera, quindi di mantenermi; per anni ho ancora goduto, a gratis, di un tetto sulla testa e di splendidi pasti, ma niente di più.
Ed ero io a volerlo.
A 18 anni facevo la quarta superiore, perito elettronico, e siccome c’erano trecento ragazzi col pallino dell’elettronica che, come me, avevano un laboratorietto in casa, io andavo in un magazzino di surplus elettronico e comperavo a due ciò che in negozio costava dieci, per rivenderlo a sette.
Dopo due mesi che non battevo cassa, mio padre mi ha domandato se spacciavo porcherie: gli ho risposto “Faccio il mercato…”.
E mi considero lo stesso un pirla, visto che Bill Gates alla stessa età stava per diventare il padrone del mondo.
Ho anche fatto tre anni di università, ma sono un lavativo, non sono il tipo che riesce a studiare e lavorare, quindi ciao ciao laurea.
Ed oggi, il solo pensiero di attaccarmi alla pensione di papà per andare in vacanza o per cambiare il televisore mi fa vomitare.
Terzo: non esiste un precario più precario di me e di quelli come me.
Tu cerchi di rinnovare il contratto ogni anno, io lo faccio tutti i giorni, come ha fatto la razza umana nell’ultima milionata di anni: al mattino ti alzi e cerchi di aggiustare la giornata, così invecchia meno anche il cervello, senza sudoku o quelle cazzate elettroniche che reclamizzano in televisione.
Il lavoro non è un diritto.
Quella è un’invenzione da sindacalisti: se sai fare un lavoro, ed hai voglia di farlo, ci sarà sempre qualcuno disposto a pagarti.
Il mio non è un lavoro difficile, basta avere un po’ di testa, o anche solo tanta volontà, per vivere dignitosamente come me: se poi hai tutte e due, allora avrai giustamente successo.
Se sei un lavativo, o se non sai fare un cazzo, o entrambe le cose, perchè qualcuno dovrebbe garantirti, non dico il benessere, ma anche solo la sopravvivenza?
Tutti, una volta all’anno, dovrebbero ridiscutere il loro contratto: sarebbe la fine dei pigri e dei disonesti.
E così facendo si risparmierebbero risorse che permetterebbero di pagare un’assistenza o una pensione decente a chi realmente non può lavorare.
Oh, e dopo tutto questo, vuole lo stesso le finestre…
E giusto per dare più senso al titolo, sentite questa.
Stavolta mi sono preoccupato davvero: cosa c’è di sbagliato, in me?
Arrivo a casa di una cliente, persona solare dall’allegria contagiosa nonostante abbia una figlia di dieci anni autistica.
La vedo meno allegra del solito e mi racconta di essere disperata perchè le hanno detto che sarebbe meglio se la bambina andasse qualche mese in un istituto specializzato.
Premetto che la bambina di dieci anni è un metro e ottanta, pesa 120 chili e non corrisponde all’idea generalizzata dell’autistico “idiota geniale”: io genio non ne vedo ed anche la madre concorda; nel tempo di un caffè ha aperto due vaschette di gelato, ha ringhiato alla madre che le voleva togliere di mano un contenitore per alimenti preso in frigo e, di passaggio, ha azzannato un frutto che era sul tavolo.
Le hanno suggerito di tenerla un periodo in istituto giusto per farle perdere un po’ di peso, sempre che non si mangi qualche amichetto.
Confesso che mi vengono i brividi al pensiero di ritrovarmi per casa una situazione del genere e non mi vergogno di dire che l’unica cosa che potrebbe ridarmi il sorriso sarebbe proprio che qualcuno se la pigliasse.
La mamma invece era a pezzi, trovava insopportabile la separazione, e sosteneva di non aver mai pregato tanto come in questo periodo ed io mi sono trattenuto dal domandarle dove fosse stato Dio quando, al concepimento della piccola, qualche cromosoma è andato per funghi.
Ora, io song’ ‘o fetente e non mi sono riprodotto fondamentalmente per il timore di ritrovarmi per casa una testa di cazzo come me, quindi considero i figli come le sigarette: se non fumi ti fanno schifo, quando prendi il vizio non ne puoi più fare a meno.
Io non ho mai iniziato.
Sono rimasto lì, indeciso se ammirare quell’invincibile amore materno o compatirla.
Ed a domandarmi se sono fatto male io.
Per come la penso io, sarei portato a credere di essere nel giusto, ma quale pazzo riconosce di essere tale?
Dottordivago
riguardo alla laurea in filosofia, concordo, e lo dico con cognizione di causa: è stata la mia prima laurea, e l’ho scelta per hobby, anche perché dal secondo anno già andavo su e giù per un magazzino di informatica preistorica trasportando dischi di 2 MB grandi come cassette di arance.
per me, nipote di contadini, lo studio è un lusso, e come tale non deve rigorosamente servire a un cazzo. per campare ho sempre fatto altro, ma almeno ho studiato quello che mi piaceva e mi interessava.
su tutto il resto, che te lo dico a fà, io negozio il mio posto di lavoro almeno 2 volte al giorno, a volte con i denti e facendo scorrere sangue a fiumi, di cui una buona parte è il mio. e quando mia madre, vittima di 30 anni di lavoro statale, mi chiede: ma perché alle 18.00 non vai a casa? non so cosa rispondere, verrebbe troppo lunga, ho provato a spiegarle che non ho un orario né una sede di lavoro fissa ma per lei è inconcepibile: mi guarda come se dicessi che il sabato pomeriggio compro le arance su marte. le dico solo che aspetto che ci sia meno coda in tangenziale, e morta lì.
Eh, caro doc… sfondi una porta spalancata.
Forse sono fetente anche più di te, proprio perché essendo fondamentalmente sinistrorso, credevo nella fola dei diritti dei lavoratori ecc ecc… Poi son passato dall’altra parte della barricata, e ho scoperto una grande cosa: ci sono i figli di puttana da una parte e dall’altra. Solo che dalla parte dei “poveri lavoratori” i figli di puttana rubano lo stipendio, dalla parte dei “datori di stipendio” i figli di puttana fanno sputare sangue ai sottoposti. Quali siano i peggiori non lo so, l’importante e tenersi alla larga da ambedue le tipologie, potendolo fare.
Sono libero professionista anch’io, solo che Mamma è moglie di un imprenditore, Papà: se torno a casa alle 18 deduce che mi sono presa mezza giornata “di ferie”….. sigh!!!!
Anch’io combatto ogni giorno, se sono ammalata (2 giorni da settembre ad oggi) lavoro da casa. Vai a spiegare ai dipendenti statali che pago un giorno di ferie lavorando di più prima e dopo, senza contare le telefonate, le e-mail ecc. ecc…..
Sulla Mamma della bimba autistica: si amano di più i figli più deboli, più bisognosi, non mi stupisce il suo attaccamento alla figlia e il suo desiderio di tenerla con sé, di curarla, di non lasciare che altri, incapaci di tanto amore, possano trattarla male o che lei si senta persa in un ambiente non familiare e senza i suoi riferimenti.
[...] Fonte Articolo: Song' 'o fetente capitolo 4 « il Panda deve morire [...]
io invece mi so rotto di lavorare, sto cercando di smettere, lavoro da na vita e non ho un soldo,ma comm cazz e´?.
ma vi siete mai chiesti?.
forse ci stanno fregando?
vi siete accorti della palla al piede?
o pensate sempre io io io io io ioIO SONO?
non siete un cazzo!!!!!!!!!!!
Parla per te.
Non ho mai vinto un Oscar o un Nobel ma a 26 anni avevo fatto una volta e mezzo il giro del mondo, nei restanti 23 anni ho sempre lavorato poco, senza doverne rispondere a nessuno, guadagnando quello che mi serve per una vita dignitosa e posso girare a testa alta perchè ho la coscienza pulita.
Quindi, alla voce “essere un cazzo”, se vuoi, rispondi tu “presente”.
E rilassati.
Dottordivago